La fine del Trattato Inf ha segnato un punto di svolta nella progettazione missilistica di Russia e Usa e nella loro dottrina strategica. L’accordo che aveva garantito per 30 anni la stabilità in Europa dopo la famosa “crisi degli euromissili” prevedeva che nessuno dei due Paesi potesse disporre di vettori da crociera o balistici – e loro lanciatori – con un raggio d’azione compresi tra i 500 ed i 5mila chilometri, escludendo quindi di fatto tutti i missili balistici a raggio medio e intermedio dai rispettivi arsenali.

Oggi, con l’accordo in via di rottura definitiva – devono passare altri sei mesi affinché non sia più valido in modo irrevocabile – Russia e Usa stanno lavorando alacremente per dotarsi nuovamente di sistemi missilistici di vario tipo un tempo proibiti.

Abbiamo già avuto modo di parlare di quello che sta facendo Mosca: sistemi già presenti negli arsenali, come il Kalibr o lo Zircon, sono in fase di adattamento alle nuove esigenze con diverse modifiche che prevedono che possano rispettivamente essere lanciati da terra e colpire obiettivi terrestri.

Gli Stati Uniti, allo stesso modo, non sono di certo rimasti a guardare e hanno lanciato una serie di programmi di sviluppo per colmare questa lacuna dei loro arsenali missilistici.

Quali sono i programmi Usa per i missili a medio raggio?

Il Pentagono sta puntando tutto principalmente su due progetti per l’Us Army che riguardano un sistema basato a terra di missili da crociera ipersonici e uno più generale per un vettore balistico a raggio medio/intermedio.

Per quanto riguarda i missili ipersonici, settore in cui gli Usa stanno cercando di colmare il divario accumulato – colpevolmente – con la Russia e Cina dando impulso a diversi programmi per sistemi di vettori da crociera di vario tipo come l’X-60A di cui ci siamo già occupati, il nuovo programma per l’Us Army prevede uno stanziamento di fondi pari a 1,2 miliardi di dollari spalmati su cinque anni a partire dall’anno fiscale 2020.

La finalità del progetto è quella di dotarsi di un’arma in grado di “superare le capacità A2/AD e sopprimere i sistemi di fuoco a lungo raggio dell’avversario oltre a ingaggiare bersagli di alto valore”.

Il piano, come riportato da Defense News, prevede di integrare un veicolo aliante ipersonico (tipo Hgv) con un booster a due stadi montato su canister. L’Esercito Usa prevede di spendere 228 milioni di euro nel 2020 per condurre una prima revisione dei sistemi necessari e cominciare la fase di Preliminary Design Review. 181 milioni sono destinati per il 2021 per proseguire in questa fase che dovrebbe terminare nel primo trimestre del 2022 per poi arrivare alla fase di Critical Design Review entro la fine del 2023 con ulteriori 137 milioni di dollari di finanziamento. La fase finale di sviluppo, con i test di volo del nuovo sistema ipersonico, comincerà proprio nel 2023 e costerà circa 359 milioni di dollari. Per l’anno 2024, in cui il nuovo vettore dovrebbe entrare in servizio, è prevista una spesa di 274 milioni.

La gittata richiesta per questo tipo di sistema ipersonico da crociera è di 1400 miglia, pari a circa 2250 chilometri. Per quanto riguarda il vettore balistico classico, noto come Mmrm (Mobile Medium Range Missile) la specifica è per una gittata compresa tra i 3 ed i 4mila chilometri e nasce proprio in chiave di contrasto allo sviluppo degli analoghi sistemi cinesi. Il missile in questione è anche soprannominato “Indopacom”, come il comando americano per l’area indo-pacifica, a sottolineare la necessità di un sistema rivolto a colmare il divario che Washington ha con Pechino per quanto riguarda questa tipologia di missili.

Il programma godrà di un finanziamento complessivo di un miliardo di dollari e secondo i documenti dell’Us Army è destinato a dotare gli Usa della capacità strategica a basso costo in grado di “attaccare specifiche vulnerabilità delle minacce nemiche al fine di penetrare in profondità nelle aree di manovra strategica” mitigando e colmando quindi il distacco delle capacità in questo campo considerato “estremamente di alto rischio”.

L’Esercito Usa ha richiesto un investimento iniziale nel 2020 pari a 20 milioni di dollari per sviluppare le strategie di acquisizione, identificare i sistemi richiesti e verificare la maturità di componenti e tecnologia disponibile. Nel 2021 si passerà alla fase di “riduzione del rischio” e verifica della maturità tecnologica che continuerà nel corso dei cinque anni successivi. La prima pietra miliare dell’Initial Design Review è fissata per la fine del 2024. Entrambi questi sistemi, così come riportato dall’Us Army, per il momento non prevedono l’impiego di armamento nucleare.

Una nuova corsa agli armamenti?

Questi progetti rappresentano la risposta Usa a quanto sta mettendo in atto la Russia per dotarsi di sistemi missilistici a raggio medio e intermedio un tempo sottoposti al bando determinato dal Trattato Inf. Per quanto riguarda Washington, però, risulta ancora una volta chiaro che il vero obiettivo di questa corsa non è Mosca, bensì Pechino. La Difesa Usa ha infatti dichiarato che gli Alleati europei della Nato non sono – per il momento – ancora stati consultati in merito al futuro dispiegamento di questo tipo di armi.

Anche i Paesi asiatici amici degli Stati Uniti non rientrano momentaneamente in un progetto di rischieramento di questi missili ma, come ha riportato un anonimo ufficiale del Pentagono, l’eventuale dispiegamento a Guam – territorio americano – permetterebbe grazie alla loro gittata di minacciare il territorio cinese e parzialmente quello russo, nonché, aggiungiamo noi, di colpire ogni parte del conteso Mar Cinese Meridionale