Si parla già di guerra civile, in realtà quella scoppiata nelle ultime settimane nella regione etiope del Tigray ha tutta la parvenza di un conflitto “convenzionale”. In grado, tra le altre cose, non solo di destabilizzare l’Etiopia ma l’intera regione del corno d’Africa. La guerra è piombata all’improvviso in questo spicchio del continente africano. Appena due anni fa si festeggiava la fine del pluridecennale scontro tra Etiopia ed Eritrea, adesso le armi sono tornate a contrassegnare la vita di questo territorio.

La rischiosa scommessa di Abiy Ahmed

Come scritto su InsideOver da Alessandro Lutman, il conflitto degenerato nel Tigray altro non è che l’ultima di una serie di screzi tra il premier Abiy Ahmed e il Tplf, ossia il Partito per la Liberazione del Tigray. Quest’ultimo è difensore dell’attuale impostazione costituzionale etiope, dove il principale elemento è costituito da una federazione su base etnica. Ahmed invece è sostenitore di una centralizzazione del sistema ruotante attorno al forte ruolo del governo di Addis Abeba. Un’impostazione combattuta oramai soltanto dal Tplf. Da qui la scommessa del premier etiope: liquidare manu militari il Tplf, inviando l’esercito federale contro le forze locali. Ahmed può contare dalla sua sull’appoggio di tutte le altre regioni etiopi e su un’arena internazionale in cui si presenta da recente vincitore del premio nobel della pace, assegnatogli dopo la fine della guerra con l’Eritrea. Un premio nobel, è il ragionamento dell’entourage del premier etiope, non può improvvisamente subire l’isolamento dei governi alleati.

Un calcolo, quello di Ahmed, di certo molto legato al contesto reale attuale. Ma la sua mossa rimane pur sempre un azzardo. Perché il Tplf storicamente rappresenta sì la popolazione tigrina, che è minoritaria nel contesto etnico etiope, ma al tempo stesso è il partito che dal 1991 in poi ha egemonizzato la politica del Paese africano. E questo vuol dire che molti generali etiopi sono di etnia tigrina e molte delle armi più importanti in dotazione all’esercito sono dislocate proprio nel Tigray. La guerra quindi, come fatto notare dal corrispondente del The Guardian in Africa, Jason Burke, potrebbe assomigliare sempre più a un conflitto vero e proprio tra due eserciti molto equipaggiati. In caso di prolungamento delle azioni militari, Abiy Ahmed potrebbe mettere a rischio credibilità e ruolo di premier.

Il tentativo di coinvolgimento dell’Eritrea

A dimostrazione del potenziale bellico in mano alle forze del Tigray, anche l’episodio raccontato domenica scorsa da Afp. Alcuni razzi sono stati lanciati verso l’altra parte del confine, ossia verso l’Eritrea. I missili hanno mancato l’aeroporto di Asmara, capitale eritrea, ma non di molto. Segno che nei magazzini gestiti dal Tplf sono diverse le armi pesanti in grado di essere usate contro gli avversari. Sul perché dal Tigray sono stati lanciati razzi verso l’Eritrea è possibile fornire due diverse interpretazioni. La prima è relativa a una sorta di avvertimento verso il governo federale etiope: allo stesso modo di come potrebbe essere colpita Asmara, si potrebbe colpire anche Addis Abeba. L’altra invece ha a che fare con un possibile tentativo di coinvolgimento dell’Eritrea nel conflitto. Una circostanza quest’ultima che potrebbe chiamare a raccolta molti etiopi al fianco del Tplf. Ma che indubbiamente è quella che preoccupa maggiormente, visto che implicherebbe un’internazionalizzazione del conflitto.

L’indiscrezione che arriva dalla Turchia: “Il capo dell’Oms si schiera con il Tigray”

Che il conflitto abbia un respiro sempre più internazionale lo si intuisce anche dalla notizia fatta trapelare dall’agenzia di stampa turca Anadolu nei giorni scorsi e che coinvolge Tedros Adhanom Ghebreyesus, numero uno dell’Oms. Quest’ultimo è etiope di etnia tigrina e per diversi anni è stato esponente di spicco del Tplf, tanto da diventare ministro della Salute dell’Etiopia nel 2005 e ministro degli Esteri nel 2012, carica ricoperta fino al 2016. Secondo l’agenzia Anadolu, che ha citato come fonte un funzionario etiope, Ghebreyesus sarebbe pienamente impegnato nel cercare sostegno diplomatico a favore delle autorità regionali del Tigray: “Il leader dell’Oms avrebbe chiesto in particolare alle agenzie delle Nazioni Unite – si legge sull’agenzia turca – di esercitare pressioni sul governo etiope affinché interrompesse incondizionatamente la sua azione militare contro il Tplf e avrebbe anche sollecitato il sostegno militare dell’Egitto a favore del Tplf, oltre a contattare “ripetutamente”, ma senza successo, alti funzionari di Paesi confinanti in Africa orientale affinché fornissero sostegno diplomatico e militare ai tigrini”.

La notizia, come sottolineato da AgenziaNova, al momento non ha trovato riscontro in altre fonti di stampa internazionali. Né tanto meno sono giunti in merito commenti da parte dello stesso Ghebreyesus o dai vertici dell’Oms. In qualche modo però conferma la delicatezza della situazione nel Tigray: il conflitto infatti sta coinvolgendo un partito per anni rappresentato dall’attuale segretario dell’Oms, nel momento in cui l’organizzazione sta fronteggiando la più grave pandemia di inizio secolo.