Nei cieli a ridosso dello Stretto di Hormuz, dove in mare centinaia e centinaia di petroliere, gassiere e mercantili restano alla fonda in attesa della de-escalation che lasci libero il passaggio, hanno fatto la loro comparsa anche gli elicotteri d’attacco AH-64 Apache dell’Esercito statunitense, una delle più avanzate piattaforme ad ala rotante al mondo. Il loro impiego si inserisce nel più ampio dispositivo militare che gli Stati Uniti hanno schierato per monitorare e proteggere le navi mercantili che si apprestano ad affrontare, sotto lo scacco dei pasdaran, la rotta che le porterebbe oltre lo stretto strategico al centro di una contesa che sta assistendo a un clima di crescenti tensioni regionali, e dal quale dipende, in ultima istanza, il primo vero passo verso i negoziati con l’Iran. Ora che gli obiettivi prioritari legati al programma nucleare e missilistico iraniano, target principali delle operazioni militari israelo-statunitensi, sembrano poter aspettare, di fronte al prolungato shock energetico che sta arrecando enormi danni all’economia globale.
Le immagini diffuse dal Comando Centrale degli Stati Uniti, CENTCOM, hanno mostrato degli Apache in missione di pattugliamento, da qualche parte al largo delle coste dell’Oman o degli Emirati Arabi Uniti, e la loro presenza coincide con le crescenti tensioni che si sono verificate negli ultimi giorni, culminate con il sequestro di due navi mercantili da parte del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, la MSC Francesca e la Epaminodi, fermate dalla Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e scortate verso la costa iraniana. Secondo quanto riportato dallo UK Maritime Trade Operations, i pasdaran hanno iniziato ad aprire il fuoco contro le petroliere in transito, senza alcun preavviso radio, già il 18 aprile, quando una prima imbarcazione è stata avvicinata da due cannoniere dell’IRGC-N a circa 20 miglia nautiche dalla costa dell’Oman. Un’altra nave è stata bersagliata il 22 aprile, insieme alle due navi sequestrate mentre si ritiene stessero cercando di violare il blocco iraniano. Questi gravi episodi si inseriscono in un contesto già critico, dato che Teheran ha reintrodotto restrizioni alla navigazione nello Stretto dopo le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha confermato la prosecuzione del blocco americano sulle navi dirette ai porti iraniani.
Mentre il comando navale delle Guardie Rivoluzionarie ha ribadito che “qualsiasi pressione americana riceverà una risposta adeguata”, lasciando intendere che le condizioni di impercorribilità dello Stretto, già minato dai pasdaran, resteranno invariate finché le navi iraniane saranno minacciate dal dispositivo militare statunitense che ha ricevuto il compito di “riequilibrare” il vantaggio dell’Iran nel decidere chi può entrare e uscire dal Golfo Persico, per incidere sugli interessi di Teheran e dei suoi partner commerciali.
Gli elicotteri Apache in azione su Hormuz
In questo clima di forte instabilità gli elicotteri d’attacco sono apparsi come parte integrante della risposta militare statunitense. Il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto, ha confermato che, nell’ambito dell’Operazione Epic Fury, i caccia A-10 Thunderbolt II operano sul fianco meridionale dello Stretto contro imbarcazioni veloci, mentre gli AH-64 Apache sono impiegati nella caccia a droni d’attacco.
Secondo The Avionist l’Apache è particolarmente adatto a questo tipo di scenario, grazie alla sua capacità di operare a bassa quota e con grande persistenza. Gli elicotteri AH-64 possono monitorare un ambiente complesso come quello costiero, dove i mercantili possono essere esposti a potenziali minacce, per intervenire quando le regole d’ingaggio lo consentono. L’Apache combina sensori avanzati e armamenti estremamente versatili, può individuare e tracciare bersagli attraverso sistemi elettro-ottici e infrarossi, oltre al radar An/Apg-78 Longbow, ed è in grado di classificare rapidamente e gestire simultaneamente numerosi obiettivi. Queste capacità consentono agli equipaggi di questo elicottero biposto di distinguere agilmente una minaccia reale da un mezzo civile in transito in tempi molto rapidi. Sul piano offensivo, dispone di un arsenale scalabile: dal cannone M230 da 30 mm ai razzi guidati Apkws, che si stanno rivelando estremamente efficaci come risorsa a basso costo da impiegare contro i droni suicidi iraniani, fino ai ben noti missili anticarro Hellfire e i missili di precisione aria-superficie Jagm.
Tale flessibilità è fondamentale in un contesto come Hormuz, dove le minacce possono includere droni a basso costo, imbarcazioni veloci appartenenti alla“Mosquito fleet” iraniana, o altre tipologie di bersagli difficili da identificare. Consentendo all’Apache di entrare in azione e reagire rapidamente, con precisione, limitando al contempo i rischi collaterali in un’area densamente trafficata.
Il blocco di Hormuz in un contesto sempre più teso
Il quadro generale continua a deteriorarsi. Al raffreddamento diplomatico tra Washington e Teheran si accompagna un’intensificazione delle operazioni militari sul mare. Il CENTCOM ha dichiarato che, dall’inizio del blocco il 13 aprile, le forze statunitensi hanno costretto almeno 28 navi a invertire la rotta o a rientrare in porti iraniani. Parallelamente, si sono registrati i primi abbordaggi, tra cui quello della portacontainer iraniana Touska nel Golfo dell’Oman da parte del cacciatorpediniere Uss Spruance, con i Marines della 31ª Marine Expeditionary Unit che hanno preso il controllo della nave. Un secondo intervento è avvenuto nel Golfo del Bengala, dove è stata sequestrata la petroliera senza bandiera M/T Tifani, sospettata di trasportare petrolio iraniano soggetto a sanzioni. Washington non esclude ulteriori operazioni, in linea con una strategia di controllo marittimo estesa anche ad altri teatri. Teheran ha reagito duramente: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il blocco un “atto di guerra”, accusando gli Stati Uniti di pirateria e presa di ostaggi.
Nel frattempo, la situazione nello Stretto resta estremamente volatile. Le Guardie Rivoluzionarie avrebbero sequestrato due navi commerciali, mentre episodi di fuoco contro imbarcazioni mercantili continuano ad alimentare l’allarme. Anche la Grecia ha invitato le proprie navi a evitare l’area, definendo la situazione “preoccupante”. In questo contesto, la presenza degli Apache rappresenta un ulteriore segnale della crescente militarizzazione dello Stretto di Hormuz, oggi più che mai al centro di una crisi internazionale ad alto rischio. In questo quadro, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, alla ricerca di una exit strategy dall’affare Hormuz, ha annunciato ieri la “proroga a tempo indeterminato” del cessate il fuoco, forse nella speranza di scongiurare quella che potrebbe essere un ulteriore escalation nel conflitto.
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