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Nella giornata di ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine per sviluppare una flotta di navi rompighiaccio da utilizzare nelle regioni polari del globo. Entro la fine del decennio dovranno essere costruiti almeno tre nuove unità “pesanti” di questo tipo per “salvaguardare gli interessi statunitensi nell’Artide e nell’Antartide” insieme all’individuazione di due siti per basi su suolo americano e altre due su suolo straniero.

Il memorandum presidenziale impone la formulazione di un progetto entro 60 giorni per dare ulteriore impulso a quelli, già esistenti, della Guardia Costiera Usa che prevedono la modernizzazione della piccola flotta di rompighiaccio di cui dispone.

Gli Stati Uniti, infatti, ad oggi possiedono solamente tre navi di questa particolare tipologia adatte alla navigazione nei mari polari: i rompighiaccio pesanti Polar Star e Polar Sea, e un’altra unità di medio tonnellaggio, l’Healy. In realtà le unità disponibili per la Guardia Costiera sono solo due, in quanto dal 2010 il Polar Sea è inattivo a seguito di un guasto all’impianto propulsivo e pertanto viene usata come fonte di pezzi di ricambio.

Per fare un confronto con altre nazioni “polari”, la Russia ne può schierare 40, la Finlandia ne ha sette, mentre Canada e Svezia sei ciascuna. Il divario risulta evidente ed il contratto del valore di 746 milioni di dollari stipulato ad aprile del 2019 dal governo Usa con la VT Halter Marine per la costruzione di tre nuove unità tipo Polar Security Cutter (definite Heavy Polar Icebreakers), grazie al nuovo ordine esecutivo presidenziale vedrà molto probabilmente un’immediata iniezioni di fondi che provocherà un’accelerazione delle tempistiche costruttive, che prevedevano la consegna della prima unità nel 2024, e molto probabilmente anche l’impostazione di altre tre unità. Il progetto, infatti, riguardava la costruzione, in totale, di sei unità, tre “pesanti” e tre “medie”, ma lo stanziamento finanziario originale copriva solamente le prime.

La Casa Bianca ha quindi deciso di premere sul pedale dell’acceleratore per “mantenere una forte presenza di sicurezza nell’Artico insieme ai nostri alleati e partner” e per farlo gli Stati Uniti “hanno bisogno di una flotta di rompighiaccio polari pronta all’uso, efficiente e disponibile, che sia testata dal punto di vista operativo e completamente usufruibile entro l’anno fiscale 2029”.

Forse dietro la decisione del presidente Trump c’è la notizia, arrivata ad aprile di quest’anno, che la Russia ha assegnato alla Atomflot, una sussidiaria di Rosatom, la compagnia che costruisce i reattori nucleari russi, e ai cantieri navali Zvezda il contratto per costruire la prima unità rompighiaccio pesante a propulsione nucleare che si candida ad essere la più potente della sua categoria. Tale nave è previsto che sarà consegnata alla flotta nel 2027 – fatto salvo i soliti ritardi strutturali dovuti all’intermittenza della capacità finanziaria russa – e sarà la prima di un totale di nove a propulsione nucleare che, insieme ad altre 4 convenzionali, andranno ad ingrossare la già corposa linea di rompighiaccio di Mosca.

La causa di questo improvviso polar pivot statunitense è da ricercare nella strategia russa per l’Artico, che comprende investimenti per la costruzione di nuove infrastrutture, basi militari incluse, per garantire la sicurezza della Rotta Nord, o passaggio a nord est, che mette in comunicazione il Mare di Barents con quello di Bering, diventata navigabile grazie ai cambiamenti climatici in atto.

Mosca, infatti, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico nella sua “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, e recentemente, grazie al progetto Vostok Oil, ha stanziato fondi per la costruzione di infrastrutture che andranno ad implementare lo sfruttamento delle risorse minerarie – principalmente idrocarburi – nell’Artico siberiano.

Gli Stati Uniti, in questi anni, hanno guardato con apprensione alle mosse della Russia nell’Artico, così come all’improvviso interesse dimostrato dalla Cina per quella zona ai confini del globo, e, almeno dal punto di vista normativo, hanno cercato di correre ai ripari per colmare il divario che separa Washington da Mosca sotto questo punto di vista.

Il 2020 National Defense Authorization Act, emerso lo scorso giugno dalla commissione senatoriale sui servizi armati, ha dato indicazioni al Segretario della Difesa per costituire una task force col il Capo di Stato Maggiore, il Genio dell’Esercito e la Guardia Costiera al fine di individuare dei potenziali siti per la costruzione di almeno un porto militare nella zona dell’Artico di competenza americana.

Il Congresso Usa, infatti, in quella occasione aveva dimostrato la propria preoccupazione per lo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord e la conseguente fervente attività militare e commerciale che abbiamo già evidenziato. In particolare si lamentava la carenza non solo di infrastrutture atte a sostenere logisticamente il naviglio militare Usa, ma anche la stessa scarsità di mezzi speciali come le navi rompighiaccio.

Ora grazie all’ordine dell’esecutivo, gli Stati Uniti proveranno a contrastare la politica russa – e quella cinese – per l’Artico trasformando così quelle remote regioni in un nuovo fronte caldo del contrasto geostrategico che contrappone le tre potenze su scacchieri diversi, come quello europeo ed estremo orientale.

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