Sono in arrivo nuove armi italiane per l’Ucraina. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto stanno per varare il nono pacchetto di aiuti militari a Kiev alla vigilia del doppio appuntamento di giugno e luglio. Prima il vertice del G7 di Borgo Egnazia, in Puglia, e poi il summit della Nato a Washington raduneranno a breve distanza lo stato maggiore dell’Occidente. E Roma deve arrivare al confronto con gli alleati capace di dimostrare concretezza in un sostegno a Kiev su cui i Paesi alleati sono stati a lungo traballanti. Il crinale è stretto. Si tratta di evitare che la Russia aggressore dell’Ucraina dal 2022 vinca la guerra senza per questo mandare a dissanguare l’Ucraina. Ci si barcamena tra la percezione che la sconfitta dell’Ucraina sarebbe quella della cinquantina di Paesi che l’ha sostenuta, e contro i quali l’arsenale russo si sta dimostrando resiliente, e la necessità di riportare la parità tattica sul campo.
Il sostegno italiano all’Ucraina e il suo futuro
L’Italia ha avuto con Mario Draghi prima e Giorgia Meloni poi una linea in continuità. Elaborata soprattutto a Palazzo Chigi, con la Farnesina di Luigi Di Maio prima e Antonio Tajani poi messa in secondo piano nelle decisioni e la Difesa chiamata ad applicarla e implementarla. Una linea che ha mirato a massimizzare l’invio di armi indicabili come palesemente difensive e capaci di alzare l’asticella della resistenza ucraina. Evitando anche solo lontanamente di creare i rischi operativi di un attacco diretto al territorio russo con armi tricolori. Si lavora, in questo caso, in particolare all’implementare la difesa antiaerea e antimissile ucraina col sostegno del sistema italo-francese Samp/T, una batteria dei quali è ritornata di recente dalla Slovacchia ove era dispiegata. Il sistema Samp/T è in Ucraina dal maggio 2023 con la prima batteria dispiegata per difendere Kiev e con i missili Aster che la equipaggiano l’obiettivo è fornire all’Ucraina un deterrente contro i lanci di missili Kinzhal russi e gli attacchi aerei che, in questa fase, hanno come bersaglio principalmente le vitali infrastrutture energetiche e industriali del Paese. Garanzia, peraltro, per una futura ricostruzione che i Paesi europei dovranno, con forza, potenzialmente sobbarcarsi.
Provato sul campo in Ucraina, il Samp/T può in prospettiva contribuire, tra le altre cose, a fornire una risposta a Italia e Francia sulla possibilità di coinvolgerlo nell’implementazione dell’European Sky Shield Initiative (Essi) lanciato dalla Germania, il progetto per uno scudo aereo europeo che si pensa dovrà avere al centro gli strategici missili Patriot americani. Si tratta di un approccio diverso e più strategicamente articolato di quello che ha contraddistinto, nell’era Draghi e in quella Meloni, la fornitura di armi difensive, spesso consistenti in un processo di svuotamento dei magazzini: all’Ucraina sono arrivati lanciarazzi M-72 Law e missili Milan, mortai da 120 mm, obici M109L, mitragliatrici MG di fabbricazione tedesca. Mezzi che si sono dimostrati solidi e versatili sul campo, blindando la proiezione difensiva di Kiev. L’Italia intende rafforzare lo “scudo” di Kiev anche con lo sdoganamento di un costante sostegno satellitare e d’intelligence che su queste colonne abbiamo raccontato. E non a caso i servizi italiani sono in prima linea nel proiettare l’influenza italiana nel teatro russo-ucraino, con un sostegno che sta anche modificando i rapporti tra poteri e apparati dello Stato.
L’asse Pd-Fdi che blinda l’aiuto all’Ucraina
Per accelerare le forniture di armi a Paesi alleati e partner, infatti, è stata modificata la normativa sull’export di sistemi d’arma che ha riportato in capo a Palazzo Chigi, dopo l’ascesa di Meloni, le decisioni, concludendo la lunga fase in cui era il Ministero degli Esteri a gestire le procedure. L’Italia ha sostenuto l’Ucraina sia in ambito Nato che nell’informale ma strategico “formato Ramstein”.
A livello istituzionale, inoltre, il trittico su cui si struttura l’aiuto all’Ucraina è sulla verticale che da Palazzo Chigi porta al Ministero della Difesa per arrivare al Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir). La presidenza del Consiglio avvia le pratiche per l’export di armi, autorizzate nel 2022 e 2023 dal Parlamento con scadenza 31 dicembre 2024, all’Ucraina aggredita; la Difesa compila le liste di assetti; il Copasir, sempre più “cervello” strategico delle Camere, analizza e vidima.
Non a caso chi guidava la Difesa con Draghi, il deputato del Partito Democratico Lorenzo Guerini, è passato alla guida del Copasir, nella passata legislatura presieduto da Adolfo Urso di Fratelli d’Italia, partito a cui appartiene anche Crosetto, successore di Guerini alla Difesa in una continuità blindata dall’ottimo rapporto tra l’ex sindaco di Lodi e il co-fondatore di Fdi.
Il sentiero stretto dell’Italia
Pd e Fdi sono i “garanti” istituzionali dell’aiuto all’Ucraina su cui inoltre pende lo scrutinio attento di Sergio Mattarella. Presidente della Repubblica che interpreta il suo ruolo anche in senso di garanzia dell’aderenza italiana alle istituzioni internazionali di cui fa parte. E non a caso il nono pacchetto d’armi sarà vidimato definitivamente dal Copasir in questa nuova architettura decisionale prima di prendere la via dell’Ucraina. Tutto questo guardando al dato, decisivo, della parallela corsa all’aumento degli investimenti in Difesa: Roma deve tenere assieme il sostegno a Kiev e l’attenzione a non intaccare stock strategici e commesse per il rilancio del suo apparato militare.
Non sarà facile. In un’Europa dove i venti di guerra tornano a soffiare, il sentiero è stretto: aiutare Kiev senza alzare troppo l’asticella contro la Russia; blindare un alleato e provare i propri assetti in un’ottica di rilancio operativo delle forze armate nel prossimo futuro; sostenere gli invii di armi in un Parlamento dove pulsioni critiche in tal senso emergono tra maggioranza e istituzione; spiegare, infine, all’opinione pubblica la questione chiave: svenarsi per spingere l’Ucraina a perseguire una vittoria militare non conseguibile sul campo rischia di essere una soluzione rischiosa; non fare nulla e aprire al rischio di una vittoria militare russa, per quanto remota sul terreno, sarebbe sicuramente una soluzione peggiore. Sono tempi di decisioni scomode in cui andrà pensato anche al futuro della postura italiana verso l’estero vicino e al ruolo che forze armate pronte e con mezzi rodati sul campo possono avere per tutelare l’interesse nazionale.

