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Concluso il tour di Fayez al-Sarraj, che nel giro di meno di 48 ore porta il premier libico tra Roma, Berlino e Parigi, adesso è tempo di bilanci. Come già spiegato nelle scorse ore, quello del capo del governo di Tripoli appare un tentativo volto a mettere in campo la sua strategia diplomatica, unica carta rimasta per provare a rinsaldare la propria posizione all’interno della capitale libica.

Le richieste di Al Sarraj impossibili da esaudire

Il premier tripolino, ancora in sella nonostante non controlli alcun isolato di Tripoli e ben che meno gli altri territori della regione, fiuta che l’aria nel vecchio continente sta cambiando. Lui, installato nella capitale libica dall’inizio del 2016 dopo gli accordi di Skhirat e riconosciuto subito dall’Italia, intuisce che forse anche quei governi ufficialmente amici iniziano a guardare con sempre maggiore interesse a Khalifa Haftar. Questo non certo da adesso, proprio il nostro paese ad esempio a Palermo, in occasione del vertice, concede al generale della Cirenaica tutta la scena e nessuno dal resto d’Europa nei mesi successivi blocca Haftar mentre si prende il Fezzan arrivando a controllare l’80% del paese. Ma adesso lo scenario è diverso, c’è una guerra di mezzo ed un’azione militare con la quale il generale vuole prendere le chiavi delle casseforti di Tripoli.

Ed Al Sarraj sa di non potersi permettere tentennamenti anche dagli alleati. Per questo vola in Europa, provando a dare di sé l’immagine di uomo del dialogo per contrapporla a quella invece di “generale guerrafondaio” di Haftar. Ma ciò che chiede appare molto velleitario: la condanna dell’azione di Haftar e l’indietreggiamento dell’Lna alle posizioni che tiene prima del 4 aprile, prima cioè dell’inizio dell’offensiva. Roma, Parigi e Berlino ricevono Al Sarraj e continuano a riconoscere il suo governo, ma da nessuna di queste capitali arriva l’appoggio incondizionato alle richieste del premier. Nessuno vuole l’indietreggiamento di Haftar, al massimo vi è il via libera ad un eventuale cessate il fuoco ma senza altre condizioni.

Così come, da nessuno dei governi europei arriva (e né arriverà mai) la condanna all’azione di Haftar. In poche parole, solo Al Sarraj vede il generale come nemico o, per meglio dire, è costretto a vederlo e descriverlo come nemico.

La doppia morsa in cui si trova Al Sarraj

La posizione del premier tripolino infatti, appare fortemente condizionata da una situazione che lo vede stretto tra due fuochi: da un lato Haftar, dall’altro le milizie che ufficialmente stanno al suo fianco. Queste ultime appaiono unite lungo il fronte a 25 km a sud di Tripoli soltanto perchè richiamate dal nemico comune, che è per l’appunto il generale della Cirenaica. Ma non sembrano disposte a voler Al Sarraj come capo del governo a lungo. Ed ecco perché dunque il premier, dopo aver stretto la mano ad Haftar a Palermo e ad Abu Dhabi riconoscendo almeno implicitamente una possibile divisione dei poteri, adesso descrive l’offensiva dell’Lna come un’aggressione immotivata contro cui opporsi senza condizioni.

Al Sarraj sa che nel momento in cui ufficialmente il suo governo dovesse tentennare circa l’opportunità di “difendere” Tripoli da Haftar, allora la sua fine politica arriverebbe ben prima di un eventuale ingresso del generale nella capitale. Sarebbero le stesse milizie pagate, in parte, dal suo governo a chiedere la sua testa. Al Sarraj non può quindi fare altro che girare per l’Europa chiedendo aiuti e sostegno, ma l’unica cosa che lo salva per adesso è quella fase di stallo lungo il fronte che impedisce ad entrambe le parti di avere la meglio sull’avversario.

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