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Dimenticatevi i talebani di 20 anni fa e quell’immagine stereotipata del guerrigliero che combatte fra montagne brulle e le grotte polverose dell’Afghanistan. I nuovi talebani, pur rimanendo un’organizzazione politico-militare profondamente radicale e fondamentalista in senso islamista, hanno imparato in questi anni le tecniche della guerra asimmetrica che contempla l’uso, non solo della forza militare (hard power) ma anche quello del soft power, delle tecnologie più evolute, fino a un ampio impiego della propaganda 2.0 attraverso i social media e i cinguettii su Twitter di presunti “giornalisti freelance” e “attivisti” vicini al regime.

La trasformazione degli eredi del Mullah Omar è un processo che sta andando avanti da alcuni anni. Come notava un articolo pubblicato sul The Diplomat nel 2016, durante il periodo di “massimo splendore” – per così dire – dell’Emirato islamico dell’Afghanistan alla fine degli anni ’90, quando i guerriglieri controllavano il 90% del Paese e attuavano una visione fondamentalista e totalitaria della legge religiosa, evitavano di abbracciare il progresso del XX secolo di stampo occidentale. Solo la sconfitta militare del 2001 li ha indotti a cambiare radicalmente idea su progresso e tecnologia.

Twitter, What’s app, Telegram: ecco i nuovi talebani hi-tech

In parallelo con l’ascesa dell’Isis (2014-2015) e proprio come le organizzazioni terroristiche in Medio Oriente, anche i talebani hanno creato pagine Facebook, canali Telegram e account Twitter, ampliando radicalmente il loro raggio d’azione. È in quello stesso periodo che gli “studenti del corano” fondarono la loro agenzia di stampa, al-Emarah, che in arabo significa “l’emirato”, in riferimento allo stato sovrano che hanno instaurato il 15 agosto scorso. Secondo il loro canale inglese Telegram, al-Emarah è il “canale ufficiale dell’Emirato islamico dell’Afghanistan”, e fornisce “aggiornamenti su notizie, articoli e dichiarazioni ufficiali”.

Come nota il Washington Post, l’uso dei social media e della propaganda online da parte dei Talebani si è fatto piuttosto sofisticato nell’ultimo periodo. In un video diffuso online di recente si vedono i combattenti talebani vestiti in mimetica mentre posano indisturbati in una provincia orientale, non lontano da Kabul, sotto uno splendido cielo rosa e blu. Il testo sottostante, in pashtu e inglese, recita: “In un’atmosfera di libertà”. Un tipico esempio della propaganda video di cui fanno ampio uso i Talebani 2.0.

Già nel 2011, l’organizzazione islamista era approdata su Twitter e nel 2014 su Telegram. Nel 2016, i talebani hanno occupato una zona chiave in una provincia settentrionale del Paese solo per girare un video di propaganda di pochi minuti che in seguito è diventato estremamente popolare sui social. Entro la fine del 2019, riferisce sempre il Washington Post, i miliziani avevano imparato a padroneggiare lo strumento degli hashtag.  “I talebani di oggi sono esperti di tecnologia e social media, niente a che vedere con il gruppo di 20 anni fa”, ha spiegato al Washington Post Rita Katz, direttore esecutivo di SITE Intelligence Group, che monitora l’estremismo online.

Non solo social media

Non solo solo social media: come già riportato sulle colonne di questa testata, nei giorni scorsi The Intercept ha dedicato un articolo sul sequestro, da parte dei talebani, dei dispositivi biometrici militari statunitensi che potrebbero aiutarli nel processo di identificazione degli afghani che hanno aiutato in questi anni le forze della coalizione internazionale. Secondo un funzionario del Joint Special Operations Command e tre ex militari statunitensi, i dispositivi, noti come Hiide, sono stati sequestrati la scorsa settimana durante l’offensiva. Gli Hiide contengono dati biometrici identificativi come scansioni dell’iride e impronte digitali, nonché informazioni biografiche e vengono utilizzati per accedere a grandi database centralizzati.

Non è noto, al momento, quanto sia stato compromesso il database biometrico dell’esercito americano inerente la popolazione afghana. Come ha confermato alla Bbc anche Brian Dooley, un consulente senior del gruppo di attivisti Human Rights First ,”l’ipotesi  è che i Talebani stiano per mettere le mani su un enorme quantità di dati biometrici”. Molti esperti mettono in dubbio il fatto che l’organizzazione islamista abbia il know-how e le conoscenze idonee per sfruttare appieno questi dispositivi, ma visto l’eccellente rapporto dei talebani 2.0 con la tecnologia sarebbe sbagliato sottovalutarli: secondo alcune testimonianze citate dalla Reuters, i gli eredi del Mullah starebbero già effettuando in questi giorni delle ispezioni a tappeto, casa per casa, utilizzando dei “dispositivi biometrici”. Non esattamente una mossa da “regime distensivo” come un ex premier italiano ha incautamente affermato.