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Guerra

Ancora sfida aperta tra Israele e l’Onu

In questo venerdì, dove nella parte est di Gerusalemme ci si prepara alle celebrazioni più importanti della Settimana Santa, è la politica interna a dominare la scena in Israele. E forse questa, di per sé, è già una notizia. La...

In questo venerdì, dove nella parte est di Gerusalemme ci si prepara alle celebrazioni più importanti della Settimana Santa, è la politica interna a dominare la scena in Israele. E forse questa, di per sé, è già una notizia. La tensione montata a nord con Hezbollah e l’attacco di giovedì a uno scuolabus in Cisgiordania, hanno fatto temere ieri per un’ulteriore escalation su vari fronti. Il fatto che si parli di politica implica invece che, almeno per queste ore, le cronache di guerra possono lasciare spazio ad altro.

Sul Jerusalem Post, in particolare, è stata pubblicata un’intervista a Gideon Saar, fresco di dimissioni da componente del gabinetto di guerra di Netanyahu. Leader del partito centrista Nuova Speranza e alleato di Benny Gantz, Saar ha parlato espressamente di “necessità di cessate il fuoco” a Gaza e di un accordo che preveda “l’esilio di Hamas“. È la prima volta che un’eventualità del genere viene espressamente presa in considerazione da un esponente di alto rango della politica israeliana.

E, sempre a livello politico, l’attenzione quest’oggi è rivolta su un ennesimo braccio di ferro tra lo Stato ebraico e le Nazioni Unite. La Corte Suprema dell’Onu infatti, ha ordinato a Israele di lasciare transitare senza ostacoli gli aiuti umanitari all’interno della Striscia di Gaza. Immediata la risposta israeliana, secondo cui invece ogni responsabilità in tal senso è da addebitare ad Hamas.

Il botta e risposta con la Corte internazionale

Già dai primi giorni di guerra, il governo Netanyahu e i vari organi delle Nazioni Unite sono apparsi in forte contrasto. Israele ha sempre criticato all’Onu di non aver condannato con toni sufficientemente duri le stragi di Hamas del 7 ottobre e di aver, al tempo stesso, usato pesi molto più specifici nel descrivere negativamente le operazioni militari dell’Idf all’interno della Striscia.

Dal canto suo, il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha più volte richiamato Israele al rispetto del diritto internazionale e a non attuare risposte sproporzionate a Gaza. L’approvazione lunedì di una risoluzione per un immediato cessate il fuoco, con il via libera arrivato anche grazie all’astensione Usa al consiglio di sicurezza, ha contribuito ad alimentare l’astio di Netanyahu nei confronti del Palazzo di Vetro.

Ma il vero braccio di ferro tra le parti si sta combattendo in ambito giudiziario. Dopo aver accolto il ricorso del Sudafrica in cui si parla espressamente di genocidio a Gaza, la Corte di Giustizia Internazionale, supremo organo giudiziario delle Nazioni Unite, è intervenuta a proposito della distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia. Dopo il paventato stop israeliano nella fornitura di cibo, i giudici hanno intimato alle autorità locali di lasciar passare i viveri e tutti il materiale di cui i civili hanno bisogno.

Israele ha risposto in primo luogo smentendo ogni responsabilità su possibili rischi di carestia, evidenziati in alcuni recenti rapporti del programma alimentare mondiale: “Israele – si legge nella nota inviata alla Corte dal ministero degli Esteri – continuerà a promuovere nuove iniziative e ad espandere quelle esistenti per consentire un flusso continuo di aiuti a Gaza via terra, aria e mare , in collaborazione con l’Onu e gli altri attori”.

Al contempo, le autorità israeliane hanno accusato Hamas di essere responsabile della grave situazione umanitaria all’interno della Striscia. Secondo lo Stato ebraico, l’organizzazione palestinese requisisce parte degli aiuti destinati ai civili. Inoltre nella risposta data dal governo Netanyahu, si leggono accuse rivolte alle agenzie ricollegabili all’Onu. Per i vertici israeliani, sarebbero proprio le Nazioni Unite a non saper gestire adeguatamente gli aiuti.

Parole che riflettono l’attrito molto forte tra le parti. Un braccio di ferro su più piani e su vari ambiti che andrà avanti ancora per molto tempo. Almeno fino a quando, all’interno della Striscia di Gaza, si udiranno pesanti colpi di arma da fuoco.

Il cessate il fuoco proposto da Saar

Lo stesso Gideon Saar, all’interno dell’intervista pubblicata sul Jerusalem Post, è intervenuto a proposito degli aiuti umanitari verso Gaza. Secondo il leader di Nuova Speranza, il governo israeliano doveva assegnare il controllo della distribuzione di viveri e beni di prima necessità all’Idf. Lì dove cioè le forze israeliane sono riuscite ad occupare i territori all’interno della Striscia, i soldati secondo Saar dovevano e potevano distribuire cibo: “Se l’Idf si fosse fatta carico delle questioni relative al cibo, all’acqua, alle medicine e ai servizi igienico-sanitari – ha dichiarato Saar – Israele avrebbe una migliore posizione nella comunità internazionale”.

Ma la parte più importante dell’intervento di Saar sul quotidiano israeliano, riguarda la proposta di un cessate il fuoco a Gaza con un accordo che includa, tra le altre cose, l’esilio dei quadri principali di Hamas: “Andrebbero – si legge nell’intervista – in Turchia, in Qatar o in altro Paesi loro amici”. Una proposta del genere, secondo Saar, se accettata permetterebbe il ritorno a casa degli ostaggi e il ripristino delle condizioni di sicurezza. Mentre, se rifiutata, darebbe comunque “maggiore legittimazione a Israele agli occhi degli alleati”.

I movimenti politici interni a Israele

Nel frattempo, sempre a proposito delle varie novità politiche emerse nelle ultime ore, in diversi quotidiani si parla delle primarie tenute giovedì dal partito Yesh Atid. La formazione cioè fondata nel 2012 dal giornalista Yair Lapid e ad oggi la più importante nel panorama dell’opposizione al Likud di Netanyahu.

Come prevedibile, è stato lo stesso Lapid a vincere le consultazioni tuttavia il vantaggio rispetto al suo sfidante interno, Ben Barak, è stato di appena 29 voti. Una gara aperta dunque, in grado di rappresentare un pericolo quasi inatteso per uno dei principali protagonisti dell’opposizione. Ad ogni modo, secondo gli analisti israeliani le primarie di Yesh Atid hanno centrato due obiettivi importanti: rendere il partito meno personalistico, dunque meno incentrato sulla figura di Lapid, e strutturarlo in vista di possibili elezioni anticipate.

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