Anche Crosetto ha la sua “Sigonella”. E intanto tutta l’Europa si smarca dalla guerra all’Iran

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C’è un’Europa intera che si sta smarcando dalla guerra israelo-americana all’Iran e, per quanto possibile, sta mandando segnali chiari agli Stati Uniti circa l’indisponibilità a sostenere i raid in qualunque modo: l’emersione della notizia che la Difesa italiana ha negato, venerdì scorso, il transito di bombardieri Usa diretti nel quadrante dell’Asia Sud-Occidentale nella base siciliana di Sigonella perché Washington non ha chiesto preventivamente l’assenso di Roma ha fatto il giro del mondo come una dimostrazione del crescente distacco che l’Unione Europea sta provando per un conflitto i cui costi sta largamente subendo.

Lo schiaffo di Sigonella

Il Capo di Stato Maggiore Luciano Portolano e il Ministro della Difesa Guido Crosetto hanno vietato l’autorizzazione ai sensi del Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 sull’uso delle basi Usa poste nel territorio italiano che regola l’accesso americano alle strutture.

La notizia è che la manovra, tenuta riservata, è emersa nei giorni in cui l’amministrazione Usa di Donald Trump inizia a veder scricchiolare l’architettura complessiva di gestione di una guerra mal pensata, mal programmata e peggio realizzata. Lo Stretto di Hormuz è chiuso, il regime iraniano non crolla, Israele e i Paesi del Golfo sono sotto il fuoco della rappresaglia di Teheran, Washington non riesce a cavarsi d’impiccio. Tel Aviv alza l’asticella dei raid, gli Usa si dividono tra la volontà di un’azione decisiva e il calcolato piano iraniano dell’escalation graduale e inesorabile per alzare i costi agli attaccanti.

L’Europa non vuole unirsi alla guerra d’Iran

L’Europa ha scelto di stare fuori dal conflitto. Non ha pensato a missioni navali offensive per riaprire Hormuz, non è andata oltre la tutela dei propri asset da Cipro al Golfo, si è gradualmente compattata attorno alla linea del presidente del governo spagnolo Pedro Sanchez: dal rifiuto del sostegno all’offensiva si sta arrivando alla chiusura delle basi. Madrid è andata oltre, con il lockdown dei cieli agli aerei coinvolti nel conflitto.

L’Italia ha negato i cacciamine per sostenere eventuali azioni americane, e di recente dalla Polonia il ministro della Difesa Wladislaw Kosiniak-Kamysz ha negato che le batterie anti-aeree di fabbricazione statunitense nella disponibilità di Varsavia possano essere spostate nel Golfo, sottolineando che i Patriot servono a Varsavia “per proteggere i cieli polacchi e il fianco orientale della Nato” e che “non abbiamo intenzione di spostarle da nessuna parte”.

L’antiaerea? L’Arabia Saudita ora si affida all’Ucraina

Mentre, peraltro, nel Golfo le disponibilità di intercettori antiaerei si ridimensionano, l’Arabia Saudita ha firmato con l’Ucraina un accordo per la tecnologia antidrone che ha indispettito gli Usa e che ha visto Riad rompere il tradizionale accesso prioritario concesso agli Usa nel procurement militare. Un anno fa, Trump al presidente Volodymyr Zelensky diceva che “non aveva le carte” per gestire la trattativa per la pace nel suo Paese. Gli europei erano ridotti ad attori secondari e ininfluenti, complici molte subalternità psicologiche, prima ancora che politiche, del Vecchio Continente.

Oggi Trump ha dovuto accertarsi della necessità degli alleati e dell’infrastruttura militare di quella Nato che ha a lungo criticato, disonorando peraltro anche i sacrifici delle truppe europee e canadesi al fianco di Washington nelle sue campagne mediorientali di inizio secolo, e Washington ha unito l’intera Europa nel rifiuto del sostegno diretto ai raid. Anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha usato parole dure per gli effetti del conflitto dopo aver sostenuto, nelle prime ore, l’azione israelo-americana. Così come sull’Ucraina l’Europa è riuscita a riaffermare il principio che nessuna pace è possibile senza Kiev, sull’Iran non unendosi alla guerra di Trump e Benjamin Netanyahu evita il rinculo ulteriore di dover sobbarcarsi minacce crescenti non solo (come quelle già scontate) sul piano economico ed energetico ma anche su quello militare e securitario.

Trump non ha le carte

Tutto questo, peraltro, lascia ancora maggiormente l’amaro in bocca per tre occasioni mancate del 2025: aver ceduto troppo rapidamente sui dazi per preservare un asse transatlantico che non era intenzione di Trump valorizzare; aver visto Francia, Germania, Regno Unito e Commissione Europea arroccarsi su un’opposizione dura all’Iran invece che dare sponda negoziale; aver accettato di pagare gli Usa per fornire armi americane all’Ucraina col programma Purl i cui frutti ora rischiano di essere incamerati da Washington per il dossier iraniano. Tre casi di mancanza di strategia e di eccesso di fiducia nelle capacità americane a cui ora si prova a porre rimedio, per ovviare alla fine di un’epoca e all’assenza di punti di riferimento concreti per un’alleanza a cui gli Usa stanno facendo pagare i costi di una guerra senza esiti precisi e strategie chiare. Salvo poi doversi ricordare di quegli alleati molto spesso bistrattati. A non avere le carte, stavolta, è Donald Trump.