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Guerra

AI in guerra: da Claude a Palantir, l’Iran come primo teatro della rivoluzione militare

IA decisiva per il riconoscimento obiettivi. Nella Terza guerra del Golfo il battesimo su larga scala è arrivato.
iran

Gaza è stata la prova generale, l’Iran la prima assoluta: l’intelligenza artificiale sbarca in un conflitto su larga scala come elemento integrante dello scenario militare e come apparato di proiezione operativa contro bersagli di primo piano. Nella Terza guerra del Golfo il battesimo su larga scala è arrivato.

L’intelligenza artificiale per colpire Khamenei

Lo si è visto con le operazioni iniziali della guerra che hanno inaugurato il conflitto, con l’attacco israelo-americano ai vertici del regime iraniano, l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei e degli alti capi militari di Teheran, e con la continua e metodica ricerca di obiettivi primari da parte del Centcom di Washington e dell’Israel Defense Force. Lo si capisce dall’analisi del Financial Times che ha ricostruito l’attività dell’Unità 8200 dell’Idf, del Mossad e della Cia per tracciare Khamenei, in un racconto che, tra sabotaggi di telefoni e hackeraggi delle telecamere di sicurezza, ha un convitato di pietra nelle tecnologie di Intelligenza Artificiale.

L’IA accorcia notevolmente la kill chain, ovvero i passaggi necessari perché, tra identificazione obiettivi e definizione dell’operazione contro un bersaglio, i decisori facciano le scelte necessarie. Donald Trump e Benjamin Netanyahu avevano notizia dal 23 febbraio della riunione in cui Khamenei era destinato a essere sorpreso e ucciso nella giornata del 28 febbraio, e in quest’ottica l’intelligence ha potuto sfruttare l’IA per rendere operativo in tempo reale il piano di uccisione. Il Times fa notare che, grazie al ruolo dell’IA, gli Usa adoperano solo 20 truppe per sostenere il lavoro fatto da 2mila uomini ai tempi dell’Iraq identificando i target operativi, sottolineando il ruolo decisivo dell’infrastruttura IA garantita da Palantir, principale azienda a cavallo tra innovazione tecnologica e sicurezza nazionale:

Il Pentagono sta sviluppando  il Progetto Maven con l’aiuto di Palantir dal 2018 e il software è integrato in tutti i comandi militari statunitensi. Utilizza l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per elaborare enormi quantità di dati, specificamente per il targeting e la sorveglianza militare. Gli esperti lo hanno paragonato a una versione militare di Uber.

Maven di Palantir e Claude in campo

Un attento osservatore del contesto geopolitico e tecnologico americano come Andrea Venanzoni aveva del resto già identificato in Maven, commentando a caldo l’uccisione di Khamanei, un elemento decisivo. Cosa importante, Maven integra Claude di Anthropic, il sistema operativo oggetto di critiche da parte del Pentagono negli ultimi tempi per le riserve etiche del Ceo del gruppo, Dario Amodei, sull’utilizzo militare potenzialmente indiscriminato delle sue tecnologie. La guerra israelo-americana all’Iran è un conflitto dove Tel Aviv mette la strategia e Washington per ora soprattutto la tattica, ma che, al netto della confusione operativa di un’America imbarcatasi di un’avventura dai contorni ancora chiari e potenzialmente destabilizzanti per il mondo intero, sta dando prova del fatto che sull’integrazione militare dell’IA non si torna più indietro.

Venanzoni lo ha chiamato il “momento Oppenheimer” dell’IA in guerra, sottolineando sul suo Substack che “l’irrinunciabilità dell’IA per la sicurezza statale e per la difesa è un dato ormai assodato e pacifico”. In tal senso, Amodei potrebbe da un lato apparire come figura di alti valori etici o dall’altro parimenti ingenua e contraddittoria: in tempi di nuovi, dirompenti sviluppi è difficile chiedere di avere la garanzia di lauti appalti dall’architettura di difesa e sicurezza che governa il nuovo complesso militar-industriale-tecnologico in una fase di conflittualità sdoganata e, al tempo stesso, pensare di dettare gli standard etici. Claude si trova nella posizione di Microsoft o Google sul cloud della Difesa Usa, volendo bilanciare i contratti miliardari che legano Big Tech allo Stato profondo e la volontà di proseguire una narrativa libertaria sulla tecnologia che, spesso, appare più funzionale a usi interni e verso gli stakeholder che nella prassi.

L’IA in guerra

Chi ha provato a leggere lo spirito del tempo è stato Sam Altman, la cui OpenAI intende sostituirsi a Claude e i cui algoritmi hanno dimostrato, ironia della sorte, di essere efficaci e operativi nella prova del fuoco in Iran. Il Times nota che in futuro “per vincere le guerre le nazioni dovranno acquisire dati più velocemente dell’avversario. I dati potrebbero provenire da una miriade di fonti, come satelliti, aerei di sorveglianza e risorse a terra”, dovranno essere combinati sempre più rapidamente e portati agli operatori in tempi stretti.

Craig Jones, autore di The War  Lawyers: The United States, Israel, and Juridical Warfare, ha detto al Guardian che “l’intelligenza artificiale fornisce raccomandazioni su cosa prendere di mira, il che è in realtà molto più rapido, per certi versi, della velocità del pensiero”, e questo come dimostrato con l’algoritmo israeliano Lavander a Gaza può produrre controindicazioni problematiche sul targeting, paventando l’ipotesi che un’eccessiva espansione del potere decisionale dell’IA a scapito del fattore umano rischi di avere conseguenze letali in caso di conflitti estesi. L’Iran è un laboratorio e insegna, per ora, che l’IA può espandere il potere tattico. Ma non sa ancora fare strategia. Per ora, perlomeno. I conflitti, in ultima istanza, restano un fattore umano. Ma è lecito iniziare a chiedersi: per quanto sarà ancora così?

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