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Recep Tayyip Erdogan l’aveva annunciato ed è avvenuto. Dopo un lungo assedio, con migliaia di vittime fra i curdi e con circa 150mila civili in fuga, Afrin è caduta nelle mani dell’esercito turco. “La città è stata conquistata alle 8:30”, ha annunciato trionfante il Sultano da Ankara, dove si celebra l’anniversario della vittoria di Canakkale del 1915, quando l’Impero ottomano respinse l’offensivo anglo-francese. 

Il presidente turco ha voluto ribadire che non si tratta di una guerra offensiva, ma di protezione. Protezione contro i terroristi, come lui definisce le milizie curde, le Ypg. Secondo quanto annunciato dallo stato maggiore turco, le forze armate di Ankara sono entrate nella città insieme agli alleate dell’Esercito libero siriano. Per Rami Abdel Rahman, direttore dell’ormai noto Osservatorio siriano per i diritti umani, “le forze turche e i loro ausiliari siriani hanno preso il controllo di diversi quartieri e i combattimenti continuano“. La difesa, comunque, ha ceduto.

La Turchia ha avviato l’operazione Ramoscello d’ulivo il 20 gennaio scorso per creare una zona cuscinetto al di fuori dei confini turchi, nel nord della Siria. L’avanzata di Ankara non si è mai fermata. L’assedio di Afrin è durato parecchi giorni. All’inizio di questa settimana, il presidente turco aveva detto che la città sarebbe caduta in poche ore. Ci hanno impiegato più tempo, ma alla fine, il risultato l’hanno ottenuto. Lo sfondamento delle linee difensive è avvenuto nell’area sudorientale, nonostante il supporto delle milizie siriane filo governative.

Con l’ingresso ad Afrin, Erdogan vince una battaglia. Ma la guerra probabilmente continuerà. Adesso le truppe turche, una volta presa la città, punteranno a stabilizzarla (il presidente turco ha già annunciato di non volerla riconsegnare alla Siria qualora fosse rimasto Bashar al Assad) e adesso si punta a Manbij. Sarebbe questo il patto siglato con Rex Tillerson dal ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu. Per la Turchia è importante che le milizie curde, che considerano alleate del Pkk, siano oltre il corso del fiume Eufrate.

Secondo le stime turche, sono morti oltre 1.500 combattenti curdi dall’inizio dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”. La maggior parte sono morti in seguito ai raid aerei e ai colpi di artiglieria. Ma adesso bisognerà comprendere la reazione delle altre potenze coinvolte in Siria. e infatti gli Usa e le potenze occidentali hanno tacitamente acconsentito all’invasione del cantone di Afrin, Russia ed Iran sono su altre posizioni.

I rappresentanti di Iran, Russia e Turchia si incontreranno il prossimo 4 aprile ad Ankara. Il vertice rientra nella cornice degli accordi Astana, proseguiti a novembre a Sochi, in Russia. I tre Paesi hanno garantito alcune aree di de-escalation ,in particolare a Idlib. Il ministro degli Esteri kazako, Kayrat Abdrahmanov, ha lanciato un appello “al dialogo tra Russia e Stati Uniti”. Secondo Abrahmanov c’è in programma l’istituzione di un comitato per una costituente che stili la nuova legge fondamentale per il futuro della Siria.

Ma la situazione sembra molto meno semplice del previsto. Erdogan, con la caduta di Afrin, ha una posizione di vantaggio. Vladimir Putin, distratto dalle elezioni, non si è potuto concentrare sul fronte siriano e Assad si ritrova con le forze turche all’interno del proprio territorio dopo che Erdogan ha tramato per rovesciare il governo di Damasco.