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“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Nella recente drammatica emorragia di persone e interessi dal Congo nemmeno la Cina fa più eccezione. Un inferno di cobalto e coltan in cui tutto il mondo è implicato e connivente, attraverso contratti capestro negoziati in un angolo del Pianeta ove la rule of law resta un miraggio: una complessa rete di gruppi militari, paramilitari, deboli strutture statali e interessi. Lo sa bene la Cina, fra massimi produttori mondiali di tecnologie a nostro servizio, che da tempo sull’Africa ha messo le mani nella doppia veste dell’hard e soft power inseguendo il sogno di un ramo africano della Belt and Road.

Evacuazione generale

Alcuni giorni fa l’ambasciata cinese a Kinshasa ha ordinato ai suoi cittadini e alle aziende presenti nelle province del Nord Kivu (dove ha trovato la morte l’ambasciatore Attanasio), Sud Kivu e Ituri di evacuare il prima possibile la parte orientale del Paese perché a rischio sicurezza per i cittadini cinesi residenti in quei territori. In particolare, nelle città dei territori di Bunia, Djugu, Beni, Rutshuru, Fizi, Uvira e Mwenga l’ordine è stato di “partire immediatamente“. Una vera e propria evacuazione generale che cozza con l’atteggiamento granitico che la Cina sta, invece, manifestando a livello internazionale.

Se la modalità della sinodiaspora sorprende, non stupiscono di certo le ragioni. Il modus operandi cinese in Congo ha suscitato un po’ ovunque malcontento e mancanza di fiducia, esponendo la presenza cinese in loco a rapimenti a scopo estorsivo, attentati e crimini di vario genere. Solo nell’ultimo mese cinque cittadini cinesi sono stati rapiti nel Sud Kivu, al confine con con Ruanda, Burundi e Tanzania: a questo proposito, la stessa ambasciata che ora chiama a raccolta le forze cinesi e batte in ritirata, aveva dichiarato, settimane fa, che la situazione della sicurezza nell’area era “estremamente complessa e cupa”, dunque sarebbe stato impossibile inviare aiuti in caso di attacchi massicci o di rapimenti di massa.

Del resto, Pechino, per via delle ramificazioni funambolesche della Belt and Road, ha fatto l’abitudine a lavorare in contesti complessi e tendenzialmente rischiosi. Come in Pakistan, ove le imprese cinesi sono da tempo: tuttavia, pur di fronte a serie situazioni di pericolo, un’evacuazione generale costituisce un unicum nella storia recente dell’economia cinese.

Le violenze del CODECO

Andando ancora a ritroso, a fine novembre, due cittadini cinesi sono stati uccisi e un numero imprecisato di altre persone rapite in un attacco ordito dal gruppo CODECO a un campo estrattivo nel Congo orientale. L’attacco è avvenuto a Djugu, nella provincia di Ituri, dove i cinesi hanno operazioni “informali” legate all’estrazione dell’oro. I combattenti di CODECO provengono principalmente dalla comunità agricola di Lendu, che è stata a lungo in conflitto con i pastori di Hema.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Il CODECO è un’associazione libera di vari gruppi di miliziani Lendu. Il nome è un’abbreviazione del nome completo meno noto del gruppo, la Cooperative for Development of the Congo: un tempo si trattava di una pacifica cooperativa agricola, prima di trasformarsi in un movimento ribelle armato. Il movimento è stato riorganizzato più volte sotto diversi leader, diventando meno coeso col passare del tempo. Molte delle milizie che rivendicano l’affiliazione sono accusate di massacri e crimini di guerra dalle Nazioni Unite: nonostante il gruppo abbia dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nell’agosto 2020, le violenze non si sono certo fermate.

Pechino rinuncia al Congo?

La diaspora dall’area apre inquietanti scenari per Pechino e per tutta la catena delle tecnologie del mondo, scoperchiando il vaso di Pandora della violenza che soggiace all’estrazione di coltan e cobalto, in primis, e poi anche di rame e terre rare.

Nel 2017 fu Amnesty International a fare i nomi delle aziende che si rifornivano in maniera “sporca” dalle riserve congolesi: ne venne fuori che il cobalto passava per un’azienda di trasformazione cinese chiamata Huayou Cobalt, i cui prodotti finiscono poi nelle batterie utilizzate per alimentare l’elettronica e i veicoli elettrici. L’inchiesta fece talmente tanto scalpore da indurre le principali case produttrici di dispositivi tecnologici a dichiarare la loro estraneità (o meno) a queste catene di approvvigionamento. Le miniere di cobalto non artigianali sono quasi tutte in mano alla Congo DongFang International Mining, controllata dalla Huayou Cobalt di Shanghai, che appena cinque anni fa ammise pubblicamente di avere «insufficiente consapevolezza della catena di approvvigionamento del cobalto» in Congo. Quanto al coltan, invece, si tratta di un minerale fondamentale nella produzione di minicondensatori, anima di telefoni cellulari e pc. L’estrazione è largamente in mano al lavoro infantile: la materia prima passa, poi, per le mani di soldataglia varia e mercenari, almeno fino al confine con il Ruanda e l’Uganda; in seguito, viene ceduta alle compagnie di import/export per poi passare alla raffinazione in Germania, Cina e Stati Uniti.

Proprio nel settembre scorso, Felix Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, aveva chiesto una revisione dei contratti minerari firmati con la Cina nel 2008 dal suo predecessore, chiedendo accordi più equi. L’ex presidente Joseph Kabila, al potere dal 2001 al 2019, negoziò un maxi-contratto minerario molto controverso con i cinesi nel 2008 del valore di 9 miliardi di dollari. L’accordo venne poi ridotto a due terzi di tale importo, sotto la pressione del Fondo monetario internazionale, che evidenziò il grave effetto sulle finanze del Paese.

“L’Africa di Xi Jinping”

Uscire di fretta e furia dal Paese intima una grande rinuncia per Pechino, che è punta dell’iceberg di un sistema ben complesso, le cui spire avvolgono tutto il mondo avanzato che dalla Cina acquista manufatti. Davvero la Cina vuole e può correre questo rischio, nel momento in cui sono altissime le aspettative sulle sue smanie di grandezza? Evidentemente, la situazione attuale risulta talmente sull’orlo del baratro da implicare un’inversione del rapporto rischi/benefici, con conseguenze tutte da valutare.

La spinta della Cina verso l’Africa è stata uno degli strumenti di propaganda più efficaci di Xi Jinping e della sua “nuova era” a suon di proclami melliflui a base di “sincerità, risultati reali, amicizia e buona fede, e perseguimento del bene più grande”.  I doppi successi del vertice di Johannesburg nel 2015 e del vertice di Pechino del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (Focac) nel 2018 hanno spinto la cooperazione Cina-Africa a un livello nuovo senza precedenti. Il presidente Xi Jinping e i leader africani decisero all’unanimità al vertice Focac che le due parti avrebbero lavorato per costruire una comunità Cina-Africa ancora più forte in un futuro condiviso, al fine di far progredire la cooperazione nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road.

La Cina, nel frattempo, ha continuato a costruire il suo profilo in Africa. Gli investimenti diretti cinesi in Africa hanno superato quelli degli Stati Uniti ogni anno dal 2014, sorretti da una bambagia di diplomazia soft che ora passa anche dai vaccini. L’imprevedibilità di un territorio magmatico, martoriano da secoli di sfruttamento, tuttavia ha fatto saltare i piani di Xi che, presto o tardi, sarà costretto a fare i conti con la geopolitica.

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