Ha tanti nomi, tanti volti e tante storie la vita di Abu Mohammad al-Jolani, 42 anni, jihadista siriano a capo di Hay’at Tahrir al-Sham, protagonista della grande offensiva nel Nord-Ovest del Paese che ha travolto il regime di Bashar al-Assad. Al secolo Ahmad Husayn al-Shar’a, nato in Arabia Saudita a Riad nel 1982, figlio di un esponente della sinistra nazionalista araba originario delle alture del Golan siriane occupate da Israele nel 1967, colui che i suoi fedeli adepti chiamano “Sceicco Conquistatore” ha attraversato tutta la parabola del jihadismo alimentato dalla destabilizzazione dovuta alle guerre americane di inizio secolo.
Tra Al-Zarqawi e Al-Baghdadi
Trasferitosi giovane a Damasco, cresciuto tra la borghesia cittadina come studente di Medicina, al-Jolani si è radicalizzato nelle moschee della periferia poco dopo la maggiore età, e dopo la guerra dell’Iraq del 2003 e la caduta di Saddam Hussein ha lasciato tutto ed è partito per unirsi ad al Qaeda in Iraq, la creatura proteiforme, al tempo stesso esercito, organizzazione insurrezionale, apparato para-statale e gruppo terroristico feroce guidata da Abu Mousab al-Zarqawi. Nella filiale irachena di Al Qaeda, “madrina” del futuro Stato Islamico, il giovane combattente, poco più che ventenne, imparò le regole della guerriglia, l’uso della ferocia contro la popolazione musulmana per spezzare col terrorismo l’unità della società e destabilizzare i regimi politici del mondo arabo, l’arte del comando.
Fu in Iraq che Ahmad divenne al-Jolani, il figlio del Golan irredento e occupato da Israele, da riconquistare al mondo islamico. Transitato, dopo la morte di Al-Zarqawi in uno scontro con le truppe americane nel 2006, nel carcere iracheno di Camp Bucca gestito dagli Usa, fu rilasciato come molti altri alti papaveri jihadisti, tra cui Abu Bakr al-Baghdadi, che al-Jolani servì come capo delle operazioni durante la sua guida di al-Qaeda in Iraq prima della nascita dell’Isis. Furono le prove generali per quando, nel 2011, al-Jolani si mise…in proprio! A dargli l’occasione lo scoppio delle proteste anti-regime nella Siria di Bashar al-Assad, sua terra di origine per via paterna. Sotto il cappello di al-Qaeda, nacque così il Fronte al-Nusra, confluito poi nel 2017 nell’attuale Hay’at Tahrir al-Sham, “Organizzazione per la liberazione del Levante” in arabo.
Da Al-Nusra a Hts, il jihadismo nella guerra ad Assad
Tredici anni di guerra civile siriana hanno portato Al-Jolani a padroneggiare non solo le dinamiche militari, ma anche una certa raffinatezza politica. I due momenti decisivi per la sua organizzazione sono stati la scelta del 2014 di non prestare fedeltà al califfato proclamato da Al-Baghdadi, mantenendo la vicinanza ai gruppi ribelli dell’Esercito Siriano Libero sostenuti dagli Usa (molte delle cui armi fornite alle milizie anti-Assad sono arrivate in mano ad Al-Nusra), e la rottura definitiva della sua organizzazione conAal-Qaeda nel 2016. Il “rebranding” nel 2017 col cambio nome ha consentito al gruppo di organizzarsi in forma più strutturata e mettere le radici all’ombra delle roccaforti dell’opposizione nel Nord del Paese, consolidandosi col sostegno di Paesi come il Qatar e, indirettamente, la Turchia come grande forza militare e prima milizia anti-Assad nel Paese.
Come pegno per questa svolta, Al-Jolani volle presentarsi a Ankara e Doha tagliando i legami con i suoi “patroni” storici: a dare credito come valida forza d’opposizione a Hts fu la sua battaglia contro Isis e al-Qaeda nel governatorato di Idlib, apprezzata anche dall’opposizione meno radicale. Il resto è storia recente: l’offensiva su Aleppo, Hama, Homs, la corsa a ribaltare sul campo la guerra civile, la sfida diretta ad Assad. Il figlio degli esuli del Golan oggi vuole dominare la Siria. Sarà difficile, visto che Hts non è la sola organizzazione che ambisce a ciò e il regime non è ancora collassato, ma con il giusto patronato esterno questo non potrà mancare di avvenire.
Al-Jolani, un terrorista “politico”
Hts mostra capacità di ottenere un sensibile consenso interno in Siria nelle aree occupate e, oltre all’immancabile Turchia, stanno iniziando a strizzarle gli occhi anche gli Stati Uniti. Non è un caso che Al-Jolani, ricercato da Washington fin dal 2013 come “Global Terrorist” su cui pende una taglia da 10 milioni di dollari, si sia permesso il lusso di rilasciare un’intervista-fiume alla Cnn nel pieno dell’avanzata delle sue truppe. “Le persone che temono il Governo islamico o ne hanno visto implementazioni scorrette o non lo hanno capito correttamente”, ha detto, aggiungendo di voler “rovesciare Assad” proponendo in cambio una “leadership collegiale” e aprendo addirittura al rispetto delle minoranze cristiane, druse e armene del Paese: “Nessuno ha il diritto di cancellare un altro gruppo. Queste sette hanno coesistito in questa regione per centinaia di anni e nessuno ha il diritto di eliminarle”, ha dichiarato alludendo anche alla minoranza sciita alauita a cui fa riferimento il clan degli Assad, che teme l’ascesa al potere dell’islamismo sunnita.
Parole che mostrano una sagace volontà di riposizionamento. L’ultimo volto di Al-Jolani, il giovane borghese diventato tribuno e leader jihadista, è quello dell’aspirante statista. Ambiguo, a più facce, jihadista “politico” e non semplice, brutale terrorista Al-Jolani è forse per questo figura ancora più pericolosa di altri leader del terrorismo internazionale. Come i leader dei Talebani, propugna un islamismo nazionale e di governo. Destinato forse però a essere proprio funzionale a quell’Israele alle cui mosse deve … il suo stesso nome! Il bersaglio di al-Jolani è sempre la Siria lealista, mai l’occupazione israeliana nel Golan.
La contiguità temporale tra la tregua in Libano e l’offensiva dei miliziani contro il regime denota un tempismo sospetto, quasi una comunione d’intenti. Del resto, a bombardare la Siria di Assad e a indebolirne la capacità di resistenza è stata, nell’ultimo anno, proprio Israele. A cui, forse, l’idea di un regime islamista alle porte di casa non sarebbe sgradita, nell’ottica del consolidamento della logica della “fortezza assediata” cara a Benjamin Netanyahu. Sono scenari in continua evoluzione, ma poche cose sono certe salvo che oggi al-Jolani è l’uomo più potente di Siria. E che questo titolo vada a un figlio del più pericoloso milieu jihadista della storia contemporanea la dice lunga sul caos che prende forma nel tormentato Paese levantino.

