A pochi mesi dalla caduta di Saddam Hussein, un quartiere popolare di Baghdad ha cambiato nome: Saddam City, sobborgo di quasi un milione di abitanti edificato negli anni 60 per dare alloggi a persone sprovviste di abitazioni, è diventato Sadr City ed è ancora così che attualmente è chiamato. Il perché è presto detto: l’edificazione del quartiere popolare ha attratto nel corso degli anni molte famiglie povere soprattutto del sud del paese, zona a maggioranza sciita. Sadr City è un quartiere di fatto sciita di Baghdad, il fatto che sia dedicato ad Al Sadr la dice lunga sulle ultime dinamiche elettorali accadute tanto nella capitale irachena quanto nel resto del paese.

La popolarità di Moqtada Al Sadr

Il vincitore delle ultime consultazioni è proprio lui, Moqtada Al Sadr: un ritorno per lui, forse anche una rivincita dopo anni in cui era caduto in qualche modo nel dimenticatoio. Il nome Al Sadr in Iraq fa sempre discutere: nemico di Saddam il padre, nemico di Usa ed Iran il figlio. Il padre di Muqtada, Muhammad Sadiq Al Sadr, era di Najaf e dunque di una delle città più importanti per gli sciiti iracheni. Figura rispettata ed anche acclamata nel mondo sciita, per l’ex rais iracheno sia lui che la sua rete che aveva costituito rappresentava una vera e propria spina nel fianco. Per tal motivo, quando la sua vita terminò proprio a Najaf a seguito di un agguato nel 1999, in cui persero la vita anche due dei suoi figli, il mondo sciita iracheno si infiammò nuovamente. Sadiq Al Sadr, oltre ad essere rispettato, era un punto di riferimento per gli strati più poveri della popolazione e non a caso aveva il suo più importante seguito nella futura Sadr City.

La sua eredità sia religiosa che politica è stata quindi presa da Moqtada, il quale quattro anni dopo la morte del padre si ritrova nel bel mezzo di un contesto radicalmente cambiato: l’intervento Usa ha scalzato dal potere Saddam Hussein il 9 aprile 2003, già la settimana successiva il suo nome appare tra gli oppositori più pericolosi alla presenza americana nel paese. Il vuoto di potere creato dalla caduta del rais, ha dato modo ad Al Sadr di accrescere la propria popolarità: assieme ai fedelissimi infatti, si è occupato di distribuire aiuti e viveri nelle zone sciite di Baghdad e nel sud del paese, promuovendo al contempo la resistenza contro le truppe straniere. Washington, prima ancora che i quadri del vecchio regime baathista, ha iniziato a temere maggiormente la figura di Al Sadr. Nel giugno 2003, il leader sciita fonda quindi la sua brigata paramilitare: l’esercito del Mahdi.

I suoi miliziani sono protagonisti della ribellione contro le truppe straniere. L’apice si ha nell’aprile del 2004, quando viene chiuso il quotidiano di proprietà di Al Sadr e si giunge anche ad un tentativo di arresto dello stesso fondatore dell’esercito del Mahdi. In tutte le principali città del sud dell’Iraq, si innescano vere e proprie battaglie contro le forze della coalizione occidentale. Anche gli italiani sono stati impegnati, a Nassiriya, nella cosiddetta “battaglia dei ponti” del 6 aprile 2004. L’insurrezione sciita guidata da Al Sadr è stata poi via via repressa dalla stessa coalizione a guida Usa, anche perché l’attenzione nel paese è andata ad attestarsi soprattutto nella provincia di Al Anbar, lì dove l’estremismo di Al Qaeda iniziava a creare grossi grattacapi.

Anche se le attività paramilitari e para terroristiche dell’esercito del Mahdi sono proseguite fino all’agosto del 2008, in realtà si è assistito ad un progressivo passaggio dell’azione di Al Sadr dal campo militare a quello politico.

Né con gli Usa e né con l’Iran

I nemici di Washinton in Iraq sono diventati altri dopo che, tra il 2003 ed il 2004, Al Sadr poteva “vantare” forse il fatto di essere secondo solo a Saddam nella lista dei principali ricercati. Questo non ha spento la popolarità dello stesso Al Sadr, il quale però progressivamente ha lasciato terreno ad altri nelle vicende politiche e militari irachene. Si dice anche che tra nel 2008 Al Sadr sia andato a studiare giurisprudenza sciita a Qom, in Iran, per fare ritorno a Najaf soltanto nel 2011. In realtà, il leader sciita stava soltanto preparando la definitiva svolta della sua attività in Iraq: l’esercito del Mahdi è diventato “Brigata della Pace”, i suoi discorsi sono rivolti non solo agli sciiti ma a tutti gli iracheni, il suo movimento assume sempre meno caratteri settari e sempre più un respiro nazionale.

Quando l’Isis incombe nel nord del paese e comanda anche su Mosul, Al Sadr accusa il governo e l’esercito di corruzione e chiama a raccolta a Baghdad migliaia di manifestanti: nelle loro mani nessun vessillo sciita o settario, solo la bandiera irachena. I suoi discorsi contro la corruzione e contro il sistema politico post Saddam attirano sempre più cittadini, anche non sciiti. Non sorprende più di tanto quindi che, alla vigilia delle elezioni dello scorso 12 maggio, sia arrivato l’annuncio dell’alleanza tra il suo movimento ed il Partito Comunista. Secondo Al Sadr, l’Iraq deve liberarsi dal gioco delle potenze straniere, dunque non solo della presenza Usa ma anche delle interferenze iraniane. L’uomo figlio di uno dei principali nemici di Saddam, capace di mettere paura a Washington subito dopo la fine del rais, si è quindi negli anni organizzato per tornare alla ribalta sotto un profilo prettamente politico.

E così i 55 seggi conquistati il 12 maggio, spingono la sua coalizione alla maggioranza relativa in parlamento ed adesso per lui, che comunque non potrà diventare premier in quanto non candidato in prima persona al parlamento, si aprono le prospettive per un ruolo di primaria importanza nel prossimo esecutivo iracheno.

Le prospettive per il futuro governo

Sciita ma non gradito a Teheran, così come appare ovviamente essere lontano dalle posizioni Usa, Al Sadr deve trovare alleati per aspirare ad un governo guidato dalla sua lista. Guardando alle posizioni di politica estera, potrebbe sorgere in seno al variegato mondo sciita un’alleanza con il premier uscente Al Abadi, fautore di una politica dei “due fuochi” tra Teheran e Washington. Da escludere invece l’alleanza con Fatah, la lista delle ex milizie anti Isis direttamente foraggiate dall’Iran. Pur tuttavia, i discorsi di Al Sadr contro la corruzione dell’ultimo governo rischiano di non far apparire molto allettante per la sua base di militanti un governo assieme al premier uscente.

Il quadro politico iracheno è comunque molto frammentato, con i due partiti curdi tra le altre cose capaci di poter esercitare il ruolo di ago della bilancia. Di certo però, la parabola di Al Sadr appare quasi del tutto completata: da uomo guida degli sciiti a cardine di un malcontento popolare capace per la prima volta di creare liste di carattere nazionale/ideologico e non settario. Adesso ogni scenario, comunque vada, dovrà vedere l’influenza di Al Sadr all’interno dei quadri politici iracheni.

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