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In Afghanistan, l’Isis ha atteso che i musulmani sciiti si stessero preparando all’Ashura – che commemora il martirio dell’Imam Hussein – per sferrare il loro attacco di venerdì e sabato nella parte occidentale di Kabul. L’attacco si inserisce nel nuovo corso del Paese tornato sotto il regime dei talebani: dall’agosto 2021, infatti, lo Stato islamico ha compiuto una serie di attacchi mortali, per lo più contro minoranze religiose. Nel maggio scorso, sempre l’Isis, o meglio la sua variante “K”, aveva attaccato pellegrini sciiti a Mazar-e-Sharif e i civili a Kabul. I jihadisti pro Isis confermano di voler estendere la loro influenza in Afghanistan e che i talebani non sono una minaccia credibile contro di loro. Lo scorso ottobre, un’altra strage a Kunduz, nel nordest del Paese, in perfetto stile terrorista, in una moschea sciita stracolma di fedeli per la preghiera del venerdì.

L’escalation degli ultimi mesi

I jihadisti dello Stato islamico sono protagonisti negli ultimi mesi di un’escalation di attacchi e attentati contro obiettivi sciiti. L’Emirato islamico ha risposto con energiche campagne di arresti, forse più strombazzate sui media che realmente efficaci: resta infatti impossibile decapitare la cupola dell’organizzazione. Dall’agosto 2021 le condizioni di libertà religiosa in Afghanistan sono peggiorate. Nonostante le promesse da marinaio iniziali dei talebani, gli afghani che non aderiscono all’interpretazione dura e rigida dei talebani dell’islam sunnita e i seguaci di altre fedi o credenze sono in grave pericolo. I rapporti indicano che i talebani continuano a perseguitare le minoranze religiose e a punire i residenti nelle aree sotto il loro controllo in conformità con i loro interpretazione estrema della legge islamica. I musulmani baha’i e ahmadiyya professano la loro fede nascondendosi a causa al timore di rappresaglie e minacce da parte dei talebani e separatamente dallo Stato islamico del Khorasan: la variante afghana dell’Isis ha una genesi relativamente recente ed è andata raccogliendo proseliti negli ultimi cinque anni, rendendosi responsabile dei principali attacchi alla capitale, “contendendosi” con i talebani il record di attentati. Questa divisione nasce da rivalità interne al Paese, fondate sulle divergenze con i pashtun, rei di contrattare con la Cia e l’Occidente intero.

Lo scorso ottobre, quando l’Isis-K ha effettuato attentati suicidi nelle moschee sciite in Afghanistan, rispettivamente a Kunduz e Kandahar, entrambi durante le preghiere settimanali del venerdì, in risposta, il governo talebano si è impegnato ad aumentare la sicurezza intorno alle moschee sciite per proteggere i fedeli. Leggere le Rassicurazioni dei talebani alla comunità sciita dell’Afghanistan ha fatto quasi sorridere i commentatori di mezzo mondo, memori delle stragi sciite compiute dai talebani nell’agosto 1998. Nei primi mesi del governo talebano, infatti, le promesse “compassionevoli” talebane era infatti più finalizzate a tenere il controllo del Paese che a proteggere la minoranza sciita.

Il ruolo dell’ISIS-K

Nei mesi scorsi l’IS-K ha rivendicato la responsabilità di molti attacchi alla comunità Hazara, inclusi attentati suicidi che hanno ucciso almeno 72 persone nella moschea Sayed Abad a Kunduz l’8 ottobre e un attentato che ha ucciso almeno 63 persone nella moschea di Bibi Fatima a Kandahar il 15 ottobre. Dopo l’attacco di Kandahar, l’Isis ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che avrebbe preso di mira gli sciiti nelle loro case e centri “in ogni modo, dal massacro dei loro colli alla dispersione delle loro membra… e la notizia degli attacchi [dell’Isis]… templi degli [sciiti] e i loro raduni non sono nascosti a nessuno, da Baghdad a Khorasan”.

L’Iskp ha rappresentato una seria minaccia per gli sciiti afgani almeno dal 2015, quando il gruppo armato islamista ha iniziato ad attaccare moschee, ospedali, scuole e altre strutture civili, soprattutto in quartieri sciiti efficienti. Questi attacchi hanno ucciso almeno 1.500 civili e ferito altre migliaia, per lo più minoranze religiose. L’ossessione dell’Isis per gli sciiti si inquadra nella tradizionale faida con i sunniti: lo Stato islamico e i suoi vari accoliti prendono di mira e massacrano regolarmente gli sciiti. L’accusa che gli viene rivolta è che questi ultimi aderiscono a una falsa forma dell’islam. Gli attivisti si riferiscono comunemente ai musulmani sciiti come “Rafidah“, un termine dispregiativo che si traduce in “rifiutatori” (cioè dell’Islam sunnita). Fino ad oggi, l’Iraq era stato il Paese i cui sciiti erano stati colpiti sistematicamente in misura maggiore: il ritorno dei talebani in Afghanistan ha peggiorato la situazione per gli sciiti locali, stretti fra il nazionalismo pashtun e le rivendicazioni dello Stato islamico.

La libertà religiosa in Afghanistan

In seguito al loro ritorno al potere, i talebani avevano dichiarato che leggi sulla tolleranza religiosa emanate sotto l’ex governo dell’Afghanistan sarebbero rimaste in vigore a meno che non violassero la sharia. I leader talebani hanno poi emesso decreti che specificano comportamenti accettabili secondo la loro interpretazione della sharia, ma li hanno variamente descritti come “linee guida” o “raccomandazioni” e li hanno applicati in modo non uniforme. Le cose sono, ovviamente, andate diversamente.


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CAUSALE: Reportage Afghanistan
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I resoconti della stampa dopo l’acquisizione del potere dei talebani hanno sollevato timori che il gruppo considererebbe, ad esempio, i cristiani convertiti come apostati. Secondo International Christian Concern, un’organizzazione internazionale non governativa, questi rapporti, combinati con le dichiarazioni di alcuni leader talebani a partire da agosto scorso, hanno spinto alcuni cristiani convertiti a nascondersi più di prima. Secondo i rappresentanti della comunità Hazara, invece, le discriminazioni sono continuare in fatto di fornitura di servizi pubblici e nelle assunzioni nel settore pubblico. Dopo l’acquisizione del potere, i leader talebani si sono pubblicamente impegnati a proteggere i diritti di sikh e indù, ma anche questi hanno riferito di aver cessato di riunirsi nei loro gurdwaras (luoghi di culto), e altri hanno cercato di reinsediarsi all’estero per paura di attacchi violenti da parte dei talebani e dell’ISIS-K.

 

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