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L’accordo tra i capi talebani e il Pentagono per il definitivo ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan è a un punto di svolta secondo i funzionari di Washington; ma nonostante la promessa fatta dei talebani di “mantenere il controllo” sul Paese, garantendo la sicurezza, e affermando che esso non diventerà un paradiso per terroristi internazionali, a Kabul il terrorismo continua a mietere vittime, e la pace, dopo ogni esplosione che risuona in tutta la città, appare sempre sospesa e distante.

I negoziati proseguono da mesi, e sono stati già nove i colloqui formali che hanno visto da un lato la leadership talebana e dall’altro gli emissari della Casa Bianca che vuole mettere fini ad una guerra che perdura da 18 anni e non ha mai dato un netto segno di svolta. “Speriamo di avere presto buone notizie per il nostra Paese musulmano in cerca di indipendenza”, ha dichiarato Suhail Shaheen, portavoce dell’ufficio politico dei talebani a Doha, mentre i funzionari per le sicurezza statunitensi continuano a garantire che una volta “trovati gli estremi” per stringere quello che viene reputato un accordo di “principio” con gli insorti afgani, il ritiro completo delle truppe occidentali che occupano diverse regioni dell’Afghanistan – inizialmente pianificato entro 12-24 mesi dell’apertura delle trattative – potrà essere portato a termine. Una prima ritirata di almeno 5mila uomini attende solo la firma del presidente americano Donald Trump.

La situazione attuale

Dopo anni di impasse i talebani hanno mosso una graduale offensiva che ha riportato sotto il loro controllo più territorio di quanto non fosse controllato nel 2001: quando gli Stati Uniti in seguito agli attacchi dell’11 settembre pianificati da Al-Qaida, hanno dato il via all’invasione dell’Afghanistan.

Uno dei principali nodi da sciogliere all’interno dei negoziati rimane quello del destino del governo di Kabul. Per i talebani il presidente Ashraf Ghani, alla ricerca di un nuovo mandato, deve necessariamente abbandonare la propria carica; mentre lui, considerato dai talebani un “fantoccio degli Stati Uniti”, ha affermato proprio in questi giorni attraverso il suo portavoce Sediq Sediqqi che il governo di Kabul vuole: “Porre fine allo spargimento di sangue”, ma non può “Accettare gli ordini dei talebani. Devono accettare le nostre richieste e la pace”.

Fino ad allora un contingente di oltre 14mila soldati americani rimarrà in Afghanistan insieme al contingente internazionale della Nato per garantire la sicurezza del territorio controllato dal governo centrale, e per addestrare e fornire consulenza alle forze armate afgane che proseguono nel condurre operazioni di contro-insurrezione, senza ottenere però i risultati sperati. Le truppe d’élite di Kabul hanno sempre sopperito agli attacchi mossi dai talebani – apparentemente  più esperti e risoluti – che hanno guadagnato terreno negli ultimi anni portando l’intelligence statunitense verso la decisione di porre fine al conflitto con una tregua e un accordo che garantisca la sicurezza della popolazione e una lotta al terrorismo portata avanti dagli stessi talebani. Intanto però questa mattina una forte esplosione causata da un’autobomba ha provocato altri 16 morti accertati e almeno un centinaio di feriti nel Green Village – la zona internazionale di Kabul dove hanno sede numerosi uffici delle Nazioni Unite. L’attacco, rivendicato da uno gruppo di insorti che continuano ad combattere la loro guerra senza tenere conto dei negoziati che vengono intavolati dai gruppi maggioritari della milizia talebana, aveva come obiettivo quello di colpire le forze straniere occupanti. Il commando di cinque uomini è rimasto ucciso durante lo scontro a fuoco che si è scatenato con le forze di sicurezza. E questo non è altro che il resoconto di una normale quanto spietata giornata a Kabul in attesa della tanto agognata pace.

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