Anna Foa: “Niente giustifica i bambini morti a Gaza e il suicidio di Israele”

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Quale prospettive possiamo immaginare per il futuro della popolazione palestinese di Gaza, di fronte alla crisi senza precedenti che sconvolge il Medio Oriente da mesi? Che ne sarà dello Stato di Israele e della sua democrazia, sempre più labile di fronte ai crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati dalle forze armate israeliane e da Benjamin Netanyahu? È ancora possibile immaginare una risoluzione che ripristini il diritto internazionale e una coesistenza pacifica?

Ne abbiamo parlato con Anna Foa, autrice e storica, esperta di cultura e mentalità ebraica, che per anni ha insegnato Storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. Una riflessione a partire dal suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza, 2024), candidato al Premio Strega saggistica 2025; testo che analizza la crisi profonda dello Stato ebraico, in corso da prima del 7 ottobre 2023, e la sempre maggiore repressione e diminuzione della libertà vissuta da molti cittadini israeliani, nel tentativo di opporsi al suprematismo e ai crimini di Netanyahu e del suo Governo.

Un dialogo che esamina temi complicati, ma che ora più che mai è necessario inquadrare per comprendere a fondo la delicata situazione: dalle varie forme di sionismo, tra estremismi religiosi e fanatismi, all’antisemitismo; dalla caduta dei “pilastri dello Stato democratico” dentro lo Stato ebraico, al “fiume di sangue” scavato tra israeliani e palestinesi, dove il senso di vendetta ha segnato intere generazioni: “Niente giustifica i bambini morti a Gaza” ha sottolineato Anna Foa, per cui “riconoscere la Palestina, vuol dire non lasciare i palestinesi soli”. Uno scenario drammatico, in cui l’unica soluzione è il ripristino del diritto internazionale, che però “Israele, Trump e le destre europee stanno cercando di distruggere”.

Partendo dal principio, e dunque dal suo libro Il suicidio di Israele: come mai questo titolo e cosa l’ha portata a scriverlo? Nel corso della recente presentazione del libro a Milano il discorso si è aperto attorno a un tema, ovvero le macerie: quelle di Gaza da una parte, e quelle dello Stato ebraico dall’altra

“Le macerie interne allo Stato di Israele sono forse il principale motivo, e non alludo al 7 ottobre, anche se ovviamente il 7 ottobre è un elemento fondamentale del quadro. Tuttavia, alludo soprattutto alla distruzione etica del Paese, alla distruzione della democrazia in Israele, che il Governo di Netanyahu e dei suoi accoliti razzisti sta compiendo. Ho ripreso un termine che mi veniva dagli amici israeliani, parlando con loro e sentendo le loro recriminazioni sul fatto che il Paese si sta suicidando. Dire ‘suicidio’ vuol sottolineare l’importanza della politica e del Governo in quello che sta succedendo: il Governo ha fatto una scelta che porta all’autodistruzione; se non all’autodistruzione politica, certamente a quella morale e della democrazia in Israele.”

Ecco, a proposito di democrazia: parlando di Israele, permane ancora una narrazione che lo descrive come ‘l’unico Stato democratico del Medio Oriente’. Secondo la sua analisi come storica, si può ancora considerare una democrazia quella di Israele?

“Io penso che attualmente è molto difficile considerare Israele una democrazia, perché i pilastri dello Stato democratico al suo interno, vengono demoliti in ogni momento anche verso gli ebrei israeliani, mentre verso i cittadini israeliani palestinesi sono già stati demoliti ancora nel 2018, con la legge che ha imposto il suprematismo ebraico. Detto questo, certo c’è più democrazia in Israele che in Iran, dipende da ciò con cui si vuole confrontare, ma è comunque una democrazia molto limitata, con gravi carenze. Penso alla contraddizione per cui Israele, fin dal suo principio e dalla sua dichiarazione d’indipendenza, sottolinea l’uguaglianza di tutti i cittadini, ma nei fatti non è così, soprattutto per quanto riguarda l’autodeterminazione politica interna.”

Dunque, esiste anche una forma di repressione che non riguarda solamente la critica o meno delle operazioni militari dell’Idf, ma anche una riduzione della libertà politica generale in Israele? È un tema che in questi due anni, a livello mediatico, non è (quasi) mai emerso

“No, infatti, non è emerso per niente, o al massimo si dice che in tutti i Paesi in guerra è così, che è normale la limitazione della libertà; ma questo non è vero, e non è giusto. C’è una forte limitazione della libertà all’interno di Israele, nel senso che è stata anche riproposta la legge del 2023, che aveva suscitato molte critiche e opposizioni. Il Governo di Netanyahu ha decapitato e continua a decapitare lo Shin Bet (Israeli Security Agency, agenzia di intelligence di Israele nda), il capo dello Shin Bet e tutti quelli che non sono d’accordo con lui; ha svolto un’azione molto importante anche per il deterioramento dell’esercito, della polizia, cioè ha tolto tutti i leader e capi che non sono d’accordo con lui, li ha sostituiti. Non per niente nel 2023, quando c’erano state le grandi manifestazioni per la Corte Suprema, molti ex capi dello Shin Bet, mandati in pensione, o ex capi dei servizi segreti in generale, o dell’esercito, avevano protestato contro queste misure. Tutto ciò, ben prima del 7 ottobre. C’è una repressione e una diminuzione della libertà interna, sono persino stati picchiati i parenti degli ostaggi di Hamas…”

Lei nel suo libro sottolinea come la voce degli ebrei israeliani, pur opponendosi al Governo di Netanyahu e alle sue operazioni a Gaza, non viene ascoltata, dentro e fuori da Israele, con quasi nessun supporto dalla diaspora ebraica nel resto del mondo. In che modo si vede questo fenomeno?

“Nella diaspora cisono poche sacche di resistenza al governo israeliano. Ce ne sono di più negli Stati Uniti, dove tra l’altro c’è un ebraismo riformato che non ha una struttura piramidale, come è presente invece in Italia. Ma c’è molto meno sostegno alla resistenza in Europa occidentale e questo appiattimento su Israele è abbastanza grave. Permane un’idea per cui ‘Israele è in pericolo’… Ma in questo momento, mi sembra siano più in pericolo i palestinesi di Gaza, francamente.”

Manifestazione contro il Governo di Benjamin Netanyahu, Tel Aviv, gennaio 2024

Secondo lei, quanto ha attecchito questa narrazione per cui si percepisce Israele come ‘Stato in pericolo’, rispetto a eventuali attacchi di Hamas? Quanto ci crede l’opinione pubblicata israeliana? Visto che molti, da qui, sembrano supportare le incursioni dell’Idf contro la popolazione palestinese anche per questo motivo

“Credo che tutti gli eventi come quello del 7 ottobre 2023 generino paura e sconforto. In passato abbiamo visto grandi manifestazioni in Israele, nel 2023, ma poi non se ne sono più viste a parte quelle per la liberazione degli ostaggi. Ora forse stanno in qualche modo recuperando, ma c’è una sorta di generale depressione politica e certamente c’è stata una diminuzione dell’appoggio da parte della sinistra israeliana verso l’ipotesi di costituire uno Stato palestinese. È diventata un’ipotesi preoccupante anche per la sinistra, perché c’è timore per il fiume di sangue che Hamas ha voluto ‘scavare’ tra israeliani e palestinesi. Poi abbiamo Hamas che non vuole uno Stato palestinese affianco a Israele, così come non lo vuole Netanyahu. Entrambi vogliono altro: uno Stato islamico basato sulla Sharia, ‘dal fiume al mare’ gli uni, o uno Stato ebraico ‘dal fiume al mare’, gli altri. Tutto ciò ha generato un fiume di sangue. Io però credo che sia l’unica soluzione, a meno che non si voglia accettare o lo Stato della Sharia o lo Stato ebraico suprematista di Netanyahu. Ovviamente, è una soluzione che richiederà molto tempo, forse una o due generazioni, ma è l’unica possibilità.”

Un altro aspetto rilevante per capire la situazione, che affronta anche nel suo libro, è il tema del sionismo. Lei non parla di una sola forma di pensiero sionista, ma di diversi sionismi, al plurale, in una complessa evoluzione dal XIX secolo a oggi. Quali sono questi diversi sionismi, e in cosa consiste la loro evoluzione? Quali sono gli esiti più significativi che vediamo oggi?

“Sionismi al plurale, perché il sionismo è cambiato molto come pensiero nel tempo. È stato molte cose diverse: dal pensiero degli intellettuali tedeschi che arrivavano nell’Yishuv, cioè nella Palestina, al sionismo dei laburisti provenienti in gran parte dalla Russia e dalla Polonia, fino al sionismo religioso che dopo il 1967 ha preso una piega fortemente coloniale, con la creazione di tante colonie religiose e fanatiche, che hanno radicalmente mutato il panorama di Israele. Io nel libro ho voluto spiegare le origini del sionismo, di fronte a chi agita questo pensiero come una ‘bandiera’, o a chi dice di essere sionista e a favore del sionismo.”

Come hanno potuto queste correnti più estreme e fanatiche, di impronta ‘religiosa’, prendere così tanto piede fino a penetrare a livello politico e istituzionale all’interno di Israele?

“Innanzitutto, hanno più figli, quindi nel tempo sono aumentati enormemente di numero. Se una famiglia religiosa fa dieci figli e una famiglia non religiosa – nel merito di un partito appartenente alla sinistra – ne fa uno o due, come è in Occidente, è ovvio che nello spazio di una o due generazioni si crea un problema demografico. Poi ci sono anche altri fattori, c’è il cambiamento e l’assunzione al potere di uno strato politico che viene dal mondo dei Mizrahìm, le comunità ebraiche provenienti da Oriente, o gli ebrei dell’Europa orientale che non hanno un’abitudine alla democrazia. C’è un rifiuto della democrazia da parte delle correnti religiose più estreme, perché ritengono che uno Stato anziché sulla Costituzione dovrebbe essere basato sulla Bibbia. Infatti, in questo siamo su un terreno assolutamente simile a quello dell’Iran. Tant’è vero che in una delle ultime manifestazioni in Israele nel 2023, prima del 7 ottobre, parlarono solo le donne e la parola d’ordine era ‘L’Iran è qui’ ”.

Quanto è solido, secondo lei, il potere di Benjamin Netanyahu in questo momento? Durante la presentazione del libro ha sottolineato come la prosecuzione delle tensioni sia anche un modo che gli permette di rimanere al suo posto, anche perché non ci sono più tante manifestazioni contro di lui

“Nei primissimi giorni dopo il 7 ottobre c’è stata una grande reazione contro il Governo di Netanyahu, che chiedeva innanzitutto perché le divisioni israeliane erano state ritirate dal confine con Gaza e perché non si era arrivati a capire che Hamas fosse pericolosa, puntando solo al confine con la Cisgiordania. Di fatto, la Cisgiordania è quello che interessa di più proprio a Netanyahu, ma in un primo momento c’è stata una richiesta da parte dell’opinione pubblica di Israele, che chiedeva spiegazioni al Governo. Il Governo d’Israele aveva solo un modo per non dare delle spiegazioni, quello di iniziare una guerra senza confini, una guerra terribile, dove presto dal voler colpire Hamas, è emersa un’idea di vendetta. Tutto questo non giustifica il fatto che ci siano 50.000 morti a Gaza, di cui la maggior parte sono civili. Ma da allora la parola ‘vendetta’ è emersa fortemente, ed è diventata la parola d’ordine del Governo d’Israele.”

Macerie e sfollati a Gaza, marzo 2025

Proprio l’idea di ‘vendetta’ contro Hamas è ciò che viene rivendicato anche da una parte di opinione pubblica qui in Italia, e in Occidente, e dunque non solo in Israele. Ma può questo giustificare le operazioni dell’Idf a Gaza?

“Penso che alla base di questa idea di vendetta, ci sia lo stranissimo pensiero che vede Israele come Stato in pericolo. È un’idea che a me sembra assurda, che non ha nessuna base, ma questo è ciò che si legge da parte di quelli che sostengono e si schierano con Netanyahu, dicendo ‘Difendiamo Israele’. In questo momento Israele è sì in pericolo: il pericolo di perdere la sua etica, e il pericolo, alla lunga, forse anche di perdere il suo status, se continua così. Forse oggi l’unico modo per salvare Israele è quello di fermare il Governo di Netanyahu, e al tempo stesso sollecitare uno sviluppo politico anche dell’Autorità Nazionale Palestinese. Anche l’ANP e i palestinesi devono cambiare e io guado con fiducia a quanti con grande coraggio si stanno muovendo a Gaza contro Hamas.”

Le immagini delle manifestazioni dei palestinesi a Gaza, contro Hamas, hanno subito fatto il giro del mondo. Forse non cambiano il quadro generale, ma indicano uno stato di disperazione per la situazione estrema che queste persone stanno vivendo. Lei come le interpreta?

“Sono manifestazioni molto significative, ma anche pericolose. Pensiamo al fatto che nel 2006 Hamas fece una guerra civile, cacciando e uccidendo tutti quelli dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina nda). Non dimentichiamo anche che il Governo di Netanyahu ha sempre pensato fosse meglio allearsi o comunque avere buoni rapporti con i palestinesi religiosi, e dunque Hamas, che con i laici dell’ANP.”

In chiave storica, come spiega le rivendicazioni territoriali di Israele, appoggiate su un pensiero religioso?

“Attraverso la Bibbia, l’idea di una ‘grande Israele biblica’, con le terre di ‘Giudea e Samaria’, come vengono chiamate dai religiosi, ma questo si dice già da trent’anni, non solo da adesso, parlando dei territori della Cisgiordania. I territori occupati vengono definiti come integralmente ‘appartenenti’ allo Stato d’Israele. Quello che c’è in più, nella situazione di oggi, è la spinta a realizzazione una ‘cacciata’ dei palestinesi. Una cosa che prima non era detta così apertamente, ma che è emersa dopo il 7 ottobre. Una volontà di disfarsi dei palestinesi, che è una pulizia etnica. Ribadisco il concetto di ‘pulizia etnica’ che è stato tanto contestato in un appello che ho firmato tempo fa, perché l’idea di volersi sbarazzare dei palestinesi, da parte di Israele, è pulizia etnica, volendo incrementare la colonizzazione ebraica in Cisgiordania. Questo è quello che sta succedendo. Il termine ‘pulizia etnica’, che si è diffuso molto con le guerre in Bosnia, nella ex Jugoslavia, e non è un termine antisemita, ma un termine che si applica ora, in una situazione concreta e fattuale.”

Ma com’è possibile, secondo lei, che queste rivendicazioni territoriali basate sulla Bibbia siano accettate da parte di una buona parte dell’opinione pubblica di Israele?

“Una parte è quella dei coloni, per il resto molti dicono di essere contro Netanyahu, ma pensano che sia meglio non parlare troppo a voce alta e non contestare apertamente. Poi c’è l’idea di voler combattere Hamas, ma in realtà Hamas risorge sempre dalle ceneri. Invece di questo, bisognerebbe incrementare e favorire lo sviluppo politico di un Governo palestinese. Quello dell’ANP è un Governo che non ha fatto nulla, ma che viene considerato come collaborazionista dai palestinesi, invece bisognerebbe dargli una ‘spinta’, e questo a mio avviso doveva essere fatto già dall’8 ottobre 2023. Invece ora si va verso un’assimilazione di tutti i palestinesi a terroristi di Hamas, fino a quando davvero molti di loro non aderiranno effettivamente ad Hamas e sarà un disastro.”

Benjamin Netanyahu e Itamar Ben Gvir

Forse di fronte alla morte di migliaia di persone in questi anni a Gaza, e altre che continuano a morire, molti palestinesi sono spinti dalla disperazione ad aderire ad Hamas…

“Se pensiamo a un ragazzo di 16 anni, palestinese, che ha visto morire tutta la sua famiglia, ha poche scelte. Non potendo uscire da lì, non potendo fare altro, si sviluppa un sentimento di vendetta. La vendetta per rispondere alla morte dei familiari, alle case distrutte, alla cattiveria che chiude la possibilità di curare i bambini, di dare cibo e acqua. Questo fa sentire i palestinesi come fossero dei subumani, quindi è più facile, umanamente, buttarsi nell’unica forma di lotta che in questo momento si trovano davanti. Per questo trovo così importanti le manifestazioni contro Hamas, che non sono manifestazioni pro-Israele, anche se una parte degli israeliani ci si è buttata sopra, soprattutto in Occidente, tra cui la destra filoisraeliana.”

Difatti in questi due anni, abbiamo visto come molti cittadini israeliani, ma anche diverse comunità ebraiche nel mondo, pur condannando il 7 ottobre, non sono a favore dell’occupazione e della pulizia etnica a Gaza. Eppure, c’è una narrazione filo-Netanyahu che li accusa dicendo che chi è contro il Governo israeliano, ignora e minimizza il 7 ottobre. Lei come la vede?

“Tantissimi parlano e hanno parlato del 7 ottobre, ma il 7 ottobre non giustifica la vendetta. Niente giustifica una vendetta di questo tipo, niente giustifica i bambini morti a Gaza. I bambini morti il 7 ottobre e i bambini morti a Gaza hanno lo stesso peso.”

Un altro tema delicato che lei affronta nel suo libro è l’antisemitismo: da una parte in crescita, dall’altra usato come strumento da parte di Netanyahu, al punto che qualsiasi ente, organizzazione internazionale o leader politico che si esprime per criticare Israele, soprattutto per quel che sta facendo a Gaza, viene tacciato di antisemitismo. Come lo spiega?

“Quando ho finito di scrivere il libro, non c’era ancora Trump a usare l’antisemitismo per liberarsi degli oppositori alla sua politica e per far fuori persino le università americane, come sta accadendo ora, sulla base delle manifestazioni pro-Palestina. Quindi, possiamo dire che la situazione sia peggiorata in maniera enorme, c’è stata una specie di caduta nel baratro. Adesso vediamo persone arrestate per strada, sotto accusa per il loro essere pro-Palestina, e persino deportate dagli Stati Uniti, oltre agli studenti, privati della green card. Abbiamo visto come l’Università di Harvard, per la prima volta, ha rifiutato questa imposizione di Trump.

Mentre per quanto riguarda Netanyahu, lui ha sempre utilizzato l’antisemitismo. È una vergogna, perché usa una cosa reale: oggi è vero che l’antisemitismo è cresciuto, ma è una cosa che ci si poteva aspettare. Era cresciuto anche nel 1982, con la guerra in Libano, e poi si era attenuato. Certo, adesso con la pulizia etnica, la colonizzazione selvaggia dei coloni religiosi e la pressione per annettere i territori occupati, è chiaro che l’antisemitismo aumenti nel mondo. Tuttavia, io credo sia un antisemitismo non di origine antisemita, ma che dipende dalla situazione del conflitto israelo-palestinese, e come tale dev’essere analizzato e discusso.

Io penso che si possa discutere. Non discuterei con qualcuno che mi dicesse che gli ebrei sono dei microbi, però discuterei con qualcuno che mi dicesse che non sopporto lo schierarsi degli ebrei europei e in parte americani, in favore della pulizia etnica dei palestinesi. E qui si apre un’altra questione, che è quella dei crimini di guerra e contro l’umanità, che sono assolutamente provati. Per questo, credo che una delle strade che l’Europa dovrebbe tentare, è quella di riconoscere lo Stato di Palestina. È stata la recente proposta di Macron, e anche la sinistra italiana lo ha proposto, per cui spero ci si arrivi. Avrebbe un valore simbolico molto forte: vorrebbe dire non lasciare i palestinesi soli.”

Forse in un certo senso, è stato sorprendente vedere che tre partiti tanto diversi come PD, 5 Stelle e AVS, e persino Macron fuori dall’Italia, si siano uniti nello stesso appello, chiedendo una risposta comune per il riconoscimento della Palestina. Tuttavia, in questi anni abbiamo visto anche come a livello europeo e non solo, qualsiasi risoluzione ONU in tal senso sia stata ignorata, e il diritto internazionale ampiamente calpestato. Lei, nella sua esperienza di storica, pensa che ci sia ancora speranza per una soluzione pacifica in Medio Oriente?

“Distruggere il diritto internazionale è uno degli obiettivi della destra europea, di Israele e di Trump. Un obiettivo che riguarda tutti quanti, e stanno davvero tentando di farlo. Netanyahu ha agitato per primo la bandiera della distruzione del diritto internazionale, anche se di fatto esce dalla Shoah e ne è conseguenza. Però, francamente, non so se ci sia spazio per soluzioni pacifiche, ma non vedo altre possibilità: o si fa questo, oppure ci sarà la grande Israele di Netanyahu e Ben Gvir, senza palestinesi, con un sistema religioso e politico che si avvicina sempre più a quello islamico dell’Iran. Oppure forse, alla lunga – non certo oggi – ci sarà una crisi profonda di Israele, tale da permettere la vittoria invece di quelli che vogliono uno Stato islamico basato sulla Sharia, sul territorio di tutta la Palestina.”