Sono circa 39 milioni le condivisioni su Instagram dell’appello globale a un cessate il fuoco a Gaza, sostanziato nella grande scritta “All Eyes on Rafah” che campeggia in quella che appare l’immagine stilizzata di un campo profughi. Ripresa globalmente nelle storie del social di proprietà di Meta con la funzione “Tocca a te” che permette la tracciabilità dei numeri delle condivisioni, la storia pubblicata per primo dall’utente shahv4012 (@chaa.my_), come ha ricostruito Fanpage, è stata capace di rompere la pervasiva cappa dell’algoritmo che, denunciavano molti utenti, spesso penalizzava i post che si riferivano a Gaza, Hamas, Israele e alle altre dinamiche del conflitto in Medio Oriente. Ritenuto divisivo e fonte di possibili conflittualità.
Spesso i social sono volano di indignazioni selettive, di appelli morali che si esauriscono sull’onda della mediaticità di una notizia o di un fatto. Questa volta l’esplosiva viralità parla di qualcosa di diverso: di un colpo, diretto alle coscienze collettive delle nostre società. Abbiamo, come InsideOver, visto i video dell’orrore del più recente bombardamento di Rafah, non plus ultra dell’assalto israeliano alla Striscia. Dopo il quale è partito un sentimento collettivo di indignazione e rifiuto della dottrina punitiva del conflitto israeliano.
Già, perché “All Eyes on Rafah” non è, o meglio non è soltanto, un messaggio rivolto al governo israeliano di Benjamin Netanyahu. La conta dei morti della guerra di Gaza è tale da aver ampiamente superato ogni limite da tempo e, col senno di poi, possiamo dire di non esser mai sussistita l’idea di vedere nel conflitto una punizione ad Hamas per i morti del 7 ottobre. Prendendo una posizione netta, il 7 ottobre, mentre i tragici fatti dei raid di Hamas erano ancora in evoluzione, ricordammo che Netanyahu aveva avuto la “sua” guerra, che gli serviva a giustificare l’autoperpetrazione al potere. Al prezzo, oltre sei mesi dopo, di un massacro.
No, non è Israele e non è Benjamin Netanyahu il principale destinatario di questo appello: sono le classi dirigenti occidentali. Le quali oggi arrivano a scoprire la necessità di calmare, moderare, financo fermare la reazione di Israele. Sono serviti oltre 35mila morti, il 70% donne e bambini, la consapevolezza che questa guerra è rivolta contro un popolo, prima che contro un movimento e un moto d’indignazione globale delle opinioni pubbliche per far alzare qualche dubbio.
Certo, è apprezzabile che il ministro della Difesa Guido Crosetto ricordi a Netanyahu che rischia di “seminare odio”, che il governo britannico di Rishi Sunak apra un’inchiesta sui recenti raid di Rafah, che Emmanuel Macron dichiari inaccettabile un’operazione militare. Ma siamo sempre al too little, too late. E finché avremo un Joe Biden e una Casa Bianca totalmente stregati da Netanyahu e incapaci di prendere posizioni nette, una Nikki Haley che si precipita a firmare i missili israeliani diretti a Gaza e un ordine internazionale che fatica a prendere posizione di fronte a richieste esplicite dei tribunali internazionali, agli occhi del mondo l’Europa e l’Occidente saranno visti come parte del problema Gaza, non della soluzione.
“All Eyes on Rafah” distrugge, definitivamente, un quarto di secolo di narrative create tra “noi e loro”. Mostra la crisi di rigetto della dottrina secondo cui il terrorismo si sconfigge uccidendo i terroristi, la cui contestazione costò a Tiziano Terzani, Franco Cardini, Marco Tarchi, Massimo Fini e altri pensatori italiani l’accusa di simpatia con il nemico a inizio Anni Duemila, in piena Guerra al Terrore. Ricorda quanto sia fallace l’idea che una democrazia, in guerra, sia per sua natura più morale e buona di un’autocrazia. Israele mostra anticorpi democratici forti, a partire da Haaretz e la stampa indipendente, ma questo non impedisce la legge dell’arbitrio a Gaza.
Ci ricorda il peso del doppio standard. Questa guerra è iniziata con analisti, commentatori e opinionisti che pur di giustificare la mattanza a Gaza arrivarono a ragionare sul fatto che per sconfiggere il nazismo fosse stato necessario radere al suolo le città tedesche tra il 1943 e il 1945. Tesi finalizzata a creare la corrispondenza tra palestinesi e nazisti e, peraltro, sconfessata da ogni storico militare degno di questo nome, che ricorderebbe come la demolizione delle città tedesche rinfocolò la corsa alla “Guerra Totale” del Terzo Reich. Nessuno, da mesi, pensa anche solo più seriamente di riproporla. Ma più di recente c’è chi ha provato a rilanciare. Ad esempio, accusando Pedro Sanchez, leader che sta riscattando la dignità dell’Occidente, di fare regali ad Hamas riconoscendo la Palestina. Il riconoscimento è arrivato ufficialmente ieri, a pochi giorni dal martirio di Rafah. E nessuno ha provato a riproporre questa tesi. “All Eyes on Rafah”, insomma, invita molti a ricordare che prima di parlare è bene riflettere. Specie quando si condizionano le opinioni pubbliche e le collettività con le proprie scelte e pensieri. Lo capiremo, finalmente?

