Persino Wikipedia si adegua alla situazione ‘de facto’ del conflitto afgano: se si cercano informazioni sulla guerra, nella sezione riguardante le date si legge ‘2001 – ancora in corso’; a poche settimane dall’11 settembre si è andati in Afghanistan con i raid aerei a guida USA prima e con una missione NATO poi, con l’obiettivo di sradicare in pochi anni il terrorismo nel paese asiatico, cacciando i talebani dal potere a Kabul e concentrandosi sulla ricerca del superlatitante Osama Bin Laden. Sono passati 16 anni, il conflitto è ancora in corso e non solo i Talebani controllano più della metà del territorio ma, nel frattempo, sotto gli occhi di migliaia di soldati occidentali ha potuto attecchire in alcune province remote anche l’Isis che nella provincia di Tora Bora, ex rifugio di Bin Laden, ha impiantato un embrione di quello che nelle intenzioni jihadiste vuol diventare il califfato dell’Asia Centrale.
Scontri tra Talebani ed Isis
Come detto, siamo andati (perché anche l’Italia ha fatto parte della missione ISAF della NATO, pagando un pesante tributo di sangue) in Afghanistan per togliere i Talebani dal potere e combattere il terrorismo: nel 2017, paradosso dei paradossi, a combattere la più importante minaccia terroristica attuale costituita dall’ISIS, sono proprio i Talebani. Ideologicamente i due gruppi perseguono obiettivi molto diversi: i combattenti afghani in gran parte di etnia Pashtun, al contrario dei miliziani fedeli al defunto Al Baghdadi, non hanno interesse alla costituzione di un califfato internazionale e mirano soprattutto a consolidare il proprio radicamento nel paese, come testimonia la loro modalità d’attacco in cui gli attentati sono rivolti principalmente agli obiettivi militari o dello Stato afghano, mentre l’ISIS attacca soprattutto i civili specie di origine sciita. Tra i due gruppi quindi, gli attriti sono inevitabili ed adesso che i jihadisti prendono piede in Afghanistan sono proprio i Talebani i principali nemici dei miliziani.
Nello scorso mese di aprile si è verificata, presso la provincia settentrionale di Jawzjan, una delle più importanti battaglie tra i due gruppi contrapposti la quale ha causato quasi 100 vittime, molte delle quali talebane; lo scontro ha permesso all’ISIS di avanzare ma, pochi giorni dopo, i Talebani hanno registrato sensibili recuperi di territori in altri punti dell’area. La milizia pasthun, al potere a Kabul dal 1996 al 2001, ha dalla sua un importante appoggio popolare ed un contesto internazionale che in parte inizia a riconoscere gli studenti coranici come attore di primaria importanza per le sorti future dell’Afghanistan anche perché, oltre agli USA, la presenza dell’ISIS nel paese centro asiatico preoccupa gli attori internazionali più vicini della regione: Cina, Iran e Russia in primo luogo hanno molto da perdere se i miliziani jihadisti inizino a porre basi di addestramento nelle aree montuose dell’Afghanistan, la vicinanza con i confini iraniani da un lato e la possibilità di entrare maggiormente in contatto con gli uiguri cinesi (etnica turcofona che vive nella regione dello Xinjiang) potrebbero essere spine nel fianco per le cancellerie dei paesi sopra menzionati.
Una riabilitazione politica per i Talebani?
Nello scorso mese di febbraio, come raccontato da Newsweek, il generale americano John Nicholson, a capo delle truppe USA in Afghanistan, lanciava alcuni sospetti sulla Russia: “Mosca da un anno prova a dare maggiore legittimità ai talebani, con la pretesa della lotta all’ISIS”; lo stesso generale poi, ha lanciato analoghe accuse all’Iran: “Teheran si è avvicinata ai Talebani perché ha paura dell’ISIS vicino i propri confini” ha infatti dichiarato Nicholson, facendo quindi esplicitamente riferimento ad un tenue appoggio internazionale offerto alla milizia afghana in funzione anti califfato. Ma in realtà anche negli USA le tentazioni di coinvolgere i talebani nella politica e nell’esercito afghano sono molto forti vista l’impossibilità, dopo 16 anni di guerra, di sconfiggerli definitivamente: nel maggio 2015 a Doha sarebbero addirittura iniziati alcuni colloqui tra i Talebani ed il governo di Kabul, supportato e sostenuto dagli Stati Uniti.
Sono quindi molteplici, da una parte e dall’altra, i segnali volti a coinvolgere i pasthun guidati fino al giorno della propria morte dal Mullah Omar nel processo di stabilizzazione afghana: del resto, nonostante i miliardi di Dollari piovuti sul paese per il rafforzamento dell’esecutivo ‘ufficiale’ con sede a Kabul, lo Stato afgano non riesce ad andare oltre al controllo della capitale e nella stessa più grande città spesso le condizioni di sicurezza non sono così efficaci da impedire attacchi sia dei Talebani che dell’ISIS. La riabilitazione in chiave politica dei miliziani afghani, potrebbe quindi essere sì graduale ma al tempo stesso anche non rinviabile: l’esercito fedele al presidente Ghani, non riesce a ripristinare il controllo nel paese, né è in grado, nonostante un primo contrattacco a Tora Bora, di affrontare da solo l’ISIS il cui insediamento nel paese potrebbe essere il problema principale comune a tutte le potenze internazionali interessate alle sorti dell’Afghanistan.
Non è bastata la riabilitazione dei signori della guerra
Il contesto afgano altro non è che il puro e semplice emblema degli errori effettuati dalla strategia USA e NATO nella cosiddetta lotta al terrorismo: a sedici anni dal primo raid volto a scovare Bin Laden ed a sconfiggere Al Qaeda, l’occidente si ritrova con i Talebani sempre più forti e con un ISIS che inizia a radicarsi pericolosamente nelle montagne dove si nascondevano i leader dell’organizzazione terroristica guidata dallo sceicco del terrore. E’ stata subito resa vana la convinzione di poter stabilizzare l’Afghanistan con la presenza di truppe occidentali, accompagnata da un rafforzamento delle nuove istituzioni sorte dopo la cacciata dei Talebani da Kabul; pur tuttavia, si è perseguita la stessa strategia per tanti anni ed alla fine gli USA e gli alleati sono scivolati in un vero e proprio pantano da cui uscire appare molto difficile.
Come estremo tentativo, si è provata anche la carta della riabilitazione dei vecchi signori della guerra, gran parte a capo di milizie islamiste sorte durante il conflitto contro l’invasione sovietica negli anni 80; è stato il caso, nello scorso mese di maggio, di noto come ‘macellaio di Kabul’ ed accolto in città con tanto di parate e passerelle. L’accordo tra la sua milizia ed il governo centrale è stato accolto positivamente anche dagli USA, nella speranza che questo potesse dare nuova linfa all’esercito e servire da sprono ad altri gruppi affinché si intraprenda la via del riconoscimento e conseguente rafforzamento del governo di Ghani; ma anche questo gesto ad oggi appare inutile: le istituzioni centrali sono molto deboli ed i Talebani controllano gran parte delle zone rurali e, cosa più importante, sono di fatto loro a scontrarsi con l’ISIS ed a produrre maggiori risultati nella lotta al califfato.