Per molti mesi, dopo le stragi dei terroristi di Hamas e la reazione militare di Israele sulla Striscia di Gaza, la grande stampa ha coperto di sberleffi i bilanci delle vittime via via pubblicati dal ministero della Salute del Governo di Hamas. Figuriamoci, veniva detto e scritto da quelli buoni e giusti, come ci si può fidare delle cifre fornite dagli amici dei terroristi. Anche se nel tempo, in occasione delle precedenti guerre di Gaza, i dati forniti da quel Ministero si erano sempre rivelati affidabili, coincidenti con le valutazioni delle Nazioni Unite e dello stesso Israele, qualche volte persino più conservative.
Poi sono arrivate ricerche “terze”, di inattaccabile oggettività. Quella dei 99 medici e clinici americani che avevano lavorato a Gaza, per esempio, e spiegavano in base all’esperienza e agli studi fatti che i morti dovevano invece essere valutati in quasi 120 mila, ovvero il 5,4% dell’intera popolazione della Striscia. Oppure quello di Lancet, la più prestigiosa rivista medica al mondo, che autorevolmente stabiliva che, nel solo periodo 7 ottobre 2023 (il giorno della spregevole strage di 1.200 israeliani da parte di Hamas) e il 30 giugno 2024, i civili ammazzati a Gaza erano stati almeno 70 mila. A quel punto i grandi giornali, “l’informazione di qualità”, vista la mala parata, ha di colpo adottato i dati forniti da Hamas. Ai loro occhi, chiaramente, accettare quei 46 mila morti citati dal ministero della Salute della Striscia era pur sempre meglio che doversi acconciare agli altri bilanci. Badando bene, comunque, a non dire che secondo il Ministero ci sono almeno altri 10 mila cadaveri sotto le macerie non ancora rimosse.
I dati che parlano chiaro
Tutte queste acrobazie, al di là della necessità di non farsi beccare in castagna a raccontare cose inesatte o pure frottole, avevano anche un altro, più importante senso. Conservare la narrazione per cui a Gaza forse c’erano stati degli eccessi nel famoso “diritto di Israele a difendersi”; forse, chissà, dei crimini contro l’umanità; ma mai e poi mai un genocidio di palestinesi. Perché un genocidio comporta un piano, una strategia cosciente, mentre Israele, appunto, altro non fa che “difendersi”. E si sa, in certe circostanze può scappare la mano…
Il problema è che adesso arriva un altro studio di Lancet, che prende in esame l’aspettativa dei palestinesi di Gaza. E bisogna sottolineare Gaza, perché tutti gli studi precedenti prendevano in esame l’intera popolazione palestinese, comprensiva quindi anche della Cisgiordania dove vive il 60% dei palestinesi. Situazione drammatica anche lì ma certo non paragonabile a quella della Striscia. tutti i criteri e i principi scientifici dello studio sono riscontrabili al link appena indicato. Qui basta e avanza dire che nei soli primi 12 mesi della guerra l’aspettativa di vita dei palestinesi di Gaza, uomini e donne insieme, è crollata dai 75,5 anni ante il 7 ottobre 2023 ai 40,6 del 30 settembre 2024. Un calo del 46,3%. Per gli uomini una residua aspettativa di vita di 35,6 anni (meno 38 anni, ovvero meno 51,6%, rispetto a prima della guerra). Per le donne 47,5 anni (meno 34,9 anni, ovvero meno 38,6%).
Ed era solo il primo anno. Di fronte a dati come questi come si fa a fare gli sdegnati quando si parla di genocidio, e magari tirar fuori quell’arnese frusto e ormai inutile dell’accusa di antisemitismo? Qui non c’è da fare questioni di religione o di colore della pelle: quando l’aspettativa di vita di milioni di persone viene tagliata alla metà, di che cosa vogliamo parlare se non di genocidio? Anche perché Lancet è una miniera di analisi e informazioni. Un altro dei suoi studi, intitolato Traumatic injury mortality in the Gaza Strip from Oct 7, 2023, to June 30, 2024, attesta che il 59,1% dei morti di Gaza sono donne, bambini e anziani. Percentuali simili a quelle del Ruanda, dove la parola genocidio è stata spesa senza che facesse scandalo.
