L’Esercito siriano libero ovvero i ribelli moderati. Era questo il mantra che, fino a ieri, ci veniva propinato ogni giorno. Poi i miliziani del Free syrian army hanno aiutato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan a far piazza pulita di migliaia di curdi ad Afrin ed ecco che la narrazione è cambiata e quelli che erano i ribelli moderati si sono trasformati in jihadisti.

Aval Adnan, massimo responsabile dell’intelligence curda, ha spiegato a Lorenzo Cremonesi del Corriere: “Abbiamo prove incontrovertibili sul fatto che i militari turchi stiano utilizzando pericolosi militanti di Isis inquadrati nelle milizie che combattono contro di noi ad Afrin. Abbiamo mostrato ad alcuni tra i 5mila jihadisti chiusi nelle nostre carceri i filmati delle ultime battaglie e loro hanno riconosciuto con certezza almeno 27 loro compagni di Isis con le unità turche”.

Il legami tra Ankara e islamisti sono noti. A partire dalla rivolta del 2011, Erdogan ha aperto le porte della cosiddetta autostrada del jihad, permettendo a migliaia di terroristi di raggiungere la Siria. Poi è stata la volta del petrolio dell’Isis, contrabbandato nei porti turchi, un episodio raccontato anche dal presidente russo Vladimir Putin. L’obiettivo era estendere il controllo della Turchia sulla Siria, passando sul cadavere di Bashar al Assad. L’intervento russo e iraniano ha però cambiato i piani del Sultano.

Afrin rappresenta il laboratorio perfetto dell’esperimento di Erdogan. Il Reìs è infatti riuscito ad estendere la propria influenza nel nord della Siria, sfruttando il vuoto americano, il semaforo verde di Putin che ha ritirato le truppe russe dal cantone curdo e, soprattutto, la narrativa ambigua sui ribelli siriani, visti come moderati o terroristi a seconda delle convenienze politiche.

Cade il velo dell’ipocrisia sui ribelli

Alle 8.30 del 18 marzo, Erdogan annuncia la presa della città di Afrin. Le bandiere turche e quelle dell’Esercito siriano libero sventolano sugli edifici della città. Più di 1500 curdi sono caduti durante l’assedio. Chi è sopravvissuto è scappato, abbandonando tutto nelle mani degli occupanti. I miliziani dell’Esercito siriano libero, dipinti come i ribelli moderati, hanno subito cominciato a saccheggiare la città.

Hanno preso tutto: cibo, macchine, mobili e gioielli. Alcuni miliziani hanno anche dato fuoco ad alcuni negozi che vendevano alcolici, segno che la presenza del fondamentalismo islamico è forte.

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Uno dei ribelli “moderati” sponsorizzati dalla coalizione internazionale (Foto LaPresse)

Le forze turche e quelle ribelli hanno fatto saltare in aria anche una statua dell’eroe curdo Kawa, “simbolo della resistenza contro gli oppressori”. Altri monumenti cari alla popolazione curda sono stati irrimediabilmente sfregiati e distrutti.

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I miliziani in moto dopo aver abbattuto una statua ad Afrin (Foto LaPresse)

Come cambia la narrativa

Fino a poche settimane fa, l’Esercito siriano libero era visto come il simbolo di quelle forze ribelli che chiedevano più libertà e democrazia contro il governo di Damasco, tanto da ricevere aiuti militari e finanziamenti dalla coalizione a guida americana. Poi qualcosa è cambiato.

Per limitare le perdite all’interno dell’esercito turco, Erdogan ha usato i miliziani dell’Fsa come boots on the ground, rendendo palese ciò che si poteva già ipotizzare da tempo: l’Esercito siriano libero è il braccio armato di Ankara nel nord della Siria.

In questo modo, Erdogan ha mandato in frantumi la narrazione della rivolta siriana. Per anni, l’Occidente ha supportato la versione di un unico fronte di opposizione a Damasco e allo Stato islamico. La realtà era però diversa, ma lo si sta capendo solamente adesso. Ogni fazione ribelle era (ed è) supportata ed eterodiretta da una potenza straniera, che usa questi gruppi a proprio piacimento. Succede con l’Esercito siriano libero così come con i curdi.

Inizia ora una nuova fase della guerra. Nel complesso scacchiere siriano, adesso è chiaro chi sono i giocatori e quali pedine usano. Ma è ancora molto difficile capire chi sarà il giocatore che farà scaccomatto.