Anche l’esercito di Israele lo ammette: l’80% delle ultime vittime a Gaza sono civili

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Due mesi sono trascorsi dalla fine del cessate il fuoco del 18 marzo. Da allora, l’IDF ha condotto centinaia di attacchi sulla Striscia di Gaza. Sebbene la recrudescenza delle violenze non costituisca una novità, un elemento inedito affiora dai dati recentemente forniti dall’esercito israeliano, secondo cui oltre l’80% delle vittime non partecipava ad azioni belliche. Si tratta di civili. 

La cifra è stata diffusa dall’ufficio del portavoce militare in risposta a una richiesta della rivista ebraica Hamakom. Le stime ufficiali indicano che, su 2.780 decessi registrati fino al 13 maggio, soltanto 500 individui sono stati classificati come combattenti. I rimanenti 2.280 non presentavano legami con Hamas o altri gruppi armati. Estranei a qualsiasi scontro diretto, fuori da ogni conflitto armato, se non quello che si abbatte sulle case, sulle scuole, sugli ospedali, sulla vita quotidiana. Donne, bambini, uomini qualunque.

Il numero complessivo dei morti è stato elaborato partendo dai dati del ministero della Salute di Gaza. Numeri che, in passato, lo stesso esercito israeliano aveva considerato affidabili. Secondo quei dati, per ogni combattente palestinese ucciso, sono stati colpiti 4,5 civili. Una proporzione che mette Israele in fondo a ogni scala comparativa. Nella guerra tra Russia e Ucraina il rapporto è stimato in 1 a 2,8. Durante i bombardamenti statunitensi sull’ISIS in Siria, si parlava di 1 a 2,5.

Nel settembre 2024, Benjamin Netanyahu sosteneva con insistenza che il rapporto tra vittime civili e combattenti si attestasse a “1 a 1”, descrivendolo come “il più basso nella storia della guerra urbana moderna”. Le sue affermazioni contrastavano nettamente con i dati già diffusi in quel periodo, che indicavano invece 2,7 civili uccisi per ogni miliziano. Secondo le rilevazioni dell’Euro-Med Human Rights Monitor, la realtà appare ancora più drammatica, con 14 civili eliminati per ogni presunto combattente neutralizzato. Le proporzioni superano di gran lunga quelle registrate in precedenti operazioni militari. Già durante Margine Protettivo nel 2014, le stime delle Nazioni Unite riportavano tre vittime civili per ogni combattente.

La moltiplicazione dei combattenti di Hamas

Le statistiche rese note oggi contraddicono mesi di incertezza. Ogni qual volta la stampa locale ha interrogato le IDF riguardo al totale delle vittime degli attacchi, la risposta fornita è sempre stata che l’esercito non stava eseguendo alcuna attività di monitoraggio in merito. Per l’intera durata del conflitto, le IDF hanno divulgato unicamente il numero dei combattenti deceduti, riconoscendo di non disporre di strumenti per accertarne o stimarne la quantità esatta. Siffatta mancanza ha consentito l’insinuarsi di dubbi sulla veridicità delle informazioni palestinesi, per poi fondare proprio su quei dati il computo ufficiale.

L’informativa diffusa dall’IDF ha aderito a una logica specifica, volta a sostenere un elevato numero di combattenti avversari eliminati, incrementando le cifre allo scopo di accreditare l’efficacia dell’offensiva. Un elemento sorprendente concerne i dati numerici. Stime dello stesso esercito indicano che Hamas annoverava circa 25.000 combattenti attivi al 7 ottobre 2023. In quella data, stando a un rapporto IDF di febbraio, circa 3.000 uomini hanno varcato i confini israeliani. Tra questi, 1.609 sono stati uccisi sul campo. Il 22 ottobre, a due settimane dall’inizio dei bombardamenti, Channel 14 riportava l’uccisione di 4.600 “terroristi”. Il 4 novembre, Ynet pubblicava un’intervista con un alto funzionario secondo cui le perdite complessive nella Striscia avevano raggiunto le 20.000 unità, “in gran parte terroristi”.

Attualmente, i dati più recenti forniti dall’esercito israeliano indicano oltre 45.000 combattenti uccisi o neutralizzati. La modalità con cui sia possibile eliminare due volte le stesse persone, considerando i 25.000 iniziali stimati nel 2023, non ha ricevuto chiarimenti. La spiegazione, verosimilmente, risiede nel tentativo di costruire una narrazione funzionale. Analizzando i dati divulgati, l’unica conclusione logica è che, pur considerando probabili nuove reclute nell’ala armata di Hamas, l’esercito israeliano si sia trasformato ironicamente in un efficace strumento di reclutamento per Hamas. Nell’arco di un anno, l’ala armata dell’organizzazione avrebbe registrato una crescita superiore persino alla capacità teorica di rimpiazzo di un gruppo armato in condizioni di assedio.

Il senso della guerra

La questione centrale, però risiede altrove. Il diritto internazionale non definisce percentuali né fissa soglie precise, ma enuncia un principio fondamentale: ogni operazione militare deve mantenere una proporzionalità rispetto agli obiettivi strategici perseguibili. Quando i danni inflitti alla popolazione civile superano tale misura, l’azione bellica perde ogni legittimità giuridica. La semplice presenza di obiettivi militari in zone ad alta densità abitativa non esonera dalle responsabilità previste dalle convenzioni di guerra. Parimenti, il diritto alla difesa tanto invocato da Israele non può trasformarsi in una copertura per misure che si traducono in una punizione collettiva verso l’intera popolazione civile palestinese.

Dal marzo scorso, quando i raid sono ripresi, la Striscia è rimasta chiusa a ogni tipo di aiuto. È il blocco più lungo mai registrato. Secondo le Nazioni Unite, la popolazione affronta carenze diffuse di cibo, medicinali, ripari, acqua potabile. Il Programma Alimentare Mondiale ha rilevato un aumento del 1.400% dei prezzi dei generi alimentari rispetto al periodo del cessate il fuoco. Nessuno entra. Nessuno esce. Chi resta, sopravvive come può.

Le IDF, ora, sono costrette a fare i conti con ciò che hanno prodotto. Non è più una disputa su cifre, ma sul senso della guerra. Riguarda la legittimità di una strategia che colpisce senza distinzione, successivamente preclude l’accesso e infine nega i dati. La guerra a Gaza non si combatte solo con i droni e con le bombe, ma con le parole e con le omissioni. E questa volta, per la prima volta, le parole sono arrivate da Tel Aviv.