È tutto tranne che un “Ramoscello d’ulivo” quello che la Turchia tende agli Stati Uniti con la decisione di intitolare all’operazione militare avviata lo scorso 20 gennaio nel nord della Siria una delle strade che costeggiano l’ambasciata americana ad Ankara. Una proposta che se quando è stata annunciata doveva ancora passare al vaglio del consiglio comunale, di certo non avrà difficoltà a farsi approvare, dati i numeri su cui il partito di Erdogan può contare nella capitale turca.

La decisione a onor del vero si inserisce in una lunga tradizione di scaramucce a distanza di sicurezza, la stessa per cui la strada dell’ambasciata russa a Washington è oggi intitolata a Boris Nemtsov e per cui la missione diplomatica di Londra in Iran nel 1981 si trovava in una via dedicata a Bobby Sands, uomo dell’Ira morto in sciopero della fame in carcere. Arriva però pochi giorni prima di due incontri importanti: della visita del segretario di Stato di Trump, Rex Tillerson, ad Ankara. E dell’incontro tra i ministri della Difesa dei due Paesi a Bruxelles, a margini di un vertice Nato. È insomma una dichiarazione piuttosto chiara e non fa che inserirsi nel solco già scavato da una serie di attriti tra i due Paesi, divisi su molti punti e prima di tutto sul ruolo delle milizie curde nel nord della Siria.

Validi alleati per Washington, parenti stretti del Pkk e dunque terroristi per Ankara. È su questa dicotomia che si regge uno dei problemi principali esistenti tra le due capitali, che ora che i soldati turchi sono impegnati in Siria si è fatto se possibile ancora più centrale. “È chiaro che chi dice che risponderà aggressivamente se verrà colpito non ha mai assaggiato lo ‘schiaffo ottomano'”, ha detto oggi Erdogan riferendosi alle forze americane presenti in Siria. Intanto un dato che che arriva da un recente sondaggio dice che l’83% dei cittadini ha una visione sfavorevole degli Stati Uniti (ma pure che la Russia non se la passa molto meglio, al 63%. E che l’Ue sta poco più su nel gradimento).

“Possa la proposta passare, possano le anime dei nostri martiri gioirne”, ha twittato ieri il sindaco di Ankara, Mustafa Tuna, a commento della possibilità di un cambiamento della toponomastica cittadina. Sono già almeno trentuno – stando ai numeri ufficiali forniti dallo stato maggiore – i militari che hanno perso la vita in meno di un mese di combattimenti nel cantone siriano di Afrin, dove ad affiancarli ci sono diverse brigate ribelli che si oppongono a Bashar al-Assad. Almeno 74, stando all’Osservatorio siriano per i diritti umani, i civili che hanno perso la vita. Più del doppio per fonti curde.

Non è la prima volta negli ultimi anni che la politica si affaccia nelle strade di Ankara, dove pure lo stato d’emergenza ha abolito il diritto alla pubblica protesta. Dopo il fallito tentativo di golpe del 2016 a cambiare nome fu la centralissima piazza Mezzaluna rossa (Kizilay), che divenne piazza Mezzaluna rossa del Volere nazionale del 15 luglio. Un destino simile a quello del ponte sospeso sul Bosforo a Istanbul, che oggi è intitolato ai Martiri del 15 luglio, a memoria della notte in cui i carriarmati provarono a bloccarlo.

Ma se questa questione può apparire leggemente diversa, quantomeno legata a dinamiche differenti, nemmeno troppi mesi fa furono invece le due vie che si incrociano all’altezza di un altro lembo di terra, quello dell’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti, a cambiare nome. Oggi una porta il nome di un governatore ottomano della Medina, Fahreddin Pasha, e l’altra si chiama Medine Müdafii, che altro non vuol dire che difensore della Medina.

Dietro la scelta di rinominare queste due vie ci fu ancora una questione internazionale, dovuta a un retweet del ministro degli Esteri emiratino, in cui si accusava il fu governatore della Medina di una serie di crimini ai danni degli abitanti di quella che è una delle città sante dell’Islam, e che oggi si trova in territorio saudita. Una piccola cosa se confrontata alla questione siriana, ma sintomo

Ora la stessa sorte è toccata alla via intitolata al sindaco Nevzat Tandogan e destinata ad essere la “via Ramo d’ulivo” della capitale. Non fosse morto suicida a metà degli anni Quaranta, accusato di aver chiuso entrambi gli occhi su un caso di omicidio, il funzionario dei tempi del partito unico di certo si sarebbe risentito. Anche perché a ben guardare il primo sgarbo glielo fecero quando la piazza nella capitale turca che era dedicata a lui divenne piazza Anatolia, lasciando il suo nome soltanto a un parco pubblico nella zona di Batikent. Con l’unica, magra consolazione che in molti non ci hanno fatto l’abitudine e continuano a chiamarla piazza Tandogan.

Cristiani nel mirino: è questo il tema dell’incontro del 20 febbraio durante il quale Fausto Biloslavo e Gian Micalessin racconteranno la realtà drammatica di chi è perseguitato per la propria fede. L’incontro si terrà martedì 20 febbraio alle ore 17 in via Gaetano Negri 4. I posti sono limitati. Per partecipare potete scrivere a info@gliocchidellaguerra.it o chiamare il numero 028566445/028566308