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Le ultime settimane sono state caratterizzate in Israele dall’attesa di un possibile attacco iraniano, in risposta ai raid ordinati da Netanyahu contro il consolato della Repubblica Islamica a Damasco. Adesso la situazione, dopo il lancio di droni dall’Iran verso il territorio israeliano avvenuto sabato, sembra essersi completamente capovolta: il cerino dell’attesa è passato in mano a Teheran. I vertici della teocrazia sciita temono una contro risposta israeliana e hanno iniziato a effettuare le stesse mosse fatte dallo Stato ebraico la scorsa settimana. Ossia spostare uomini e mezzi dalle basi più esposte e, tra le altre cose, pianificare una strategia difensiva volta a neutralizzare la possibile minaccia.

Anche la stessa popolazione in Iran sembra ora comportarsi come i cittadini israeliani che per giorni hanno convissuto con lo spettro di un attacco. File sono state registrate nei distributori di benzina, così come nei supermercati e nei negozi di generi alimentari. Nessuno si fa illusioni: Israele prima o poi attuerà il contrattacco, la questione non riguarda più il “sé” ma il quando. Il ribaltamento del fronte dell’attesa costituisce il nuovo elemento di preoccupazione in tutta la regione mediorientale.

La scelta di Netanyahu

La decisione del governo israeliano è arrivata nel pomeriggio di ieri, durante l’ennesimo gabinetto di guerra convocato dal premier Netanyahu in cui sono stati esaminati tutti i possibili scenari. Il capo dell’esecutivo per la verità, secondo la ricostruzione della stampa israeliana, è arrivato alla riunione con le idee piuttosto chiare: una volta guadagnata la sua postazione all’interno di una delle sedi del ministero della Difesa, ha chiesto ai generali di valutare tutti i possibili piani per un attacco all’Iran. Dalla lista di obiettivi sensibili da colpire, a quella relativa alle varie modalità di offensiva nei punti chiave del territorio iraniano. Sarebbero stati anche valutati scenari riguardanti raid contro gli alleati di Teheran nella regione oppure attacchi informatici volti a mettere fuori uso la difesa della Repubblica Islamica.

Nel tardo pomeriggio di lunedì, l’emittente Channel 12 è stata tra le prime a rilanciare la notizia: il gabinetto di guerra ha deciso di rispondere all’attacco di sabato e adesso è solo questione di tempo per comprendere quale piano militare verrà attuato. Dopo le “breaking news” su tutte le tv israeliane, è stato un susseguirsi di annunci: le compagnie aeree europee hanno nuovamente sospeso i voli verso Tel Aviv e verso Teheran, molti governi hanno lanciato avvisi ai propri concittadini presenti nella regione di lasciare quanto prima i Paesi coinvolti dai nuovi venti di guerra, mentre nel frattempo molte sedi diplomatiche presenti in Iran sono state chiuse. Anche il consolato italiano di Teheran, così come annunciato dalla Farnesina e dalla nostra missione diplomatica, ha chiuso le porte almeno fino al prossimo 26 aprile.

Da oltreoceano sono poi rimbalzate altre notizie dello stesso tono: funzionari della difesa statunitense infatti, sentiti dalla Nbc, hanno ritenuto “imminente” l’attacco israeliano contro l’Iran. Dal canto loro, i vertici della Repubblica Islamica hanno dichiarato lo stato d’allerta delle proprie forze aree e dal territorio iraniano sono arrivate immagini di spostamenti di mezzi e di truppe indicanti la messa a punto dei dispositivi di sicurezza. Si è avuta la stessa sensazione già provata tra venerdì e sabato, quando per l’appunto l’intero medio oriente si aspettava un attacco. Soltanto che le parti adesso sono invertite: sarà Israele ad attaccare, mentre l’Iran dovrà prepararsi ad assorbire un’offensiva già annunciata.

Perché Israele ha deciso il contrattacco

Chiaro quindi come Netanyahu abbia preferito ascoltare solo in parte le indicazioni del presidente Usa Joe Biden. Quest’ultimo, dopo la neutralizzazione dell’attacco iraniano di sabato contro Israele, ha suggerito al premier israeliano di considerare un successo l’abbattimento del 99% dei droni inviati da Teheran ed evitare quindi di rispondere. O, almeno, evitare un immediato contrattacco e prendersi qualche giorno prima di decidere. Il capo dell’esecutivo dello Stato ebraico ha quindi declinato l’invito a non contrattaccare, accettando solo l’invito a non rendere istantanea la propria risposta alla Repubblica Islamica.

Due i fattori che hanno spinto Netanyahu a mettere in campo l’opzione del “contro raid” contro l’Iran. In primis, così come sottolineato dal Jerusalem Post, la dottrina militare israeliana: se il Paese riceve un attacco sul proprio territorio, i militari devono contrattaccare. Una “norma” che ha come base il principio della deterrenza: nessun attore, regionale e non, può in futuro pensare di poter avviare contro Israele un’azione offensiva, a prescindere dalla sua natura e dalla sua portata. In poche parole, Netanyahu ha come obiettivo categorico quello di neutralizzare il precedente di sabato: se è vero che l’Iran ha per la prima volta attaccato il territorio israeliano, deve essere altrettanto vero che sia Teheran che gli altri Paesi non debbano pensare che quel precedente può essere riproposto in futuro.

L’altro fatto invece riguarda la creazione de facto di una coalizione definita “europeo-sunnita”: sabato Israele è stata difesa dagli aerei di Usa, Gran Bretagna, Francia, ma anche da quelli della Giordania. Non solo, nelle scorse ore l’Arabia Saudita ha ufficialmente confermato di aver aiutato Tel Aviv nelle ore dell’attacco di Teheran, fornendo all’Idf informazioni utili sul posizionamento dei droni e dei missili in avvicinamento. Nonostante il riavvicinamento mediato dalla Cina la scorsa estate tra la monarchia dei Saud e la Repubblica Islamica, Riad in primis ma anche gli altri Paesi sunniti della regione ritengono l’Iran la principale minaccia per la stabilità della regione. Dunque, Netanyahu è consapevole che, nonostante la contrarietà degli Usa a un suo contrattacco, sa di poter contare quanto meno sulla non ostilità dei governi vicini e sulla loro indisposizione nei confronti della teocrazia sciita.

I nuovi raid di Tel Aviv nel sud del Libano

Nel frattempo, sempre nella serata di lunedì, le forze di sicurezza israeliane sono tornate a colpire nelle regioni meridionali del Libano. In quelle cioè dove è maggiormente radicata la presenza di Hezbollah, il gruppo paramilitare sciita che rappresenta il principale alleato di Teheran. In particolare, a essere stato preso di mira è un edificio di una località non lontana dal confine: possibile quindi l’attuazione di un nuovo piano chirurgico, volto a eliminare esponenti di spicco della milizia filo iraniana. Negli ultimi giorni i raid nel Libano meridionale si sono fatti più intensi, a conferma della volontà di Israele di contenere Hezbollah in vista di un possibile scontro diretto contro l’Iran.

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