Non inizia certo nel migliore dei modi la campagna elettorale in Afghanistan, paese chiamato alle urne il prossimo 28 settembre per eleggere il presidente della Repubblica. Lo scorso 31 luglio, primo giorno di comizi, una bomba piazzata nell’ufficio del candidato alla vice – presidenza Amrullah Saleh causa 20 vittime e getta ombra su questa nuova competizione elettorale.

L’attentato di Kabul del 31 luglio

Come detto, gli attentatori colpiscono in un giorno ed in una data non casuali: il commando armato che realizza l’attentato, entra in azione a poche ore dall’inizio ufficiale della campagna elettorale presso l’edificio del Green Trends Movements, nella capitale Kabul. Qui ha sede l’ufficio di Amrullah Saleh, uno dei fedelissimi dell’attuale presidente Ashraf Ghani e designato come suo vice in caso di rielezione il prossimo 28 settembre. Un messaggio dunque molto chiaro da parte degli attentatori, i quali colpiscono nel centro di Kabul a poche ore dall’avvio della campagna elettorale, per di più presso la sede di uno dei personaggi politici più in vista e legati all’attuale governo.

Ad agire non è un singolo kamikaze, bensì un commando vero e proprio formato da più persone, forse una decina. Dopo la prima esplosione, gli attentatori riescono ad entrare nell’edificio e ad asserragliarsi al suo interno per almeno sei ore. Le forze di sicurezza, giunte sul luogo, ingaggiano con i terroristi una vera e propria battaglia urbana, neutralizzando tre di loro mentre altri sarebbero riusciti a fuggire. L’obiettivo dell’attacco, ossia Amrullah Saleh, risulta leggermente ferito mentre i civili coinvolti nell’attacco sarebbero più di 150, venti di loro sono deceduti a seguito delle ferite riportate nelle esplosioni.

Non c’è una chiara rivendicazione dell’attacco, né i talebani e né l’Isis hanno reclamato la paternità di un attentato che testimonia il clima di violenza che si respira in Afghanistan e che non fa prospettare nulla di buono da qui al giorno dell’apertura delle urne.

Usa pronti a ritirare numerosi soldati

Anche quella afghana, così come quella irachena, doveva essere una guerra lampo: chi è nato a Kabul il 7 ottobre 2001, giorno del primo raid americano contro i talebani, oggi è maggiorenne e non ha ricordi del suo paese in pace. L’idea della cosiddetta “esportazione della democrazia“, ripresa anche in occasione della campagna militare contro Saddam Hussein nel 2003, vede in Afghanistan il peggiore esempio di applicazione ed il paradigma del suo fallimento. Quando all’inizio del 2005 Hamid Karzai si insedia come primo presidente eletto del paese, alla cerimonia è presente il vice di Bush alla Casa Bianca, Dick Cheney. Quel giorno va in scena uno spettacolo la cui narrazione, che parla di un Afghanistan libero ed oramai pronto a considerarsi una vera democrazia, a distanza di anni si rivela del tutto distante dalla realtà.

Nulla di più lontano dalla realtà: Karzai viene soprannominato “sindaco di Kabul”, in quanto la sua autorità non si spinge oltre i confini della capitale, il suo successore Ghani a fatica riesce anche a tenere il controllo della città. I talebani sono radicati nel resto del paese, controllano tutte le zone rurali nonostante anni di bombe, battaglie ed operazioni anti terrorismo. Ed oggi da Washington si prende soltanto atto di questa situazione: in particolare, come rivelato dal Washington Post, l’amministrazione Trump starebbe pensando al ritiro di almeno cinquemila soldati. Il numero delle unità presenti in Afghanistan scenderebbe da 14mila a 9mila. Tutto questo in cambio, nell’ottica del dialogo con i talebani, di un riconoscimento del ruolo dell’organizzazione e dell’impegno dei miliziani islamisti ad evitare di dare asilo a membri di Al Qaeda.

Le elezioni del 28 settembre, se non fosse per i morti durante la campagna elettorale, corrispondono dunque soltanto ad una messinscena e nulla più. Chi risulterà vincitore, non avrà il controllo del paese e non sarà percepito come vero presidente. L’Afghanistan, al contrario, è appeso alle trattative tra americani, che ora ridimensionano il personale presente, e talebani che realmente controllano più del 50% del paese. Tutto il resto è solo un mero spettacolo: le immagini delle donne (molte ancora con il burqa) che vanno al voto, serve soltanto a rendere meno amara l’unica constatazione oggettivamente riscontrabile in Afghanistan e cioè che, dopo 18 anni di guerra ed al prezzo di decine di soldati morti (anche italiani), si è al punto di partenza.