Tra il 13 e il 14 luglio l’attenzione dei media internazionali è stata, spesso con interventi non esattamente centrati, comprensibilmente attirata dall’attentato subito dall’ex e aspirante presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ferito a un orecchio a Butler, Pennsylvania. E in pochi minuti dalle cronache è scomparsa la notizia che fino a quel momento dettava l’agenda della politica internazionale, l’espansione dei bombardamenti israeliani su Khan Younis, nella Striscia di Gaza, che ieri sembravano aver provocato altre 70 vittime civili.
Il giorno dopo, ci tocca purtroppo ampliare questa conta: i morti registrati dal ministero della Sanità di Gaza nel raid contro il campo profughi di Al-Mawasi sito nella città di Khan Younis sono almeno 90, di cui 45 sarebbero donne o bambini, e come ricorda The New Arab “le vittime sono state causate da almeno quattro attacchi aerei israeliani separati su quattro case in diverse aree della città. Residenti e funzionari sanitari palestinesi hanno affermato che l’esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti aerei e terrestri”. Ma non finisce qui. Tra sabato e domenica sarebbero almeno 141 i civili uccisi in tutti gli attacchi israeliani nella Striscia compreso quello sul campo di Khan Younis. Un numero cosi elevato in soli due giorni non si vedeva dai bombardamenti su Rafah di fine maggio che hanno reso virale, complici i video violenti che mostravano la devastazione della città sotto tiro dell’Israel Defense Force, l’indignazione contro Tel Aviv secondo lo slogan “All Eyes on Rafah”.
Come InsideOver, rivendichiamo con forza un dato di fatto: e cioè marcare bene e con attenzione la differenza tra il racconto della politica estera e quello dei tradizionali fatti di cronaca che riguardano tragedie o problematiche sociali. Se su quest’ultimo fatto un certo gradiente di mediaticità può essere indotto dall’emersione di particolari fatti di cronaca, si pensi ad esempio un episodio di “nera” complessa o a un disastro naturale, confondere i piani e applicare alla grande politica internazionale le regole della cronaca di altri settori è fuorviante. Altrimenti si finisce per dare priorità a singoli scenari dimenticando tutto il resto: oggi Gaza, domani l’Ucraina, dopodomani il Mar Rosso, estemporaneamente eventi-choc come l’attentato a Trump. La cui importanza non deve far dimenticare la necessità di parlare di tutti gli altri scenari che, purtroppo, vanno avanti incondizionatamente alla stessa maniera.
Per questo è importante, ora che metaforicamente si può affermare “All Eyes on Trump“, non dimenticarsi di tragedie come quella palestinese e ricordare l’ampiezza delle sofferenze subite dai cittadini di Gaza in ore in cui la pressione mediatica sul conflitto è, temporaneamente, ridotta. E in cui invece sulla guerra si amplificano le prese di posizione politiche: dai colloqui di pace a Doha si arriva alle recenti, nette dichiarazioni del neo-ministro degli Esteri britannico David Lammy, che in visita in Israele e in Cisgiordania ha condannato il prosieguo della guerra a Gaza: “La morte e la distruzione a Gaza sono intollerabili. Questa guerra deve finire ora, con un cessate il fuoco immediato, rispettato da entrambe le parti”, Israele e Hamas. Per le cancellerie internazionali il momento decisivo per provare a fermare una guerra che ha già fatto decine di migliaia di morti, ufficialmente 40mila ma si teme siano molti di più, non appare destinato a durare a lungo. E ogni morto è una tragedia ulteriore in un conflitto che nessuno pare capace di vincere militarmente. Un dato di fatto che non si può, oggi più che mai, dimenticare.