Afghanistan, Siria e Libia ovvero tre simboli delle crisi internazionali diventati dei punti interrogativi anche per la politica estera e di difesa del nostro paese.

In Afghanistan dal 2002 ad oggi l’Italia ha investito più di otto miliardi di euro, oltre alle vite di 53 militari e al sangue di 650 feriti. A cos’è servito? A cosa punta la permanenza dei 900 soldati italiani ancora presenti a Herat e dintorni? A che serve lasciarne solo 700 come proposto dal governo giallo-verde nell’ambito della politica di tagli alle spese militari? Sono questioni essenziali per l’Italia a cui deve saper rispondere non solo chi governa, ma anche chi fa informazione. Mantenere una presenza nel paese degli aquiloni ha un senso solo nell’ambito di una strategia politico militare legata all’interesse nazionale.

Mappa di Alberto Bellotto
Mappa di Alberto Bellotto

Se è nostro interesse restare in Afghanistan nel nome degli impegni Nato allora questa nostra presenza costosa, prolungata nel tempo e quantitativamente elevata (il nostro contingente è il più numeroso dopo quello statunitense) deve esser compensata con accordi economici in loco o accordi politici capaci di garantire attraverso la Nato i nostri interessi in zone geo-strategiche per noi più cruciali come il Mediterraneo centrale e il Nord Africa. Ma tutto questo deve venir anche raccontato. Se i media non spiegano le ragioni della nostra presenza in Afghanistan e il contesto in cui operano i nostri militari il pubblico ben difficilmente ne comprenderà l’importanza e le conseguenze nell’ambito di una strategia globale. Per questo, cari lettori, chiediamo il vostro aiuto per tornare in Afghanistan.

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Lo stesso vale per la Siria. Il conflitto costato oltre trecentomila vite sembra finalmente ad un passo dalla fine. E, nonostante nessuno ne parli, la Russia sta portando a casa un successo senza precedenti. Mentre la Somalia, l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, ovvero tutti i più recenti interventi umanitari dell’Occidente, si sono rivelati un fiasco l’unico intervento di Mosca dopo la caduta dell’Unione Sovietica sembra spingere la Siria verso un’insperata pacificazione.

Mappa di Alberto Bellotto
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Ma questo apre le porte ad un più diretto impegno dell’Italia. Vladimir Putin ha chiesto ai paesi europei di contribuire al rientro dei profughi siriani. L’Italia ha il dovere morale, irrinunciabile per storia e tradizione, di contribuire al ritorno delle comunità cristiane che rischiano, anche in questa fase, di venir dimenticate e trascurate. Questo piccolo sforzo è fondamentale per riallacciare le relazioni con Damasco e tentare di tornare alla situazione precedente il conflitto quando l’Italia era uno dei più importanti partner economici della Siria. Ma raccontare le ultime fasi della guerra e il ritorno dei profughi cristiani è importante soprattutto per noi de “Il Giornale” che, nei momenti più difficili del conflitto, non abbiamo mai abdicato a questo compito.

Della Libia parliamo per ultima, ma è – e resta – il perno e il cuore dell’interesse nazionale. È la crisi che l’Italia non può permettersi d’ignorare, il buco nero su cui l’informazione deve tener puntati gli occhi per anticipare e comprendere eventuali minacce alla stabilità e all’economia del nostro paese. Perdere la nostra posizione d’interlocutore privilegiato della comunità internazionale sul fronte libico significa rinunciare a governare i flussi migratori e di conseguenza la stabilità e la sicurezza del nostro paese. Ma abdicare al nostro ruolo in Libia significa anche rinunciare al petrolio che l’Eni estrae dai suoi pozzi e al gas che soddisfa il 12 per cento del nostro fabbisogno.

Per questo, cari lettori, in Libia, Siria e Afghanistan vogliamo continuare ad essere i vostri Occhi della Guerra. Per tenervi informati non solo sui destini di quei paesi, ma anche sulle sorti dell’Italia e sugli interessi dei suoi cittadini.

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