La Libia nei giorni scorsi ha dovuto registrare il primo caso di contagio da coronavirus e per il Paese, così come per tutta la regione, non è un bel segnale. Tripoli era l’ultimo governo a non avere annotato ancora un caso di Covid-19 in tutto il Mediterraneo. Gli unici due Paesi rimasti erano proprio i due in guerra, Siria e Libia: dopo il primo contagio ufficializzato da Damasco, il caso libico ha quindi chiuso il drammatico cerchio attorno al Mare nostrum. La situazione in Libia però potrebbe essere quella più preoccupante: le strutture sanitarie locali sono già gravemente deficitarie per via del conflitto, un’eventuale epidemia di coronavirus sarebbe insostenibile sia nella parte occidentale che orientale.

Il primo caso registrato

Ad ufficializzare la presenza di un primo paziente malato di Covid-19 è stato lo stesso governo di Tripoli il quale, tramite il Centro nazionale libico per il controllo delle malattie, ha annunciato martedì sera la positività al test di un cittadino. Si tratta, secondo le autorità sanitarie locali, di un uomo di 73 anni di rientro dall’Arabia Saudita: sarebbe avvenuto proprio qui il contagio, durante un recente viaggio di lavoro effettuato dal paziente in questione. Nel regno dei Saud attualmente sono stati registrati 900 casi di coronavirus, ma potrebbero essere molti di più: anche se il Paese non è in emergenza, tuttavia i continui contatti con altre nazioni del medio oriente potrebbe contribuire a diffondere l’epidemia nella regione. Ed il caso libico dunque lo andrebbe a dimostrare.

L’uomo di 73 anni, sempre secondo il centro nazionale libico di controllo delle malattie, alcuni giorni successivi il rientro ha accusato i primi sintomi da Covid-19 e, dopo il ricovero a Tripoli, si è deciso di effettuare il tampone. A seguito dell’esito positivo del, il soggetto contagiato è stato quindi posto in isolamento sempre in uno dei nosocomi della capitale libica e si troverebbe adesso in condizioni di salute stabili.

Tripoli adesso trema

Così come documentato nei giorni scorsi su InsideOver, in Libia nelle ultime settimane si è scatenata una vera e propria guerra propagandistica tra le varie parti impegnate nel conflitto. Il governo di Fayez Al Sarraj da un lato e l’esercito di Khalifa Haftar dall’altro, hanno duellato su chi riusciva a predisporre le misure più dure e drastiche volte a contenere il contagio. Per cui anche a Tripoli, memori forse di quanto visto sulle tv italiane che i libici non hanno mai smesso di guardare con interesse, già da giorni locali e bar risultavano chiusi, al pari di negozi e sale da ballo. In Cirenaica, e più in generale nei territori controllati da Haftar, è stato addirittura imposto un coprifuoco serale.

Adesso, con il primo caso accertato ed ufficializzato, nella capitale libica il governo di Al Sarraj ha inasprito ulteriormente le misure: stop agli spostamenti tra i vari territori e divieto assoluto di assembramenti sono soltanto alcuni degli ultimi provvedimenti adottati dall’esecutivo. La vera paura è legata ad una possibile diffusione del coronavirus, circostanza che sarebbe ingestibile sia dal governo stanziato a Tripoli che da quello situato nell’est della Libia. Ma non solo: nella capitale libica ci sono diversi campi profughi ancora aperti e con, al loro interno, condizioni igieniche spesso definite come terrificanti. Se dovessero emergere alcuni casi proprio in una di queste strutture, l’epidemia potrebbe dilagare tra i migranti rendendo ingestibile la situazione. Per questo, come si apprende su AgenziaNova, il governo di Tripoli ha avviato un’intensa campagna di sanificazione dei centri d’accoglienza: un tentativo, si spera non tardivo, di arginare la diffusione del virus.

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