L’Afghanistan invade le cronache quotidiane. Al dramma dell’evacuazione di centinaia di migliaia di persone in fuga dal nuovo regime talebano, si è aggiunto il tragico bilancio degli attentati di Kabul, una strage che ha coinvolto anche marines degli Stati Uniti. Per comprendere cosa è successo e cosa potrebbe accadere nel Paese ne abbiamo parlato con il generale dell’Esercito Giorgio Cuzzelli, oggi docente nel campo degli studi strategici e della sicurezza internazionale. Nel corso della carriera ha comandato unità ad ogni livello, nazionali e multinazionali, ed è stato impiegato in operazioni nei Balcani e in Afghanistan

Partiamo dalla cronaca. Le auto-bombe scuotono Kabul e l’esercito si è dissolto nel giro di pochi giorni. La domanda che sorge spontanea è: cosa abbiamo fatto in venti anni?

Nonostante ciò che ha affermato il presidente degli Stati Uniti, in Afghanistan l’Occidente ha provato a fare nation building. Abbiamo cioè tentato di costruire una nazione da zero, comprese le sue forze di sicurezza. Ma gli eserciti sono la fotografia della società dalla quale hanno origine: quindi delle tribù, delle tradizioni religiose e delle abitudini. Se la società è poco evoluta e frammentata, lo sarà anche l’apparato militare.

Cosa salva di questi venti anni?

In venti anni è stato fatto tantissimo, glielo assicuro, ma l’Occidente si è dato obiettivi forse troppo ambiziosi. In secondo luogo, l’Occidente manca di quella che è stata definita “pazienza strategica”. In buona sostanza ci vuole tempo per costruire un Paese: servono generazioni. Pensi ai Balcani. Siamo ancora lì adesso, checché se ne dica, ed è Europa. Probabilmente in Afghanistan abbiamo iniziato a rispondere alle domande delle élite intellettuali delle città, ma il paese profondo era – ed è tuttora – una società cristallizzata nella sua storia e nelle sue tradizioni. La parte più evoluta ha fatto sforzi eroici per progredire, ma venti anni sono davvero pochi per uno sforzo del genere.

Questo vale anche per le truppe?

Il modello di esercito e operazioni adottato era tipicamente occidentale. Questa differenza tra il nostro modo di pensare e preparare un esercito e il loro modo di fare la guerra era notevole: loro hanno cercato di adattarsi, ma hanno incontrato grosse difficoltà. In più, col senno di poi possiamo dire ora che sono state compiute delle scelte non del tutto azzeccate.

Ovvero?

Le faccio qualche esempio. Al di là del fatto che annunciare pubblicamente la data del proprio ritiro all’avversario significa servirgli la vittoria su un piatto d’argento, dalla tarda primavera al primo autunno è l’unico periodo in cui in Afghanistan si può combattere su larga scala, sia perché il clima lo consente e ci si può muovere sia perché sono disponibili i combattenti. Non ci sono raccolti da fare e il tempo è buono. Potrà sembrare una visione arcaica della guerra, e lo è secondo i nostri standard, ma è la realtà di buona parte del mondo. Non bisognava andarsene dall’Afghanistan in estate, perché è l’unico periodo in cui i contadini possono imbracciare il fucile. Altro esempio. Nella costruzione dell’esercito si è pensato sin dall’inizio di mischiare la provenienza etnica e regionale dei soldati per sopraffare il tribalismo e costruire uno strumento unitario. In buona sostanza, i soldati del Nord sono stati mandati a combattere nel Sud e viceversa. Il combinato disposto della lontananza da casa, dell’impossibilità di aiutare le famiglie nelle attività agricole e della sostanziale impossibilità di andare in licenza ha fatto lievitare a dismisura le diserzioni. Senza contare che in genere, in un contesto insurrezionale, le unità locali che conoscono i posti e hanno un comune vincolo di sangue sono quelle che combattono meglio. Vi è stato poi il problema dell’organizzazione e della logistica di tipo occidentale, che mal si conciliavano con la mentalità e la cultura locale, ma che sono state comunque imposte. Per tacere della corruzione dilagante. Ma di esempi così, con il senno di poi, se ne possono fare molti.

I talebani sono davvero così forti? Fa paura pensare ai talebani con le armi lasciate dagli Usa?

Dal punto di vista tecnico non credo che almeno per ora i talebani abbiano capacità paragonabili a quelle delle forze occidentali per la manutenzione dei materiali, e non solo di quelli. La richiesta alla Turchia di gestire l’aeroporto di Kabul deve far riflettere. In più, le condizioni dei mezzi che hanno ereditato non erano già di per sé esaltanti, e senza manutenzione il degrado sarà rapidissimo. In Afghanistan ci sono ancora cimiteri di mezzi lasciati dai sovietici quarant’anni fa: quando i talebani hanno preso il potere l’altra volta, nel paese da tempo non volava più nulla. Sotto il profilo politico-militare stiamo parlando di una forza insurrezionale composta da molte componenti locali e con un controllo centrale piuttosto labile. Una forza che sta ancora prendendo il potere in un paese enorme e geograficamente complesso, dove le comunicazioni via terra sono estremamente difficili e dove non vola più nulla. Di conseguenza, da un lato l’Emirato ci metterà parecchio prima di prendere il controllo di tutto il paese e dall’altro, almeno per ora, non ha neppure il pieno controllo delle sue forze, come dimostrano gli eccessi commessi a livello locale nonostante le dichiarazioni aperturiste dei vertici.

Tratteremo con i Talebani?

Dal punto di vista del diritto internazionale esiste il concetto dello stato successore per fatto bellico o rivoluzionario, e l’Emirato è uno stato successore, che piaccia o meno. E’ lo stesso discorso dell’impero zarista e dell’Unione Sovietica. In Afghanistan prima o poi si riapriranno le ambasciate e si riallacceranno i rapporti, all’inizio freddi e poi man mano sempre più sviluppati. Un forte condizionamento verrà sicuramente dalla pressione dell’opinione pubblica occidentale e della diaspora afghana, finché durerà. Per contro, un forte contributo alla normalizzazione dei rapporti sarà dato comunque dalla necessità – comune all’Occidente e ai talebani – di combattere lo Stato islamico, come dimostrano i recenti attentati. Paradossalmente è su questo che, a mio avviso, si verrà a realizzare una comunanza di interessi con i Talebani e, di riflesso, con la Cina, la Russia, l’India e il Pakistan.

Cosa succederà ora?

Il paese si chiuderà al mondo per un certo periodo. Chi è stato toccato dalla modernizzazione occidentale vorrà andare via e ci sarà un peso rilevante della diaspora, che manterrà accesi i riflettori almeno per qualche tempo. Poi il realismo prenderà il sopravvento.

L’Occidente ha perso? Gli Stati Uniti sono veramente i primi perdenti?

Può apparire una sconfitta morale perché l’Occidente è partito con grandi ambizioni nel 2001, ha fatto grandi sacrifici, ha imposto grandi sacrifici alla popolazione afgana, e dopo vent’anni ripiega senza avere in apparenza concluso nulla. Anche se sono convinto che abbiamo comunque ben seminato, e che prima o poi ne vedremo i frutti. Nondimeno, dal punto di vista geostrategico gli Stati Uniti hanno fatto un affare: era un impegno in cui non credeva più nessuno e al quale si doveva porre fine prima o poi. Prova ne sia che all’ultimo vertice della Nato prima della crisi l’Afghanistan era un punto assolutamente secondario dell’agenda dei lavori. Tuttavia, nell’andarsene sono stati commessi a mio avviso tre errori di tipo politico prima ancora che militare, che hanno in qualche modo compromesso il buon esito del disimpegno. Negoziare con i talebani per porre fine al conflitto senza coinvolgere il governo legittimo, annunciare la data del ritiro e abbandonare del tutto il paese. Se si fosse mantenuta una presenza militare sul posto – anche simbolica, badi bene – tutto questo non sarebbe mai successo perché le forze di sicurezza afgane stavano combattendo, e anche bene. Gli afghani hanno mollato quando qualcuno ha cominciato a negoziare con i talebani alle loro spalle.

Perché si sono sfasciati dunque? Di sicuro vi sono cause militari, la corruzione, il reclutamento sbagliato, l’assenza di rifornimenti, eccetera, ma la causa fondamentale è che soldati e poliziotti non hanno ritenuto di dover rischiare ulteriormente la vita perché si sono sentiti traditi. Ed hanno reagito di conseguenza consegnando il paese ai talebani. In ciò aiutati dal grosso della popolazione, che a mio avviso non ne poteva più della guerra.

Cina e Russia?

Non è detto che la Cina sia molto felice per la vittoria dei talebani, e neppure i russi. Perché è un bubbone islamista che non fa comodo a nessuno, e perché ora l’America è libera di guardare altrove. La Cina ha un modello particolare di intervento all’estero che è quello usato per esempio in Africa. Grandi investimenti e turiamoci il naso pur di fare affari. I cinesi possono usare la stessa influenza indiretta in Afghanistan? Non è così semplice. I talebani per ora sono interessati perché hanno bisogno di soldi. I russi sono molto preoccupati dalle repubbliche centroasiatiche ma non sembrano avere alcuna voglia di tornare in Afghanistan. E c’è un’altra cosa da dire: l’America ha reso un ottimo servizio a sé stessa svincolandosi da Kabul, mentre ha creato non pochi problemi a Mosca e Pechino. Ora che Usa e Occidente non hanno in agenda l’Afghanistan, possono concentrarsi su altri obiettivi. Cina e Russia, invece, hanno un vuoto interno all’Asia centrale.

Non è un fallimento dell’Occidente?

Da sempre gli Stati Uniti agiscono in politica estera in base ai propri interessi nazionali percepiti, che non necessariamente coincidono o tengono conto delle aspirazioni degli alleati. Pensiamo solo a Woodrow Wilson a Versailles, a Franklin Delano Roosevelt a Yalta o a George W. Bush a Baghdad. Il ritiro dall’Afghanistan è un discorso iniziato già con Obama. Le scelte operate da Donald Trump ne sono state la logica conclusione e Biden non ha fatto altro che portarle a compimento. Che poi sia stata una scelta avventata per come è stato concluso tutto, questo è un altro discorso. Ma, al di là del giudizio sulla conclusione della vicenda, l’Italia deve prendere atto della decisione e agire di conseguenza. Ora quello che possiamo fare è quello che stiamo facendo: abbiamo un dovere morale di accoglienza per chi ci ha aiutato e i nostri funzionari e militari a Kabul stanno lavorando benissimo. Quella è l’unica cosa da fare e stiamo agendo in modo eccezionale. Per il futuro si vedrà.