L’Arabia Saudita potrebbe trovarsi di fronte all’insorgere di una nuova problematica di carattere politico in seguito agli annunci effettuati circa la volontà di intraprendere un percorso di riforma del mercato del lavoro.
Alcuni provvedimenti riguardano innanzitutto l’inclusione delle donne, da sempre estromesse da molti diritti civili, compreso quello di conseguire la patente di guida, e una forte stretta sulle regole di immigrazione.
Il coinvolgimento, in tal senso, riguarda in prima battuta la condizione dei lavoratori yemeniti nel grande regno islamico dei Salman. In un’intervista rilasciata da Mohammed Ali al-Houthi al quotidiano yemenita al Thawra, il leader del governo de facto dei ribelli yemeniti del Nord, lo stesso ha dichiarato che i lavoratori che ritornano dall’Arabia Saudita sono i benvenuti, e che avranno ancora un lavoro, quello di difendere la propria nazione nelle loro basi militari.
Queste dichiarazioni si inquadrano in un allarmante contesto di ricaduta della crisi dello Yemen, sempre marginalizzata dalle cronache ma che ora potrebbe raggiungere un nuovo culmine.
La revisione economica dell’Arabia Saudita, di cui il Paese ha un disperato bisogno, potrebbe avere un pericoloso effetto imprevisto. Costretti a tornare in un paese in preda a una crisi umanitaria e senza prospettive economiche, si prevede che migliaia di yemeniti deportati possano prendere le armi per unirsi agli Houthi o ad Al-Qaeda, che vedono l’afflusso di giovani senza lavoro opportunità di assunzione.
Il principe ereditario Mohammad bin Salman, che sta guidando le riforme del “Vision 2030” progettate per modernizzare il paese e liberarlo dalla sua dipendenza dal petrolio, ha precedentemente descritto l’operato dei lavoratori stranieri come “delle riserve” che poteva dare ai cittadini sauditi in qualsiasi momento.
Secondo le statistiche del ministero dell’Interno saudita, il 65% di coloro che sono stati deportati a partire dallo scorso novembre sono yemeniti, il che significa che 100mila sono già stati mandati a casa e altri 130mila attendono un destino simile.
Non è possibile riportare cifre precise, ma le stime fornite da diverse fonti sulla questione paventano che circa il 10% dei 100mila rimpatriati finora si sarebbe unito a una forza combattente.
Si stima che circa un milione di yemeniti viva attualmente in Arabia Saudita e le rimesse inviate a casa dai lavoratori all’estero sono un’ancora di salvezza per le loro famiglie rimaste nel Paese d’origine. Tre quarti dei 22 milioni della popolazione yemenita è diventata dipendente dagli aiuti per sopravvivere dall’inizio del conflitto e otto milioni di persone vivono sull’orlo della carestia in quello che si configura come il peggior disastro umanitario del mondo.
“La dichiarazione di Mohammed Ali al-Houthi è stata davvero spaventosa”, ha detto Faizah al-Sulimani, che ha lasciato lo Yemen per l’Arabia Saudita nel 2015 e lavora a progetti di aiuti da remoto.
In Yemen gli stipendi non vengono pagati da due anni, e ciò ha causato una crisi in cui le persone sentono di non avere altra scelta che combattere per mettere il pane sul tavolo “, ha detto. “Conosco personalmente cinque giovani che erano studenti in altri Paesi e sono stati deportati e si sono uniti agli Houthi e ad altre milizie come il Consiglio transitorio meridionale. È molto frustrante”.
I combattenti assoldati dagli Houthi vengono pagati 100 dollari al mese per difendere la linea del fronte contro una coalizione di soldati yemeniti, forze tribali locali del governo yemenita in esilio e truppe saudite e degli Emirati Arabi Uniti. I rami yemeniti Al-Qaeda e Daesh offrono una remunerazione simile.
Riyadh è stata ripetutamente condannata da organizzazioni umanitarie per il suo coinvolgimento nel conflitto in corso nello Yemen. La coalizione militare a guida saudita dei paesi arabi che sostiene il governo yemenita in esilio contro gli Houthi sostenuti dall’Iran, in controllo della capitale, è accusata di non aver preso le adeguate precauzioni per evitare inutili perdite di vite civili nelle campagne di bombardamenti.
Gran parte della devastazione è stata causata dalle armi vendute all’Arabia Saudita da alleati come il Regno Unito e gli Stati Uniti – una mossa che ha preoccupato i funzionari all’interno dell’amministrazione di Barack Obama, poiché potrebbe configurarsi come una complicità nei crimini di guerra.
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