Il governo di Tripoli sembra davvero intenzionato ad aumentare i propri sforzi nel ramo diplomatico e mediatico per provare a capovolgere le sorti di un conflitto, quale quello avviato da Haftar per la presa della capitale, che al momento vive una profonda fase di stallo. Se nei giorni scorsi si ha modo di documentare la strategia dell’esecutivo guidato da Al Sarraj grazie alla visita proprio del premier libico in Europa, si apprende adesso che il governo di Tripoli cerca di fare breccia in tal senso anche oltreoceano. E gli investimenti, in termini di mezzi e denaro, appaiono abbastanza importanti.
I contratti con la Mercury e con la Prime Policy Group
A dare notizia dei movimenti politici e diplomatici dell’esecutivo di Al Sarraj nei propri rapporti con gli Usa, è la testata libica AddressLibya che, a sua volta, riprende un approfondimento del sito Al Monitor. Ma prima, per comprendere al meglio il contesto, occorre fare un passo indietro. Il 19 aprile scorso il presidente Usa Donald Trump interviene per la prima volta nel conflitto che sta interessando dal 4 aprile la capitale Tripoli, dove le truppe di Haftar premono sulle forze rimaste fedeli al governo guidato da Al Sarraj. In quel caso l’inquilino della Casa Bianca chiama proprio il generale uomo forte della Cirenaica per riconoscergli il ruolo nel contrasto alle forze terroristiche in Libia. Non un disconoscimento dell’esecutivo di Al Sarraj, ma di certo nemmeno una buona notizia per il numero uno del consiglio presidenziale stanziato a Tripoli. Da qui l’esigenza di provare a fare breccia all’interno della politica statunitense.
Il primo obiettivo per Al Sarraj sembra essere quello di ripulire l’immagine del suo governo, impelagato spesso negli imbarazzi dati dalla presenza di gruppi islamisti tra le forze che combattono contro Haftar e che difendono il suo esecutivo a Tripoli. Una dicotomia, quella in cui Haftar assume il ruolo di generale anti terrorismo ed Al Sarraj invece di politico che si serve di terroristi che, per il governo libico, appare molto più di un semplice problema. Così come riporta Al Monitor, pochi giorni dopo la chiamata di Trump al generale della Cirenaica il governo di Al Sarraj approva la spesa di due milioni di Dollari per la stipula di un contratto con la società Mercury Public Affairs, specializzata nella cura dell’immagine di grandi enti e di governi e che, soprattutto, appare già in contatto con Turchia e Qatar.Lo scopo appare proprio quello di curare l’immagine offuscata dell’esecutivo di Tripoli.
Ma gli inviati di Al Sarraj negli Usa non si limitano soltanto a questo accordo. Alcuni di loro vanno a Washington per entrare nelle stanze della politica americana. Al Monitor intervista uno dei libici presenti oltreoceano a fine aprile, Ibrahim Sahad: è lui a raccontare di un altro contratto, questa volta da 1.8 milioni di Dollari, con la Prime Policy Group. Si tratta di una società lobbistica presieduta dal deputato repubblicano Charles Black: “L’obiettivo – racconta Sahad su Al Monitor – è quello di fare in modo che il governo Usa faccia pressioni sui suoi alleati del golfo per bloccare l’invio di armi ad Haftar”. Il riferimento è ovviamente ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in primis, stretti alleati e finanziatori del generale. Al congresso Usa è presente in quei giorni anche il vice di Al Sarraj, quell’Ahmed Maitig che da un lato rappresenta il volto più moderato di Misurata (e che appare fidato interlocutore dell’Italia), ma dall’altro è un esponente considerato vicino ai Fratelli Musulmani, il movimento che Trump vorrebbe inserire nella lista dei gruppi terroristici.
Le carte in gioco per Al Sarraj
Compito della Prime Policy è quello di attuare un’attività di lobbying volta a persuadere Trump dal considerare Haftar come nemico del terrorismo e, al contrario, dare ampio sostegno al governo di Tripoli. Per questo Maitig si trova a Washington proprio a fine aprile, accreditato grazie all’attività della Prime Policy come “foreign agent” al Congresso per parlare in merito dell’attuale situazione a Tripoli e delle iniziative del governo che rappresenta. Nei giorni seguenti è lo stesso Charles Black a confermare i rapporti con l’esecutivo di Al Sarraj, anche se nega di aver firmato un contratto con Tripoli: “È vero che ho incontrato Maitig – dichiara il deputato ad Al Monitor – Ma l’ho fatto su base volontaria, essendo stato presentato da un amico in comune e così è stato poi invitato al Congresso. Ma la Prime Policy non rappresenta il governo di Al Sarraj”.
Di certo comunque, da Tripoli appaiono preoccupati di portare avanti quella che appare come l’unica vera chance di spostare a proprio favore il conflitto, ossia fare in modo che la comunità internazionale convinca Haftar a lasciare la Tripolitania. Non a caso, così come ripetuto da Al Sarraj nei suoi incontri tenuti in Europa, l’unica condizione per firmare un cessate il fuoco è quella che l’esercito del generale lasci i territori guadagnati dallo scorso 4 aprile. Una circostanza però molto lontana dalla realtà e che per il momento nessun attore internazionale si premura per farla attuare. Intanto sul campo la guerra continua: anche nelle scorse ore si registrano scambi di colpi d’artiglieria e raid da entrambe le parti, sempre nel lungo fronte posto 25 km a sud di Tripoli.



