Afghanistan, aprile 2016. I Talebani annunciano l’inizio dell’Offensiva di Primavera contro le forze d’occupazione occidentali. La guerra civile afghana continua, ininterrotta, dal 1978 quando il PDPA (Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, comunista e filo sovietico) guidato da Nur Mohammed Taraki e da Hafizullah Amin, conquista il potere dichiarando la nascita della RDA (Repubblica Popolare d’Afghanistan). La nuova giunta applica un pacchetto di riforme volto a modernizzare l’apparato legislativo, ad aumentare il tasso di alfabetizzazione e a garantire un generale ammodernamento del paese.

Si tratta, tuttavia, di  un regime che non lascia spazio al dissenso: le tribù afghane, legate alla tradizione islamica e quindi avverse all’ateismo di stato della RDA, diventano il principale nemico del governo di Kabul, la cui reazione è particolarmente cruenta.

La situazione di instabilità non sfugge a Mosca: pur non facendo parte del Patto di Varsavia, l’Afghanistan è legato all’Unione Sovietica da vincoli diplomatici e commerciali; inoltre, tenere il paese sotto controllo significa anche evitare che finisca nell’orbita degli Stati Uniti e della Cina che, nel 1972, avevano avviato un processo di normalizzazione delle relazioni internazionali.

Dunque, il 27 dicembre 1979 reparti speciali del KGB attaccano il palazzo del governo di Kabul, liquidando il presidente Amin e il suo staff. Poi, la 40^ Armata sovietica conquista con facilità Kabul, Herat, Farah e Kandahar; difficile, invece, imporre l’autorità sulle montagne dove si intensifica l’attività dei ribelli, già iniziata sotto il governo Amin. La guerra, da civile e combattuta contro Kabul, attira il coinvolgimento di USA, Cina, Pakistan, Iran e Regno Unito che durante gli Anni ’80 forniscono un decisivo sostegno ai mujahedden.

Il 14 aprile 1988, a Ginevra, la RDA e il Pakistan sottoscrivono un trattato di pace, importante step diplomatico per il ritiro delle truppe russe. L’anno successivo, l’esercito sovietico attraversa il Ponte dell’Amicizia sul confine afghano-uzbeko, lasciandosi alle spalle un paese distrutto, ventimila caduti e un cimitero di mezzi abbandonati.

La RDA è alle corde. Privo del sostegno militare russo, dopo lo scioglimento dell’Urss il presidente Mohammad Najibullah perde anche gli ultimi approvvigionamenti (armi, cibo, carburante) da Mosca. Tuttavia, la Repubblica Popolare sopravvive fino al 1992 quando, entrando a Kabul, le fazioni del fronte anti-sovietico proclamano lo Stato Islamico dell’Afghanistan.

La nuova riorganizzazione del paese, però, ha vita breve: le distruzioni della guerra, la povertà e le frizioni fra le diverse etnie che compongono l’esecutivo portano al caos e allo scontro armato.

Una situazione insostenibile, dunque, che presta il fianco alle ambizioni di nuovi gruppi armati. Fra questi ultimi ci sono i talebani, studenti coranici sostenuti dal Pakistan e guidati da un carismatico leader, il mullah Mohammed Omar, che conquistano Kabul nel ’96, dando vita all’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Neanche il nuovo regime, teocratico, ha però vita facile. Infatti, la guerra civile continua stavolta contro l’Alleanza del Nord di Ahmad Massoud, formazione politico-militare che controlla l’area montuosa settentrionale. Cinque anni di scontri, fino 2001 quando Massoud perde la vita il 9 settembre in un attentato talebano, mentre l’Emirato collassa a novembre, inseguito all’attacco americano.

Ad oggi, malgrado gli sforzi di Enduring Freedom e delle due missioni NATO (ISAF, Resolute Support Mission), il paese è ancora insicuro e instabile. L’imminente “Offensiva di Primavera” dimostra due cose: che il conflitto intestino è ben lungi dal terminare e che l’Occidente compie i medesimi errori della RDA, dei mujahedden e dei Talebani stessi e cioé non capire che la trasformazione sociale e civile afghana è un percorso che richiede tempi lunghi e una profonda conoscenza della storia e dell’identità del paese. E che il controllo di Kabul può considerarsi solo il punto di partenza e non quello di arrivo.