Guerre in Afghanistan, Libia e Siria: Putin arriva dove l’Occidente fallisce

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Afghanistan, Libia, Siria. Tre conflitti che stanno non solo insanguinando tragicamente i Paesi direttamente coinvolti, ma che stanno anche caratterizzando le relazioni internazionali degli ultimi anni. Il triangolo della guerra composto da Kabul, Damasco e Tripoli è al centro degli interessi del mondo.

Il filo rosso che lega questi tre conflitti

E se c’è un sottile filo rosso che lega queste tre capitali, questi tre conflitti così feroci e diversi, non è solo quello del coinvolgimento di altre potenze internazionali. Ma il fatto che esista uno schema fisso: l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, interviene; la Russia, dopo un certo periodo di tempo, scende in campo come potenza che cerca di limitare i danni o di prendere il sopravvento dopo il fallimento della campagna promossa da Washington.

La strategia russa è stato e continua a essere molto simile in tutti e tre i fronti di guerra. Una volta lasciate muovere le forze occidentali, rientra in partita riempiendo gli spazi lasciati dalle forze avversarie per errori strategici compiuti in particolare dal Pentagono e dai suoi alleati. In questo modo, iniziando a ricucire i rapporti con le forze locali e inserendosi nella piaga della guerra al terrorismo internazionale, la Russia può assumere il controllo dei vari conflitti Oppure, nella peggiore delle ipotesi, assume il ruolo di potenza necessaria, se non imprescindibile.

Afghanistan, l’intervento occidentale e la penetrazione russa

La guerra in Afghanistan è partita con la campagna degli Stati Uniti contro i talebani, colpevoli di aver protetto l’organizzazione terroristica di Al Qaeda. Nelle prime fasi del conflitto, la Russia di Vladimir Putin ha sostenuto l’intervento occidentale, tanto che Mosca ha concesso lo spazio aereo e le basi per il trasporto delle truppe e dei mezzi verso il territorio afghano.

La situazione è cambiata nel 2012, quando la guerra in Siria e quella in Ucraina hanno manifestato una profonda divergenza fra Cremlino e Casa Bianca. A quel punto, l’agenda russa sull’Afghanistan è mutata a tal punto da bloccare l’uso delle basi alle forze statunitensi. E nel frattempo, da Mosca è arrivato l’input a iniziare a riprendere quanto perso in tutti quegli anni di guerra condotta dall’Occidente.

Per farlo, Putin ha scelto un uomo di cui si è sempre fidato ciecamente: Zamir Kabulov. Nato in Uzbekistan, ai tempi in cui tutto era Unione sovietica, è l’uomo della Russia in Afghanistan dal 2009. La sua origine gli ha permesso di ritagliarsi uno spazio fondamentale in tutte le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. E in questi giorni, è tornato centrale per la conferenza di Mosca sul Paese asiatico. Conferenza in cui hanno giocato un ruolo fondamentale i talebani, confermati al tavolo delle trattative nonostante siano formalmente i nemici degli Stati Uniti.

La conferenza di Mosca è uno dei simboli della strategia del Cremlino. Per molto tempo, è quasi scomparsa dai radar afghani. Poi, nel tempo, ha capito che dagli errori commessi dall’Occidente poteva trarne giovamento. E l’ascesa dello Stato islamico ha dato ulteriore slancio al suo dinamismo in Afghanistan. Ora esiste un nemico feroce. E per sconfiggerlo, il Cremlino ha giocato anche la carta dell’alleanza con il suo eterno avversario afghano, i talebani.

Così, dopo 17 lunghi anni di guerra in cui gli Stati Uniti e i loro alleati hanno investito fiumi di denaro, utilizzato enormi quantità di mezzi, risorse e uomini e perso un considerevole numero di soldati. oggi è la Russia a giocare un ruolo di primo piano nel futuro dell’Afghanistan.

Siria, il simbolo della strategia di Putin

Diversa dalla guerra in Afghanistan sotto molti aspetti, anche la guerra in Siria è iniziata, in fondo, con un intervento occidentale. Le forze degli Stati Uniti e della coalizione internazionale sono intervenute in Iraq e poi in Siria per colpire lo Stato islamico. Supportando, contemporaneamente, i ribelli che volevano la caduta del governo di Bashar al-Assad.

La guerra, in pochi anni, si è rivelata un terribile errore strategico da parte delle forze coinvolte che puntavano al rovesciamento di Damasco. Israele, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Turchia, monarchie del Golfo e tutti i partner collegati, hanno avviato una guerra ancora per certi versi oscura, tragica e che ha portato, dopo sette lunghi anni di conflitto, a una situazione di sostanziale caos, oltre che di morte. Cercare di colpire Daesh e di abbattere contemporaneamente Assad attraverso i ribelli (in larga parte jihadisti) si è rivelata un’idea pessima, che ha portato la Siria nel baratro.

Nel 2015, è arrivato l’intervento della Russia. Putin ha preso tempo fino a quando era diventato ormai palese che Isis non sarebbe stato sconfitto e che Assad rischiava la fine. La sconfitta dell’esercito siriano equivaleva a perdere un alleato prezioso in Medio Oriente, con cui Mosca condivideva accordi militari per le basi nel Mediterraneo orientale. Ma significava soprattutto lasciare la Siria in mano ad altre potenze.

Anche in questo caso, gli errori compiuti dal Pentagono hanno permesso al Cremlino di ottenere risultati che sembravano irraggiungibili. Nel corso della guerra, la Russia, nonostante l’impegno totale verso la causa di Assad,  si si è riuscita a ritagliare uno spazio non solo di assoluta autonomia, ma anche come potenza mediatrice fra le parti in conflitto.

Non è solo il governo siriano a rivolgersi a Mosca. Sono tutti gli attori in conflitto ad avere i russi come interlocutori necessari. Dall’Iran alla Siria, dalla Turchia ai curdi, da Assad agli Stati Uniti, passando per Francia, Germania e Paesi arabi, Putin, costruendo una rete di interessi, rapporti diplomatici, militari e politici con tutti, ha fatto sì che la Federazione russa diventasse non solo uno degli attori principali, ma il vero e proprio protagonista della guerra.

La Russia in Libia sulle ceneri della rivoluzione

La caduta di Muhammar Gheddafi ha provocato un terremoto abbastanza grave per la strategia della Russia nel Mediterraneo. La Libia rappresentava una delle colonne portanti delle idee di Mosca nel Mare Nostrum, e con Tripoli erano in corso contratti da miliardi di dollari in settori di fondamentale importanza.

Le rivolte contro il colonnello libico, sostenute dalle potenze occidentali nel quadro di quel fenomeno noto come Primavere arabe, hanno così tolto alla Russia una pedina centrale nello scacchiere nordafricano e mediterraneo. E per i primi anni, sembrava che il Cremlino dovesse completamente rinunciare a una presenza in Libia.

Ma nel tempo, come in Afghanistan e Siria, si è capito che le potenze che avevano contribuito a questa caduta non avevano poi avuto la capacità di creare le condizioni per la rinascita di un Paese. Divisa fra tribù, milizie, partiti di diverso orientamento politico e violenze settarie, la Libia si è trasformata in un ginepraio complesso e così articolato dove anche la Russia, che aveva in Gheddafi il suo partner, è riuscita a rientrare in partita. E dalla Cirenaica, dove ha trovato in Khalifa Hatar la sua testa di ponte, ha ricostruito la sua influenza su tutto il Paese.

La Conferenza di Palermo appena conclusa è stata il simbolo del ritorno della Russia in Libia. Haftar è diventato l’attore principale per la transizione libica e Mosca, fra i principali sostenitore del maresciallo, ha assunto il ruolo di garante per lui ma anche per tutta la complessa transizione che potrebbe avvenire nei prossimi mesi. E ha costruito così, ancora una volta, la propria fortuna, sulle ceneri degli errori commessi dall’Occidente.