Alessandro Volpi: “La guerra di Trump in Iran accelera la crisi del debito Usa. Non è sostenibile”

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«Per Trump la guerra all’Iran è una variabile che non può permettersi di far durare troppo: esiste un limite temporale imposto da un debito ormai fuori controllo». Lo spiega a InsideOver Alessandro Volpi, professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, autore di saggi come I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024) e La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda su quanto effettivamente stia costando agli Stati Uniti, in particolare, la guerra all’Iran e la crisi che ne è derivata.

Professor Volpi, partiamo dai costi di questa guerra. La Casa Bianca parla di 12 miliardi di dollari spesi finora, ma molti ritengono che siano stime molto al ribasso. Lei che ne pensa?

“Secondo i dati che circolano ormai da diverse fonti autorevoli e testate americane, nei primi giorni il costo giornaliero era intorno ai due miliardi di dollari. Poi c’è stato un calo parziale a circa un miliardo e mezzo, e adesso oscilliamo attorno a 1,8 miliardi. Dipende dall’intensità dell’impiego di mezzi e risorse, ma la media attuale si aggira sui due miliardi di dollari spesi ogni giorno. Il problema vero, però, non è solo la cifra in sé, che è già altissima. Il punto cruciale è che gli Stati Uniti stanno finanziando tutto questo con nuovo debito, in un momento in cui il 30% del debito pubblico federale scade nei prossimi 12-14 mesi. Ogni mese devono collocare 70-80 miliardi di titoli alle aste, e i vecchi bond a tassi bassi vengono sostituiti con nuovi a tassi molto più alti. Di fatto, ogni giorno il debito cresce di circa 8 miliardi, di cui quasi 2,8 miliardi solo per il maggior onere degli interessi.

In un contesto del genere, lanciare e sostenere una guerra così costosa significa aggiungere un peso enorme a un bilancio già sotto pressione, che ha raggiunto i 40 mila miliardi di dollari di deficit. Quando Trump ha pensato al suo Big Beautiful Bill non aveva certo in mente un conflitto di questa portata, ma il nodo centrale resta un altro: gli Stati Uniti coprono una quota enorme della spesa pubblica con nuovo indebitamento. Le cifre del debito federale sono diventate insostenibili, la traiettoria per Washington è pericolosissima. Per Trump la guerra è una variabile che non può permettersi di far durare troppo: esiste un limite temporale imposto dalla dinamica del debito”.

Lei ha sottolineato che l’operazione in corso assorbe circa un quarto del deficit federale giornaliero, con una spesa militare media di 1,88 miliardi al giorno e interessi sul debito attorno ai 2,8 miliardi. Se nel 2026 il PIL Usa cresce solo dello 0,7%, per quanto tempo pensa che Washington possa reggere questa dinamica prima di arrivare a un punto di rottura?

“Non è sostenibile, punto. Trump ha ereditato conti federali già disastrati dopo le politiche anti-inflazione di Biden, che non hanno dato i risultati sperati. Si è trovato davanti un debito pubblico di 35 trilioni di dollari, un deficit commerciale spaventoso, un dollaro indebolito e una crescente riluttanza internazionale a comprare titoli Usa. A questo si aggiunge una bolla finanziaria gonfiata all’inverosimile e una spirale che per gli Stati Uniti è ormai insostenibile. Oggi sono soprattutto i grandi fondi internazionali – che in buona parte drenano i risparmi europei – a comprare il debito americano, ma in una fase recessiva anche la speculazione perde appeal. Le banche americane sono più deboli. In questo quadro la guerra non fa che accelerare una crisi già in atto”.

Trump sembra puntare sull’aumento dei prezzi di petrolio e gas per rilanciare le esportazioni energetiche americane e compensare in parte i costi della guerra, arrivando a fare concessioni su Russia e India e rivedendo alcune regole sul trasporto marittimo. Lei ha definito questa strategia un’illusione, aggravata proprio dalla crisi intorno a Hormuz. Cosa intende?

“Dall’inizio del suo mandato Trump ha provato diverse strade, ma è condizionato da una crisi profonda e strutturale del sistema americano: crisi produttiva, commerciale e di debito. Ha iniziato con i dazi per riequilibrare la bilancia commerciale e dare una spinta al PIL, ma non è bastato. Poi è arrivata la guerra, con l’idea di creare una sorta di monopolio sui combustibili fossili: aumentare le esportazioni di petrolio e gas americano e far lievitare i prezzi globali.

Perché funzioni davvero servono però due condizioni non banali. La prima è che l’aumento del prezzo del petrolio avvenga senza indebolire il dollaro, anzi rafforzandolo. L’obiettivo è far crescere la domanda di dollari per acquistare Gnl e petrolio made in Usa. Se il dollaro si apprezza, la Fed potrebbe tagliare i tassi, il costo del debito diminuirebbe e i consumi interni ripartirebbero. È questa la vera scommessa. Ma su questo punto hanno reagito molto duramente sia l’Iran sia la Cina, che sta spingendo per far entrare lo yuan nei pagamenti energetici e impedire proprio il rafforzamento del dollaro. Teheran sta giocando la partita con un sostegno esterno tutt’altro che trascurabile.

C’è poi un secondo elemento decisivo: per controllare davvero il mercato del petrolio serve che Putin condivida la linea di Trump. Le concessioni fatte a Mosca vanno lette in questa chiave, recuperando dunque Anchorage. Ma è una scommessa difficile: i legami tra Russia e Cina sono strettissimi e solidi, è una partita ad altissimo rischio. Inoltre, gli Stati Uniti non possono trasformarsi in una gigantesca “pompa di benzina” mentre alle spalle hanno un debito diventato ingestibile. Io credo che si andrà verso una ristrutturazione del debito americano. E questa è la realtà con cui dovranno fare i conti”.