Sono due i nomi pronunciati dal ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, per identificare i responsabili degli attacchi iraniani con i droni. Il primo è il comandante dell’aeronautica dei Pasdaran, Amir Ali Hajizadeh. Il secondo è un nome che fino a questo momento era sconosciuto a molti: Saeed Ara Jani. Secondo Gantz, è stato Ara Jani la mente dietro l’attacco alla petroliera Mercer Street ed è lui ad avere “pianificato, addestrato e fornito l’equipaggiamento per condurre gli attacchi terroristici nella regione”. E l’idea della Difesa israeliana è che sia sempre lui il regista degli attacchi contro gli impianti petroliferi Aramco in Arabia Saudita.

L’accusa degli israeliani non è secondaria per diverse ragioni. Innanzitutto perché le accuse non sono rivolte contro l’Iran in generale, ma in particolare contro i Pasdaran. Gerusalemme conferma dunque un trend che si è rafforzato in questi anni e che riguarda la distinzione tra il Paese e i Guardiani della Rivoluzione. E se è evidente che in Israele non vogliano che l’Iran abbia l’atomica, è altrettanto chiaro come i veri obiettivi siano tutti più o meno legati ai Pasdaran, vero Stato nello Stato e spina nel fianco della strategia mediorientale israeliana e delle petromonarchie. Un obiettivo ribadito in tutti gli attacchi compiuti in territorio siriano, nei sabotaggi tra Golfo Persico, Mare Arabico e Mar Rosso, così come anche nei colpi messi a segno in Iran e in cui presumibilmente ha avuto un ruolo il Mossad.

Fare una distinzione serve a creare un canale diplomatico con i segmenti della Repubblica islamica contrari al potere dei Pasdaran. Se una guerra con l’Iran non è auspicabile né voluta, diverso è il caso di assediare economicamente, militarmente e politicamente i Guardiani della Rivoluzione e tutti i partiti, centri di interesse e leader legati alla grande macchina guidata da Hossein Salami. Soprattutto in una fase in cui l’amministrazione americana prova a concludere gli accordi sul nucleare iraniano in concomitanza con una nuova presidenza conservatrice come quella di Ebrahim Raisi.

La scelta compiuta da Israele di identificare e annunciare pubblicamente il nome del capo del reparto droni delle forze dei Pasdaran significa mandare un segnale. Un messaggio che molti potrebbero interpretare anche come un oscuro segnale di avvertimento, specialmente dopo alcune morti sospette e omicidi mirati compiuti in questi anni. L’esempio più eclatante fu il drone americano con cui venne ucciso Qasem Soleimani, leader delle forze Quds, mentre era a Baghdad. Ma la lista dei presunti (mai provati) omicidi mirati è molto lunga e di recente non va dimenticato quello del direttore del programma nucleare iraniano e membro dei Pasdaran, Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi. Prima dell’omicidio – su cui ancora non si è fatta, e forse non si farà mai, luce – Benjamin Netanyahu fece il nome dello scienziato iraniano in conferenza stampa in una frase che apparve, subito dopo, come un sinistro presagio: “Ricordate questo nome, Fakhrizadeh”. L’ex premier israeliano pronunciò quelle parole mentre mostrava al mondo il risultati di un’operazione con cui il Mossad era riuscito a introdursi nell’archivio del programma nucleare iraniano a Teheran. Una coincidenza che gettò subito un’ombra di mistero sullo scontro a fuoco in cui morì il fisico della Repubblica islamica. Fare i nomi potrebbe essere l’immagine di una fase ulteriore di questo oscuro conflitto: la guerra psicologica per allarmare il nemico.