Ad Afrin è in atto qualcosa che va al di là della terrificante guerra che devasta la Siria.

L’avanzata di Recep Tayyip Erdogan dal nome quasi ironico di Ramoscello d’ulivo, ha devastato il cantone curdo. Con le forze turche hanno agito anche miliziani islamisti che hanno saccheggiato i villaggi e ucciso – anzi, “neutralizzato”, come piace dire ai vertici turchi – migliaia di miliziani curdi.

Per Ankara l’obiettivo è sempre stato uno, almeno formalmente: creare una zona cuscinetto fra la Siria e la Turchia in cui non vi fossero più quelli che, per Erdogan, sono “terroristi” legati al Pkk. Uno strumento che serve ad Erdogan per espandere la sua sfera d’influenza tramite le forze armate e i gruppi jihadisti ad essi legati.

Una sostituzione etnica?

Chi non è morto nei combattimenti, è stato mandato fuori dal territorio di Afrin e di tutte le province curde. La motivazione è che non fossero aree sicure. Ma l’intenzione, abbastanza chiara, è che Erdogan voglia i curdi lontani dal confine con la Turchia e  rimpiazzarli con civili e gruppi ribelli amici di Ankara.

Le accuse sono iniziate già nei mesi scorsi. Gli islamisti delle aree riconquistate dall’esercito siriano hanno iniziato ad essere trasferite nel nord della Siria, proprio nei territori controllati dalle milizie filo-turche. A  Jarabulus  sono arrivati i terroristi dell’Esercito dell’islam  con le loro famiglie, dopo la liberazione di Damasco. Ad Afrin molte altre famiglie che provengono dalla Ghouta orientale e da Dumayr, a nord della capitale siriana.

Tutto questo mentre la popolazione curda non può rientrare nelle proprie case. Un paradosso che però rivela un piano abbastanza chiaro. Quelle case vengono gradualmente occupate dalla popolazione ribelle della regione di Damasco, in cui la Turchia può diventare un punto di riferimento. E nel frattempo i curdi, nemici giurati di Erdogan, sono costretti a vivere altrove.

 Il dramma dei profughi

Da quando è iniziata la guerra, gli sfollati siriani sono diventati milioni.  L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr) parla di sei milioni di profughi che vivono all’interno della Siria mentre di altri cinque e mezzo fuggiti oltreconfine. Il conflitto ha cambiato tutto. C’è chi è fuggito disperato dalla furia dello Stato islamico, chi dalle milizie ribelli o terroriste. Poi si sono aggiunti i curdi, costretti a fuggire dall’assedio turco e delle forze jihadiste.

Adesso, si sono aggiunte anche le famiglie delle enclave ribelli, costrette ad andare a vivere altrove. E qui il problema diventa ancora più complesso. Di fatto, queste famiglie sono tutte fuggite dalla Ghouta orientale perché non volevano tornare sotto il governo siriano. Per Damasco, quindi, sono terroristi.

Chi voleva tornare sotto il governo siriano, l’ha fatto. Chi non ha sfruttato l’occasione, si è di fatto dichiarato nemico del governo. Lo conferma anche un 19enne di Douma all’agenzia Rudaw appena trasferito ad Afrin: “Questa è una zona turca, protetta dai bombardamenti del regime siriano, ecco perché sono venuto qui”. 

Un nuovo pericolo per la Siria

Per la Siria, sorgono due problemi. Il primo, riguarda i bambini e le bambine al seguito dei genitori legati ai ribelli. Il rischio è che si condanni una generazione di figli di miliziani a diventare nemici facendoli vivere in arre controllate da islamisti. Il secondo problema, è che si creino sacche nel nord della Siria di fatto legate politicamente ad Ankara. 

Il piano di Erdogan funziona (per adesso) alla perfezione. Con i curdi fuori dai giochi e le cittadine svuotate dai suoi oppositori, può sostituirli con persone che si uniranno, abbastanza certamente, alla causa dei miliziani filo-turchi. Certamente in tutto questo c’è l’avallo di Bashar al Assad. Ma la Siria deve stare attenta: si sta creando un nuovo focolaio nel nord. Mentre a Erdogan non resta che attendere la sua esplosione.

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