La missione Nato guidata dagli Stati Uniti per rimuovere il governo militante dell’Afghanistan (ovvero i talebani), ora al suo diciottesimo anno, rappresenta il conflitto più lungo della storia americana. In maniera simile ai tentativi britannici e poi sovietici di proiettare la propria influenza nel travagliato Stato mediorientale, lo scontro è stato definito dalla sua natura prolungata e raccapricciante. Secondo le stime dell’Onu, solamente nello scorso decennio sono stati uccisi almeno 32mila civili, e altri 60mila sono stati feriti.

Il capo negoziatore degli Stati Uniti,  Zalmay Khalilzad, ha annunciato, in seguito all’ultimo ciclo di trattative, che la leadership talebana è stata scartata da un “accordo”  per porre fine alle ostilità. Queste discussioni hanno avuto luogo in Qatar e rimangono aperte – “hanno ancora molta strada da fare”, ha avvisato Khalilzad. M a in un bagno di sangue di quasi due decenni, ogni passo in avanti sembra un momento critico.

Al comando di una potenza multinazionale, l’America invase l’Afghanistan nel 2001 per catturare il capo terrorista Osama bin Laden. Dopo aver deposto i suoi protettori talebani, la guerra si deteriorò in un’orribile missione di contro-insorgenza che cercò di instaurare una stabilità democratica eliminando i terroristi. Circa 14mila truppe statunitensi rimasero nel Paese, incaricate di potenziare le forze di sicurezza afghane nella loro sanguinosa lotta contro i talebani.

I militanti hanno costantemente richiesto la ritirata totale da parte delle forze armate americane, richiesta a cui gli Stati Uniti avevano inizialmente acconsentito. Quello che propongono in cambio è un po’ più complicato. Washington vuole un pacchetto di pace in quattro punti garantito dai talebani: un’uscita degli Stati Uniti concordata da entrambe le parti, la garanzia che l’Afghanistan non offrirà mai più rifugio a terroristi internazionali (una promessa discussa già da tempo), un cessate il fuoco ed un accordo per trattare direttamente con il governo afghano. Sui primi due punti vi è un consenso, mentre il terzo è incerto. È tuttavia l’ultimo punto ad essere il più controverso, con un rifiuto collettivo del tutto irremovibile da parte dell’amministrazione di Kabul.

Tuttavia, per una qualsiasi speranza di pace durevole, il governo democraticamente eletto dell’Afghanistan deve presenziare al tavolo. Estromesso dalle trattative, tra le accuse dei talebani di venire manovrato come un burattino dagli Stati Uniti, il presidente Ashraf Ghani ha assicurato ai cittadini che i loro diritti non verranno ceduti, e che nessun accordo verrà stipulato senza la sua partecipazione. “Ci sono valori da non mettere in discussione”, ha dichiarato Ghani, nel tentativo di essere rieletto a luglio, riconoscendo nel frattempo che, con i 45mila morti dal 2014, i servizi di sicurezza afghani non sono sufficientemente forti in mancanza di una supervisione americana.

Ciò pone l’iniziativa fermamente nelle mani negoziatori talebani, che sono stati ulteriormente incoraggiati dallo sdegno del presidente statunitense Donald Trump nei confronti di un intervento straniero. “Le grandi nazioni non combattono guerre interminabili”, ha detto al suo discorso sullo stato dell’Unione, conformemente alle vaghe dichiarazioni di intenti di dimezzare la presenza militare statunitense in Afghanistan entro il 2020 (sebbene non sia stato emesso alcun ordine ufficiale).

Gli americani sostengono che una riduzione delle truppe dovrebbe essere preceduta da un cessate il fuoco, a cui i talebani si sono finora opposti alludendo al fatto che potrebbero avere difficoltà a mobilitare nuovamente combattenti ormai smobilitati. Un simile impegno alla militanza pare incompatibile con l’inesperta e vulnerabile democrazia afghana. I negoziatori statunitensi hanno garantito che, seppure “parte del processo politico”, i talebani non tornerebbero al governo.

Ciò potrebbe dare un po’ di conforto alle donne afghane, che hanno terribilmente sofferto sotto il controllo autoritario dei militanti. Durante trattative adiacenti a Mosca, i diritti delle donne hanno svolto un ruolo importante tra le preoccupazioni derivanti da un un talebano al potere, che potrebbe ridimensionare i diritti civili acquisiti così duramente. Il gruppo si è dedicato ad assicurare i diritti delle donne sotto la legge islamica, ma c’è dello scetticismo. “Come si fa a garantire che tutte queste belle affermazioni non siano fatte solamente per convincere gli Stati Uniti e la comunità internazionale ad andarsene, per poi tornare alla vita come era sotto i talebani?”, ha chiesto Fawzia Koofi, vicepresidente dell’Assemblea nazionale afghana.

Sfinita dall’intervento all’estero, è improbabile che l’America ritorni in Afghanistan dopo la ritirata. E i talebani lo sanno. I critici si domandano quante delle loro promesse vengono fatte sapendo che gli Stati Uniti sono affamati di un accordo quantomeno dignitoso, che possa coprire la loro partenza. Cercando di placare i timori di falsità, Khalilzad ha affermato che le garanzie talebane contro la collaborazione con gruppi terroristici saranno sottoposte a “meccanismi di esecuzione”, ma non ha offerto alcuna ulteriore spiegazione.

Qualsiasi simile meccanismo dovrebbe essere solido. Nonostante il loro duraturo disconoscimento del terrorismo internazionale, alcune organizzazioni di natura violenta sono sopravvissute sotto i talebani. Nel maggio 2018, un team di monitoraggio delle sanzioni dell’Onu ha stimato che circa 10 -15mila combattenti stranieri connessi ad Al Qaeda, alla rete Haqqani, a Lashkar-e-Taiba e allo Stato islamico erano attivi in Afghanistan, e che la prima di queste organizzazioni era considerata “alleato stretto e integrato nel gruppo dei talebani”.

Nonostante questi impedimenti, i progressi delle discussioni sono stati interpretati da un’entusiasta leadership talebana come l’inizio della fine dell’occupazione americana. Se però resteranno le difficoltà riguardo la questione del dialogo interno all’Afghanistan, questo fervore avrà vita breve. Washington si è impegnata a ridimensionare il proprio ruolo con il procedere delle discussioni, e il summit di Mosca ha visto i precedenti (e forse anche prossimi) leader di Kabul condividere parole storiche con i militanti senior – tuttavia, l’attuale amministrazione afghana è stata un’altra volta ignorata.

Per destreggiarsi fra gli impasse negoziativi, è stata proposta l’idea di coinvolgere una terza parte. Tuttavia non c’è stato finora alcun accordo, ha detto a Gli Occhi della Guerra Graeme Smith del think-tank International Crisis Group, sebbene abbia aggiunto che “è probabile che a un certo punto vedremo le Nazioni Unite intervenire nel processo”.

Con un bilancio delle vittime in crescita, le elezioni imminenti ed un individuo impaziente per natura nello Studio Ovale, un senso di urgenza è stato infuso nelle trattative di pace in Afghanistan. Un lavoro affrettato si rivelerebbe essere tuttavia mediocre, e a pagarne il prezzo sarebbero coloro che hanno resistito così a lungo.

“Sono pronto a sacrificare persino la mia vita per la pace”, ha detto il presidente afghano Ashraf Ghani alla vigilia delle ultime trattative, “ma non per una pace che dia inizio ad un nuovo capitolo di massacri”. Tutte le parti farebbero bene a prestare attenzione alle sue parole.