La mancata consegna di aiuti umanitari a Gaza potrebbe portare alla sospensione di altri aiuti, di diversa natura: quelli militari, che gli USA forniscono incessantemente ad Israele. Come si legge sul New York Times, Washington ha inviato un primo reale avvertimento a Tel Aviv su quanto accade a Gaza. Un monito dai “toni forti” e che risuona persino come un ultimatum, formalizzato nero su bianco in una lettera firmata dal segretario di Stato Antony Blinken e dal segretario per la Difesa Lloyd Austin, che avverte: “Israele avrebbe 30 giorni di tempo per affrontare le preoccupazioni legate alla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza” pena il possibile stop all’invio delle armi.
Non ci sarebbe che da gioire per un’iniziativa che potrebbe alleviare le terribili sofferenze dei palestinesi, anche se tragicamente tardiva, giungendo dopo un anno di denunce delle difficoltà create da Israele alle agenzie umanitarie. Ma la tempistica dell’ultimatum desta non poche perplessità. Infatti, come riporta Responsable Statecraft, “la scadenza di 30 giorni” rinvia la questione a dopo le elezioni presidenziali, che si svolgeranno tra tre settimane. In questa ottica, l’avvertimento statunitense, più che un ultimatum, sembra piuttosto una mera “mossa politica”, ritenuta da molti “tardiva e insufficiente”.
Infatti, la missiva, che è stata resa pubblica martedì scorso, arriva nel contesto di una “campagna elettorale in cui diversi progressisti del partito [democratico] affermano che Biden e la Harris dovrebbero fare più pressione su Israele per prevenire la morte di civili a Gaza”. A conferma che si tratta di una mossa politca, il fatto che il monito a Israele arrivi in parallelo a una decisa presa di posizione della Harris pubblicata sui social. “L’ONU – ha scritto la Harris – segnala che nel Nord di Gaza non arriva cibo da quasi due settimane. Israele deve fare subito di più per facilitare l’arrivo degli aiuti a quanti ne hanno bisogno. I civili devono essere protetti e devono avere accesso a cibo, acqua e medicine. Il diritto umanitario internazionale deve essere rispettato”. Insomma, l’ultimatum a Israele sembra più un modo per tentare di placare il dissenso che agita gli elettori democratici, e guadagnarne i voti, piuttosto che per placare la fame dei palestinesi.
Di interesse quanto dichiarato a RS da Daniel Levy, analista israelo-britannico e presidente del U.S./Middle East Project: la lettera “avverte che un fallimento [israeliano] nel dimostrare un impegno nell’implementare e mantenere queste misure può avere implicazioni [cioèl’embargo sulle armi ndr] per quanto riguarda la politica degli Stati Uniti ai sensi del NSM-20 [il memorandum sulla sicurezza Nazionale] e di altre leggi sul tema in vigore negli Usa”. C’è, però, da chiedersi, afferma Levy, “come mai l’amministrazione Biden non abbia adottato questo tipo di ultimatum quando avrebbe dovuto” e cioè nel corso dell’ultimo anno.
Invece, mentre l’approccio alle sofferenze dei palestinesi si è limitato a ripetuti quanto flebili moniti all’alleato israeliano perché moderasse la sua aggressività, gli aiuti, quelli veri, sono andati a Tel Aviv. Infatti, l’ultimo è stato un anno record per gli aiuti diretti a Israele: gli Stati Uniti, infatti, “hanno stanziato almeno 17,9 miliardi di dollari in aiuti militari” (come ha scritto in queste pagine Roberto Vivaldelli), ovvero la somma più alta mai registrata in un arco di tempo così breve, da quando, nel 1959, Washington iniziò a sostenere economicamente Tel Aviv.
Al momento, dal Primo ministro israeliano non è giunta nessuna reazione all’ultimatum. Tuttavia, proprio perché scade dopo le elezioni presidenziali statunitensi, “Netanyahu potrebbe decidere di attendere fino a quando non sarà chiaro se dovrà trattare con Kamala Harris o con Donald J. Trump”. Insomma, per quanto l’avvertimento americano possa apparire deciso, resta il fatto che, attualmente, “la grande matassa di problemi da sbrogliare è posticipata a dopo le elezioni”.

