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Guerra

Accordo Iran-Usa: Araghchi rassicura e Trump ne rilancia il post

A diradare le nebbie, il post di Araghchi, forse sollecitato da Steve Witkoff con il quale interloquisce, che gli ha fatto presente il rischio al quale si stava andando incontro. Post provvidenziale quello del ministro degli Esteri iraniano, tanto che Trump lo ha subito rilanciato su Truth.
Accordo Iran-Usa: Araghchi rassicura e Trump ne rilancia il post

“Il Memorandum d’intesa di Islamabad non è mai stato così vicino. Invitiamo i media ad astenersi da speculazioni prima della finalizzazione del protocollo. In linea con il nostro approccio responsabile e trasparente, tutti i dettagli saranno condivisi con l’opinione pubblica a tempo debito”. Così il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ieri sera su X.

Comunicato tempestivo e forse decisivo perché, dopo che Trump aveva annunciato l’accordo, stava montando l’usuale nebbia mediatica sulla complessa controversia col rischio che tutto precipitasse.

Una nebbia legittimata dalle contraddizioni del presidente americano, ma che prendeva spunto dai comunicati iraniani che, pur confermando la convergenza, specificavano che ancora mancavano cose e che per parte loro non era stata ancora presa nessuna decisione definitiva.

Notizie che alimentavano ancor più gli strali irridenti nei confronti del presidente Usa, che iniziava a perdere la pazienza. Così su Truth ammoniva: l’Iran “farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta”. Un’irritazione che, al netto dei torti di Trump, che sono tanti, era legittimata: aveva annullato un attacco annunciato, dato la Notizia che il mondo, tranne Israele e i falchi Usa, aspettavano da tempo per ritrovarsi poi smentito e ridicolizzato.

Situazione pericolosa, con il pericolo fotografato da un titolo di Haaretz: “Nonostante si parli di un possibile accordo, la frustrazione di Trump nei confronti dell’Iran potrebbe innescare una nuova escalation”.

A diradare le nebbie, il post di Araghchi, forse sollecitato da Steve Witkoff con il quale interloquisce (in via diretta o indiretta che sia), che presumibilmente gli ha fatto presente il rischio al quale si stava andando incontro. Post provvidenziale quello del ministro degli Esteri iraniano, tanto che Trump lo ha subito rilanciato su Truth.

A suggello del post di Araghchi, l’annuncio parallelo del premier pakistano Shehbaz Sharif: “Nel contesto dell’intenso impegno di mediazione in corso da parte del Pakistan, siamo pienamente consapevoli dell’incessante campagna di disinformazione condotta da coloro che vogliono sabotare l’accordo di pace. Mettendo da parte il clamore, possiamo confermare che è stato raggiunto un testo finale concordato dell’accordo di pace e che il Pakistan sta ora lavorando a stretto contatto con entrambe le parti per finalizzare i prossimi passi. La pace non è mai stata così vicina“. E il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar è volato a Ginevra, dove è prevista la firma.

Trump potrebbe avere il suo accordo in concomitanza con i mondiali di calcio, manifestazione che non si addice alla guerra e che tanti analisti avevano segnalato come tempistica entro la quale avrebbe dovuto chiudersi la vexata quaestio.

Ma la prudenza resta d’obbligo. Lo denotano gli scontri di stanotte nello Stretto di Hormuz o il fatto che i media dell’Impero, New York Times e Washington Post, hanno tenuto bassa la notizia, come fosse qualcosa di secondario e transeunte; e che anzi, nell’annunciare quanto avvenuto, il NYT si è peritato di sottolineare che “precedenti possibili accordi sono sfumati all’ultimo minuto”.

Cease-Fire Deal Appears Within Reach, Officials Say

Basta un incidente di percorso a far saltare tutto, un po’ come quello che poteva costare la vita a Papa Leone XIV, il cui aereo aveva i motori in avaria, problema per fortuna riscontrato prima del decollo…

Al di là della digressione, e per tornare all’Iran, tanti i sabotatori all’opera. Anzitutto Netanyahu, che pur non protestando quando Trump giovedì lo ha chiamato per annunciargli l’intesa – non può contrastarlo pubblicamente dopo la precedente reprimenda – sta lavorando attivamente a fare del Libano del Sud tabula rasa, con macelleria conseguente. E il cessate il fuoco nel Paese dei cedri resta tema sensibile dell’accordo.

Dar conto dei contenuti del memorandum è esercizio inutile, come da ragionevoli moniti dei protagonisti delle trattative. Si può solo far presente che alcuni nodi del contendere saranno oggetto di negoziati successivi, che per molti media dovrebbero durare 60 giorni.

Scadenza che, peraltro, coinciderebbe con una sorta di ultimatum lanciato dai repubblicani a Trump, i quali hanno fissato come limite invalicabile per risolvere la questione iraniana il 7 settembre, il Labor Day, dal momento che a partire da quella data la campagna elettorale per le Midterm entrerà nel vivo (vedi Politico).

Per quanto riguarda i più scottanti temi del negoziato, di grande interesse due recenti rassicurazioni delle autorità iraniane. Anzitutto su Hormuz. Così Araghchi: “Secondo il diritto internazionale, non è possibile imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz, ma verranno riscosse tariffe di servizio e ciò sarà stabilito in sede di negoziazione”.

Di ieri, poi, le dichiarazioni nette sul nucleare del Capo di Stato Maggiore e Vice coordinatore dell’esercito iraniano, contrammiraglio Habibollah Sayyari, riportate dall’agenzia stampa statale Irna: “Non siamo interessati ad arrecare danni all’umanità. Il leader martire rivoluzionario [l’ayatollah Khamenei] ha sempre affermato che ‘non cercheremo mai di dotarci di armi nucleari’ perché sono armi di distruzione di massa e noi non siamo favorevoli alla distruzione di massa”.

“Abbiamo assistito a massacri di massa” durante la guerra contro l’Iraq, ha continuato, e ribadito: “Non vogliamo armi di distruzione di massa, perché il loro uso non rispetta i diritti umani. Nelle esercitazioni dell’esercito e delle Guardie Rivoluzionarie non è previsto nemmeno l’addestramento all’uso delle armi chimiche; cose del genere non vengono insegnate perché non siamo mai stati favorevoli ai massacri di massa”.

Ps. l’11 giugno alti funzionari degli Emirati arabi hanno incontrato i loro omologhi iraniani ponendo fine a uno scontro alzo zero. Il giorno dopo negli Emirati era la giornata della Russia e il Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo, si è illuminato dei colori russi. Abu Dhabi si smarca dall’alleanza asfissiante con Tel Aviv e cerca sponde nei Brics.

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