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Guerra

Alessandro Sahebi: “Se gli Usa e Israele lo vogliono, gli Ayatollah cadranno. Ma dopo…”

Nella guerra tra Iran, Usa e Israele "l'Iran è aggredito dai doppi standard occidentali". Intervista ad Alessandro Sahebi.

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno scorso uno nuovo e spaventoso fronte si è aperto nel già lacerato Medio Oriente: Israele ha avviato una massiccia campagna di bombardamenti contro l’Iran, a causa del suo presunto arsenale nucleare, dando inizio a una nuova guerra. Una situazione già precipitata nel peggior scenario possibile, dopo l’intervento diretto degli Stati Uniti di Donald Trump al fianco dello Stato Ebraico, che hanno condotto un’operazione di precisione contro tre strutture nucleari iraniane Fordow, Natanz e Isfahan, allargando gli esiti del conflitto e suscitando molta preoccupazione a livello internazionale, oltre a una chiara violazione del diritto internazionale. Se Israele, nonostante il suo coinvolgimento su altri quattro fronti (Gaza, Libano, Siria e Yemen), ha ricevuto il sostegno pubblico della gran parte dei leader occidentali, che hanno affermato, ancora una volta, il suo “diritto a difendersi”, l’Iran si è ritrovato, al contrario, “solo”.

La Repubblica Islamica affacciata sul Golfo Persico e guidata dall’Ayatollah Ali Khamenei non è certamente una democrazia, ma al contrario, uno Stato in cui la presenza della polizia morale e i suoi interventi contro le giovani donne iraniane hanno destato molto scalpore negli ultimi anni, in particolar modo dopo la brutale uccisione della 23enne Mahsa Amini nel 2022. Eppure, gli attacchi israeliani degli ultimi giorni, che teoricamente avrebbero dovuto rivolgersi solamente ai siti militari e agli scienziati nucleari iraniani in essi impiegati, hanno dato subito causato centinaia di vittime collaterali. Inermi cittadini iraniani che sono stati trascinati, loro malgrado, in questa nuova guerra.

La prospettiva israeliana su questo conflitto è stata ampiamente analizzata e commentata in questi giorni, ma al contrario, poco o nulla si è detto invece di quella iraniana, vittima di una narrazione distante, generalista e poco empatica proprio verso i civili colpiti. A questo proposito abbiamo intervistato Alessandro Sahebi, giornalista italiano di origini iraniane, studioso di disuguaglianze sociali e autore di Questione di classe (Mondadori). Alessandro Sahebi, figlio di un dissidente iraniano che ha lasciato la Repubblica islamica dopo la caduta dello scià nel lontano 1978, grazie alla sua duplice identità e alla conoscenza delle dinamiche sociali e politiche interne all’Iran ha fornito una prospettiva diversa rispetto alla classica narrazione occidentale pro-israeliana, sottolineando il doppio standard applicato all’Iran, che pur con tutte le sue criticità politiche, si è ritrovato ad essere un Paese “aggredito” , nella prospettiva di un regime change che potrebbe essere forzato dall’esterno e in particolar modo dagli Stati Uniti, la speranza di tornare al potere dell’erede della dinastia Pahlavi, e l’orgoglio di un popolo che vanta una storia di oltre cinquemila anni.

Alessandro Sahebi, giornalista e autore italiano di origine iraniane

Alessandro, tu sei italiano, ma tuo padre è un dissidente che ha lasciato la Repubblica Islamica d’Iran. Dunque, hai una doppia origine, che ti permette di conoscere meglio le dinamiche interne dell’Iran. Il mondo occidentale, l’Ue e gli Stati Uniti, hanno espresso in maniera compatta il “diritto di Israele a difendersi”. Come valuti questa presa di posizione?

“È evidente il doppio standard: Israele accusa l’Iran di essere poco chiaro rispetto al proprio programma nucleare, ma Israele, al contrario, le agenzie di controllo del nucleare dell’Onu, non le fa nemmeno entrare, rifiutando le risoluzioni di non proliferazione sul nucleare, anche se è risaputo – e gli stessi israeliani non lo negano – che loro possiedono invece tante testate nucleari. È evidente che Israele e l’Occidente negli ultimi trent’anni hanno avuto un atteggiamento più invasivo e imperialista nel contesto geopolitico, parlando della presunta pericolosità degli altri, come la Russia, la Cina e l’Iran. Per la Russia sicuramente il discorso si applica di meno, visto che comunque ha invaso uno altro Stato sovrano, però c’è stato un doppio standard. Ogni Stato è in sé pericoloso, perché ogni Stato difende i propri interessi, che non sempre collimano col proprio vicino di casa. Però nel caso specifico del conflitto tra Israele e Iran, è evidente che da una parte abbiamo uno Stato genocida – e sottolineo Stato e non governo – che negli ultimi due anni si è contraddistinto per una violazione sistematica di ogni trattato per i diritti umani e convenzioni sulla guerra; dall’altra uno Stato che una mattina si è svegliato con i bombardamenti e ha dovuto reagire. L’Occidente compatto ha preso le difese di Israele, anche se si vedono già le prime crepe. Non è più quel sostegno senza se e senza ma, che fino a due anni fa mi sarei aspettato. Israele sta perdendo legittimità morale, quindi nonostante i politici ripetano a pappagallo quello che viene detto loro da ThinkThank e lobby israeliane, è vero che sul sostegno politico e morale della massa, Israele è uno Stato in crisi.”

Negli attacchi israeliani in Iran degli ultimi dieci giorni sono morti, secondo diverse stime, oltre 500 civili. Non necessariamente tutti filo Khamenei, eppure sembra che la loro morte non susciti la stessa indignazione dei morti di Tel Aviv o dell’Ucraina. Come te lo spieghi?

“Come al solito ci sono vite di serie A e vite di serie B. Le vite del nemico sono per antonomasia disumanizzate, ed è necessario nella guerra disumanizzare il nemico, altrimenti non riusciresti a farla. Però è anche vero che i cittadini comuni si stanno redendo conto: la “maschera di cera” che negli anni 2000 funzionava con le campagne di Bush in Iraq e Afghanistan, oggi funziona un po’ di meno. Anche perché, essendo una storia trita e ritrita, forse anche per merito dei social e di un’informazione più orizzontale, c’è una delegittimazione morale. La storia ci insegna che quando uno Stato è delegittimato, anche se ha un sostegno politico forte, di solito fa fatica. Penso per esempio al caso del Sudafrica e all’apartheid. Era un regime a tutti gli effetti, sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito, però a un certo punto è diventato insostenibile, anche politicamente. Si è visto poi che il sistema apartheid è imploso e Mandela è stato liberato. In questo senso credo che Israele stia conoscendo una fase molto simile.”

È vero, l’opinione pubblica verso le azioni di Israele sta cambiando molto in questi anni. Però i leader occidentali sono compatti. Il cancelliere tedesco Merz ha persino detto che Israele sta facendo “il (nostro) lavoro sporco” e infine sono intervenuti nella guerra anche gli Stati Uniti. In Italia e in Europa si sta diffondendo una narrazione che questa sia una sorta di “guerra giusta”, qualcuno ha persino detto che è una “guerra di sinistra” che può essere funzionale a rovesciare il regime degli Ayatollah, ignorando però le vittime civili. Tu cosa pensi dell’idea di rovesciare il regime di Khamenei, ma attraverso un intervento esterno israelo-statunitense?

“Potrebbe anche funzionare, visto che tradizionalmente la forza militare rovescia gli Stati. La domanda che dobbiamo porci piuttosto è: cosa resta dopo? Al di là delle macerie e della tragedia umana, sappiamo che a morire non sono i super ricchi che vanno via con i jet, non sono gli uomini più in alto del regime che bene o male, in qualche modo se la potrebbero cavare, ma sono invece i civili, le persone normali. Cosa resta quindi dopo? Io ricordo sempre che gli Stati Uniti sì, vincono le guerre, ma come dice un vecchio detto talebano “Voi avete le armi, noi abbiamo il tempo”. I talebani lo hanno dimostrato in Afghanistan. Hanno perso nel 2003, ma poi sono ritornati al potere. In Iraq hanno buttato Saddam Hussein giù dal trono; niente di simile è stato più riproposto, però l’Iraq ha conosciuto lo Stato islamico, la confusione e quasi vent’anni di instabilità politica. Ormai credo che neanche gli oppositori interni del regime iraniano siano così sereni, perché sanno benissimo che nel momento in cui gli Ayatollah dovessero cadere – e probabilmente cadranno, perché se Israele e gli Usa lo decidono, cadranno – ecco, è importante dire che senza appoggio della popolazione, la mano militare da sola non riesce a “mantenere il gioco”. È tutta la storia degli Stati Uniti dal ’45 in poi: dal Vietnam alla Corea, l’Iraq 1, l’Iraq 2, l’Afghanistan, la Siria, la Libia.”

Questione di classe (Mondadori)

A proposito di oppositori interni all’Iran: com’è composta l’opposizione politica contro Khamenei? Potrebbe fare qualcosa?

“Esistono varie forme di opposizione. Il problema dell’opposizione iraniana è che è frammentata, per antonomasia, in piccoli gruppi. Apparentemente quello più visibile in Occidente è quello della dinastia Pahlavi, ma oltre al fatto che è finanziata dagli Stati Uniti, dalla Cia e dal Mossad – quindi chiaramente sembrerebbe l’unica opposizione esistente – tutti gli altri gruppi sono frammentati in varie correnti. Per un lettore italiano possiamo dire che c’è una situazione simile a quella della resistenza italiana. Non c’è un’unica ideologia: in Italia per esempio c’erano i monarchici, i partigiani, i comunisti. Ma mentre la resistenza italiana ha creato il Comitato di liberazione nazionale, che era un coordinamento che aveva quantomeno il comune obiettivo di buttare prima giù i fascisti e poi organizzarsi, in Iran manca anche questa forma di collante; il regime è sopravvissuto fino ad adesso anche per questo.”

In questo senso, come valuti l’autocandidatura di Rezha Pahlavi, erede dello scià, che si è detto disposto a guidare l’Iran? Secondo la tua conoscenza storica e del contesto, potrebbe essere verosimile un ritorno dello scià e verrebbe accettato dalla popolazione iraniana?

“Sì, sarebbe verosimile, perché se poi sono gli Stati Uniti e Israele a imporre il cambio di regime, va da sé che le possibilità per la dinastia dei Pahlavi sono altissime. Accettati dalla popolazione? Sì, anche qui, ma per disperazione. Abbiamo visto quello che è successo in Siria e in Libia. Stanche della guerra le persone accettano, però è una bomba a orologeria perché si crea comunque una società schiacciata, che non si sente rappresentata e che ha un l’impressione di essere stata invasa. Per cui, magari non questa generazione, ma la prossima, a un certo punto qualcuno non ci starà più.”

Che futuro vedi per l’Iran rispetto alla caduta del regime di Khamenei? Una caduta che potrebbe accadere, ma attraverso una guerra israelo-statunitense

“L’impressione secondo me interessante, che potrebbe modificare gli equilibri, sarà vedere come reagiranno le persone negli altri Paesi. Per esempio, nel mondo mussulmano in generale, benché l’Iran non sia mai stato visto bene, essendoci una forte contrapposizione tra sciiti e sunniti, c’è un po’ quest’idea che l’Iran sarà quello che la “farà pagare” per le morti dei gazawi e l’imperialismo statunitense. Così si dice. Non ci riuscirà per davvero, perché chiaramente l’Iran è militarmente inferiore, però è interessante che in un certo senso il mondo musulmano si sta ricompattando intorno all’Iran. Vedremo nei prossimi anni.”

Donald Trump, J. D. Vance, Marco Rubio e Pete Hegseth annunciano l’attacco degli Usa verso l’Iran

Dopo i primi attacchi israeliani, diverse personalità iraniane dissidenti, che vivono in Italia, in Europa e negli Usa, hanno sostenuto che la guerra contro l’Iran sia l’unico modo per cacciare il regime. Tra di loro anche il tenore Ramtin Ghazavi. Come valuti questa presa di posizione?

“Penso che sia l’idea comoda di chi può vivere al sicuro in Occidente e dire questo anche per interesse politico, carrieristico e di comodo. Ci sta che debbano appoggiare lo scià, e chi è sostenuto dalla Cia e da Israele, facendo la parte del “bravo immigrato”. Visto che l’iraniano medio viene dipinto come il bombarolo pazzo che è contro l’ordine costituito, per non finire in questa caricatura grottesca si allineano. Però è un tipo di allineamento che non rispecchia il volere della popolazione iraniana rispetto allo scià che è stato cacciato nel 1979 non solo dagli islamisti. E poi soprattutto, questa è la posizione di chi è disposto a sacrificare le vite, ma le vite degli altri. Certo è che dire di bombardare per cambiare il regime, da un appartamento di Milano, è più comodo che farlo da Teheran.”

Dopo la cacciata dello scià, l’Iran è diventato una Repubblica islamica, dunque un regime e non una democrazia, in cui c’è persino la polizia morale. Tuttavia, l’attacco di Israele e poi degli Stati Uniti, non rischia di rafforzare nell’opinione pubblica iraniana il sostegno a Khamenei?

“Sì, perché, se per esempio ci fosse stato un caso di guerra civile, in cui Israele avesse deciso di appoggiare uno dei due fronti, sarebbe stato diverso. Ma qui, al contrario, la sensazione generale è quella di trovarsi di fronte a un Paese aggredito, tra l’altro senza apparente motivazione fondata. Questo può sicuramente risvegliare una sorta di orgoglio nazionale anche tra chi non aveva simpatie verso Khamenei. Però, c’è una cosa che secondo me unisce Israele e Iran: l’orgoglio del popolo. Entrambe sono popolazioni estremamente orgogliose e patriottiche, anche nel senso bello del termine; quindi, come gli israeliani sono orgogliosi delle proprie origini, lo sono molto anche gli iraniani che sono una civiltà che si auto definisce Persia. Mio padre parla ancora di Persia, una civiltà con cinquemila anni di storia. È difficile frammentare un popolo che a dispetto delle differenze regionali è sempre stato unito, e penso che questo sia un po’ nel loro Dna. Dire che qualcuno da fuori possa decidere per loro, potrebbe ferire l’orgoglio di più di un iraniano e – dico purtroppo, da dissidente – rendere anche paradossalmente più solido il regime.”

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