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Guerra

“Anche a Gaza andavamo al mare”. L’Erasmus “impossibile” di un medico italiano

Riccardo Corradini è il primo occidentale ad aver trascorso il suo Erasmus a Gaza nel 2019. Lo abbiamo intervistato.

Strappiamo Riccardo ai suoi impegni da specializzando in Medicina in un pomeriggio di tarda primavera. Non ha più il volto del ragazzo all’ultimo anno di università che decise di partire per Gaza, primo occidentale a farlo. Complici i baffi, anche il suo viso è cambiato, non è più quello dei vent’anni. Quando, nel 2019, scelse di partire per la Striscia accanto a lui ci furono due registi, Matteo Delbò e Chiara Avesani, che documentarono ogni istante di quei mesi. Tutto quello che si può vedere in “Erasmus in Gaza” non esiste più. Compresi quelli che Riccardo ha incontrato.

Riccardo, una domanda idiota che ti avranno fatto centinaia di volte. Come si decide di fare l’Erasmus a Gaza?

“(Sorride) Si decide di fare spinti da due principali motivi. Il primo, ho sempre voluto fare chirurgia d’urgenza e quindi poter andare in un posto dove questa drammaticamente rappresenta la routine, era un’occasione non rinviabile per poter vedere con i propri occhi che cosa significa fare chirurgia. Questo da una parte. Dall’altra parte, sicuramente altrettanto importante, la questione di poter contribuire a quella che si definisce cultural diplomacy, la diplomazia culturale, in un posto, in un momento storico dove evidentemente la diplomazia ha fallito, quella delle ambasciate, delle cancellerie, dei ministri degli Esteri, dove tutto questo ha fallito, poter contribuire attraverso una partecipazione culturale, un percorso come quello dell’Erasmus che prevede fondamentalmente la diffusione della conoscenza e del sapere critico, anche questo mi sembrava un’occasione irripetibile per contribuire a questo mosaico più ampio in cui attraverso la cultura, la conoscenza, la condivisione del sapere, si vanno a creare dei ponti e non dei muri”.

La scelta di Riccardo non arriva all’improvviso: tutto era già cominciato due anni prima, nel 2017, quando la sua prima esperienza Erasmus passa per Gerusalemme. In questi mesi, su Insideover, abbiamo raccontato le esperienze drammatiche di medici e operatori nella Striscia. Quello che colpisce del racconto di Riccardo, e che oggi ci sembra fuori dallo spazio e dal tempo, è quanta “normalità” e bellezza abbia vissuto nei suoi mesi a Gaza. Il racconto delle sue prime ore assomiglia a tutto quello che i suoi coetanei avrebbero fatto a Madrid, a Berlino o a Varsavia. Andare in Università, parlare con i professori, decidere gli esami, i libri, i corsi. Una routine che stride con i pericoli di quel luogo ma anche con l’immaginario collettivo che vuole il Medio Oriente perennemente in macerie, senza alcuna normalità.

Hai scoperto che Gaza era anche un posto anche normale, gli chiedo. E l’espressione di Riccardo, fino a quel momento serio dritto al punto della sua esperienza, si immalinconisce come pensando a un tempo perduto. “No, questa è stata solo una delle prime scoperte di normalità appunto stando a Gaza, perché prima del 7 ottobre sicuramente Gaza aveva due facce: una rappresentata dalle privazioni costanti che rendevano impossibile l’entrata di beni di prima necessità, di farmaci, di aiuti, di alimenti, di energia elettrica, di petrolio; dall’altra una popolazione resiliente, una popolazione sicuramente fiera della propria storia che cerca di resistere in tutti i modi”. Resistere, ci racconta Riccardo, significa anche avere delle università di alto livello, poter fare degli scambi internazionali con i propri studenti, significa uscire la sera, fare festa, organizzare matrimoni, andare al mare! Sì, perché ce lo dimentichiamo, il mare bagna Gaza. A Gaza si può prendere il sole. A Gaza si può fare il bagno. Un posto “solare”: questa è la parola che Riccardo sceglie per definirla. Dove si può andare in spiaggia, ma di quelle popolari, non quelle della riviera di Trump.

Ma studiare Medicina a Gaza non è come farlo altrove. Lezioni, tirocini, ospedale, ma la casistica porta su un altro pianeta rispetto ai nostri ospedali e alle nostre “tiepide case”. Riccardo, nei mesi nella Striscia, presta servizio in pronto soccorso, un’esperienza che lui definisce come una fortuna, nel bel mezzo delle “marce del ritorno”: feriti erano a centinaia a ogni episodio. A scioccare Riccardo, nel senso più puro di ammirazione del termine, il quadro cronico di carenza di risorse e un personale sanitario assolutamente all’avanguardia, aggiornato, preparato, pronto, che ha studiato su un modello di formazione di tipo anglosassone, quindi assolutamente in prima linea nella ricerca e nella formazione medica, ma che si ritrova a non disporre del farmaco che si vorrebbe prescrivere, dello strumento chirurgico che si vorrebbe usare, che garantirebbe al paziente il successo terapeutico. L’obbiettivo della medicina, insomma.

Chiedo a Riccardo quanto si è trovato somigliante ai suoi giovani colleghi gazawi. “Eravamo accomunati tutti dal voler diventare un giorno dei medici, dal voler essere il più preparati possibile, essere formati nel migliore dei modi, quindi c’era sempre questa sorta di tensione nel volersi rincorrere nella preparazione, dire tu sei bravo più in questo. Ragazzi che, come tutti in realtà, avevano grandi sogni, e che proprio nel desiderio di essere medico si proiettavano al di fuori della Striscia. Persone altamente qualificate in grado di vincere borse di studio da parte di atenei prestigiosi all’estero, a cui però non potevano avere accesso perché in possesso di un passaporto di serie B e nessuna possibilità di andarsene da Gaza“.

Il sentimento prevalente, ci racconta Riccardo, era ed è la rabbia, la rabbia per un destino ingiusto a cui dovevano sottostare nonostante la volontà di emanciparsi per poi portare i risultati nella terra in cui si è nati e cresciuti. Gli esempi si sprecano, ogni storia, ogni persona è un esempio di resilienza perché nel profondo ogni essere umano all’interno di Gaza viene privato della possibilità di autodeterminarsi. Ma nonostante questo, a modo proprio, ogni palestinese trova un modo per rinnovarsi, reinventarsi, trovare la forza ogni giorno per seguire i propri sogni.

C’è stato un momento, alcuni momenti in cui hai avuto davvero paura? La paura quella gigante?Sì, sicuramente durante i bombardamenti, mi ritrovavo insieme ai miei compagni. Vivevi in un limbo di 15 metri quadrati che era il nostro salotto: sapevamo di non poter restare lì, proprio perché a Gaza non c’era anche al tempo nessun posto sicuro, non c’era un bunker perché appunto non era possibile l’entrata del calcestruzzo. La paura in quei casi la fa da padrone perché comunque ti ritrovi ad affidarti esclusivamente ai tuoi pensieri, alle tue preghiere affinché quella bomba non cada su di te. Quelli sono stati sicuramente i momenti più provanti perché non hai minimamente il controllo della situazione, quindi sei in balia del caso, della fortuna. Io ho avuto la fortuna di poter vivere questa condizione per solo 4 mesi. Miei coetanei ci sono nati e cresciuti in questa situazione, quindi è giusto anche immaginare la violenza che comporta doversi abituare a questa condizione. Non è qualcosa che è giustificabile, una popolazione di 2 milioni e 300 mila abitanti non può essere condannata a questa punizione collettiva. Io me lo sono scelto, invece, e poi me ne sono andato“.

Riccardo, ma quanti “ma chi te lo fa fare” hai ricevuto?Solo ma chi te lo fa fare”. Ma veniamo al pregiudizio. Quello che fa restare a casa qualcuno e partire qualcun altro. Chiediamo a Riccardo se anche lui, pur essendo stato allevato da cittadino del mondo, avesse uno stereotipo in mente prima di arrivare a Gaza. “Sì, quello del posto martoriato, un posto abbandonato, un posto in difficoltà, un posto in cui non c’è niente di bello. Invece questo pregiudizio è stato completamente stravolto dal vivere quotidiano, proprio perché le persone vogliono vivere, vogliono stare bene, vogliono bersi la vita come tutti. Questo lato della medaglia è stato una sorpresa quotidiana e sicuramente mi ha riempito di motivazione per restare lì e continuare a fare il lavoro che stavo facendo. Poter stare in spiaggia, cenando, pranzando con i propri colleghi, mentre le altre persone sulla spiaggia fanno il bagno, i bambini rincorrono il pallone e le persone bevono il tè, trasmetteva una sensazione di pace”. Una pace scandita dalle note dei Mashrou’ Leila, band indie-rock libanese per la quale entra in fissa (a proposito, grazie per averceli fatti scoprire!).

Riccardo è “recidivo”. Dopo Gaza è stato anche in Afganistan. Gli chiediamo se, dopo queste due esperienze gravose e importanti, pensa che la medicina internazionale, al di là della gestione dell’immediata emergenza, possa essere davvero uno strumento di paceÈ un discorso da affrontare su due piani paralleli. Sicuramente la diffusione della cultura della salute, del benessere fisico, psicologico, mentale, è qualcosa che va coltivato trasversalmente e indipendentemente dal Paese in cui ci si trova, quindi la medicina non è solo un qualcosa a parer mio limitato all’emergenza che vada a colmare o a tamponare, è qualcosa di prezioso che va continuato a sostenere. Dall’altra parte non bisogna neanche essere ingenui nell’affermare che questa cosa può andare avanti da sola o di per sé, perché la medicina per poter essere applicata a 360 gradi gradi, quindi per arrivare al benessere mentale, fisico, psicologico della persona, ha bisogno anche di altri due elementi che ormai sono parte della definizione di salute da parte della WHO, cioè la salute sociale e la salute economica e questi due aspetti non possono prescindere da un contributo politico decisivo da parte delle nazioni, da parte degli Stati che devono entrare in gioco affinché questa salute possa essere un diritto umano per tutte le persone, indipendentemente dal luogo di nascita”.

Gli chiediamo dei suoi affetti, delle persone a cui ha voluto bene, e con le quali ha vissuto. Dove sono, cosa fanno. “Ho perso tante persone, ho perso tanti colleghi, ho perso tanti amici e di quelli che sono rimasti ho perso la loro serenità, ho perso il sorriso sul loro volto, ho perso la luce nei loro occhi. Le persone che sono riuscito a contattare con difficoltà dopo il 7 ottobre sono persone allo stremo e che ormai vanno avanti per inerzia perché hanno una fede gigante nella loro terra e in quello che fanno, ma la misura è colma”. Quando gli chiediamo se qualcuno di questi affetti gli ha chiesto di tornare, Riccardo ci risponde “Tutti”. Ma per entrare all’interno della striscia di Gaza in questo momento bisogna essere uno specialista e a Riccardo manca quest’ultimo tassello: il traguardo è lì, tra pochi mesi. Le ONG che riescono a fare entrare personale sanitario hanno bisogno di garantire cure importanti, intensive, che necessitano di decenni di esperienza clinica: “Cosa che io ancora non ho”, riconosce con umiltà il dottor Corradini, con il quale ci siamo presi la licenza di chiamarlo Riccardo fin qui.

Lasciamo Riccardo allo studio. Ma prima gli chiediamo se c’è mai stato un momento in cui ha pensato davvero “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Non tentenna minimamente. “La verità? No. Mai”.
In un momento in cui chi va per il mondo con coraggio e con amore è tacciato di “essersela andata a cercare”, è tutto quello che volevamo sentire. In bocca al lupo Riccardo, da tutti noi. E grazie.

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