Nella Ghouta orientale in Siria si combatte ogni giorno una guerra senza esclusione di colpi: è la guerra dell’informazione e della propaganda, che si consuma a suon di tweet e materiale fotografico sui social network. Obiettivo: portare l’opinione pubblica dalla propria parte, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Le fonti che buona parte dell’informazione occidentale ha impiegato per descrivere ciò che sta succedendo in queste ultime settimane sono le stesse della battaglia di Aleppo del 2016: l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani del dissidente Rami Abdel Rahman con sede a Londra, i controversi Elmetti bianchi, la nota ong umanitaria fondata da James Le Mesurier e, soprattutto, una fitta rete di “attivisti” e “reporter” che si dichiarano indipendenti e sopra le parti.

Quello che abbiamo intrapreso è un viaggio all’interno di questo conflitto, dove i bambini diventano uno strumento di propaganda straordinario, capace di far leva sul lato emotivo: dopotutto, con l’avvento di internet e dei nuovi social media, l’indignazione è divenuta uno strumento formidabile e, per essere efficace, deve essere incanalata in una direzione precisa e ben determinata – in questo caso volta a dimostrare che “Assad bombarda e ammazza il suo stesso popolo” e a screditare gli alleati Russia e Iran.

Che la guerra sia terribile e brutale non vi è dubbio alcuno ma la verità che vi vogliamo raccontare è un’altra, ed è ben più complessa e sofisticata. Per raccontarvela abbiamo indossato i panni di un’attivista “ribelle”, entrando in quell’ampia e diffusa rete social che combatte contro il governo siriano di Assad a suon di foto, filmati e hashtag.

Parla Alaa Al-Ahmad, il reporter citato dal Guardian vicino agli islamisti

Tra i primi con cui abbiamo parlato c’è Alaa Al-Ahmad, citato dal Guardian lo scorso 7 febbraio. Nella sua biografia su Twitter si descrive come “un giornalista siriano” della Ghouta Orientale e collaboratore del Damascus Media Center, “una piattaforma informativa che copre gli eventi sociali, militari e politici in Siria in maniera imparziale”. A una nostra precisa domanda, è lui stesso tuttavia a confermarci la presenza di tre gruppi islamisti ampiamente finanziati dall’estero nella Ghouta Orientale: al-Rahman Corps, Army of Islam (o Jaysh al-Islam) e Ahrar al-Sham, tre organizzazione salafite che puntano alla creazione di un Califfato in Siria in cui applicare la legge della Shari’a islamica

Parliamo delle stesse organizzazioni islamiste che, come vi hanno raccontato Matteo Carnieletto e Gian Micalessin su Gli Occhi della Guerra, hanno bombardato la capitale siriana, lasciando a terra parecchi morti, tra cui anche molti bambini. 

Al-Ahmad, che sui social condivide i comunicati di Arhar-al Sham, si rivolge all’Europa chiedendo un intervento militare contro Assad: “Il mio messaggio va alla Francia a cui voglio ricordare che siamo umani e non siamo solo figure. Abbiamo il diritto di scegliere chi governa la Siria. Questo assassino Bashar al-Assad ci uccide davanti agli occhi della comunità internazionale e ci ammazza con armi vietate a livello internazionale” ci racconta. Nessuna risposta quando gli chiediamo quali siano i suoi reali rapporti con i tre gruppi salafiti da lui menzionati. 

I bambini come strumento di propaganda: Noor and Alaa e il giovane Najem

Proprio come ad Aleppo e con le medesime modalità di Bana al-Abed, anche nella guerra dell’informazione di Ghouta un ruolo fondamentale lo svolgono i bambini che vengono impiegati come arma di propaganda al fine di veicolare l’informazione in una sola direzione e a supporto della narrazione dei ribelli islamisti. Hanno lanciato l’hashtag #SaveGhouta, sono giovanissimi e documentano quotidianamente gli orrori della guerra con filmati e video. Sono i piccoli Noor and Alaa e Muhammad Najem. Account creati solamente pochi mesi ma che hanno già raggiunto centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Compresi numerosi profili palesemente falsi. 

A gestire questi account seguitissimi famigliari o attivisti vicini all’opposizione islamista. Come riporta Middle East Eye, infatti, “i bambini vengono aiutati da membri della famiglia e attivisti dell’opposizione”. Shams Alkhateeb è un’insegnante di inglese ed è la madre di Noor and Ala. Sempre secondo Middle East Eye, è proprio lei a gestire l’account del figlio, documentando quotidianamente ciò che accade nei sobborghi di Damasco. Sostiene di aver deciso di aprire un account Twitter “per mostrare al mondo cosa sta accadendo all’interno della Ghouta Orientale: nulla al mondo può impedirci di pubblicare e speriamo di documentare la nostra sofferenza su Twitter”.

Sull’identità di Shams Alkhateeb non ci sono però notizie né certezze, e non è dato sapere il legame della famiglia con i tre gruppi jihadisti presenti nell’enclave ribelle. Tra i profili seguiti da Noor and Ala ci sono numerosi giornalisti, membri dell’opposizione siriana, gli Elmetti Bianchi e Lina Shamy, la reporter-attivista vicina ad Al-Qaeda che documentava la battaglia di Aleppo Est dalle sacche controllate dai ribelli.

Chi è davvero Muhammad Najem? 

Chi gestisca davvero il profilo da 10 mila follower del 15enne Muhammad Najem, iscritto a Twitter dallo scorso dicembre, non è dato saperlo, dal momento che non ha mai risposto alle nostre domande. Alaa Al-Ahmad ci conferma tuttavia che “Muhammad Najem sta bene, è mio amico ma ora è nel rifugio e non ha internet”. Sappiamo che ci sta mentendo, poiché i tweet del giovane siriano sono frequentissimi e quotidiani. Ciò che ci colpisce del misterioso Najem è il suo interesse particolare per le vicende di politica internazionale e i fatti interni degli Stati Uniti, abbastanza peculiare per un ragazzino siriano che vive sotto le bombe e in un bunker senza internet, acqua e cibo. 

Lo scorso 17 febbraio, per esempio, il profilo del Muhammad Najem ha messo un “like” a un articolo del New York Times sui 13 russi incriminati nell’ambito dell’inchiesta del Russiagate; il 13 febbraio ha mostrato un altro apprezzamento per un articolo di Politico intitolato “Ecco Come i nazionalisti bianchi hanno ingannato i media sulla sparatoria in Florida”. Chi c’è dietro a Muhammed Najem? Ad oggi, rimane un mistero. Ciò che è certo è che nella guerra della propaganda nulla è come sembra e la verità si nasconde in profondità.