È proprio vero che il tempo vola. Nel dicembre del 2019 Donald Trump, allora al suo primo mandato, costituì ufficialmente la Space Force, un nuovo corpo militare, dotato di 16 mila uomini e inserito nella US Air Force, con il compito specifico di “proteggere la superiorità americana nello spazio”, ovviamente definita una vitale questione di sicurezza nazionale. Per Trump la cosa era cominciata un anno prima, nel marzo del 2018, quando aveva dichiarato che “lo spazio è una zona di guerra proprio come la terra, l’aria e il mare”. E molti avevano fatto notare che non era un’idea originale, perché già Donald Rumsfeld, ministro della Difesa con Gerald Ford (1975-1977) e poi con George W. Bush (2001-2006), aveva parlato della necessità di difendere militarmente lo spazio. In quell’occasione si parlò anche del budget americano per la Difesa, 738 miliardi di dollari, giudicandolo enorme. E oggi siamo a 1.000…
Non che in seguito se ne fosse poi parlato granché. Finché, nel febbraio del 2024, il senatore Mike Turner, presidente della Commissione Intelligence Usa, parlò di una “grave minaccia alla sicurezza nazionale”, in seguito specificata come un progetto russo di dispiegare armi atomiche nello spazio. Passato il primo momento (tipo: ma come, noi lo pensiamo e gli altri lo fanno?), l’allarme non ha mai smesso di suonare. Dopo Turner la Cnn, con la “rivelazione” che la Russia stava sviluppando un’arma spaziale che, lanciando un potentissimo impulso elettromagnetico, avrebbe potuto mettere fuori uso i satelliti governativi e quelli commerciali, per esempio quelli incaricati di fr funzionare Internet e le comunicazioni telefoniche mobili. Poi Hans Christensen, responsabile del Progetto di informazione nucleare presso la Federazione degli scienziati americani, con la descrizione di un (potenziale) satellite russo dotato di missili o cannoni e capace di distruggere i dispositivi di comando e controllo degli Usa, compresi i satelliti incaricati di dare l’allarme in caso di attacchi missilistici nemici.
Un sacco di allarmi
E via via sempre più in alto. Nel febbraio del 2024 il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, cerca di convincere i ministri degli esteri di India e Cina e intervenire sul Cremlino perché non scarichi minacce nello spazio. Maggio dello stesso 2024: il Pentagono accusa la Russia di aver messo in orbita un satellite che sarebbe “probabilmente un’arma anti-spaziale in grado di attaccare altri satelliti in orbita terrestre bassa”. Un sacco di discussioni all’Onu (la Russia mette il veto a una risoluzione di Usa e Giappone per “vietare il dislocamento di armi nucleari nello spazio”, e gli Usa mettono il veto a una risoluzione russa per “impedire il posizionamento di armi nello spazio”) e ultimo ma non ultimo, qualche settimana fa, Mark Rutte, segretario generale della Nato, cita “rapporti che dicono che la Russia sta esaminando il modo per dispiegare armi nucleari nello spazio”. Rutte aggiunge che i russi sono indietro nella corsa allo spazio e che questo sarebbe anche il loro modo per recuperare lo svantaggio.
Un sacco di allarmi (questi sono solo alcuni) e un sacco di “sarebbe” e “potrebbe”, inevitabilmente. Il nucleare nello spazio non è questa grande novità, visto che negli anni Sessanta sia i sovietici sia gli americani fecero esplodere ordigni atomici nell’orbita terrestre. Tanto che nel 1964, dopo il test americano denominato Starfish Prime, Usa, Urss e Gran Bretagna firmarono (allargato da un altro trattato nel 1967) per vietare altri test o l’uso delle bombe nello spazio. Resta il fatto che quasi nessuno, negli ambienti della Difesa Usa, dubita del fatto che la Russia voglia dotarsi di un’arma antisatellite orbitale. E anche la Federazione degli scienziati americani segnala tre ragioni per cui la Russia perseguirebbe quell’obiettivo: sviluppare armi nucleari, l’arma per eccellenza della deterrenza; scoraggiare un’eventuale decisione Usa di attaccare la Russia; danneggiare gli Usa in caso di conflitto diretto.
E i russi? Più o meno, fanno spallucce. Ivan Moiseyev, direttore dell’Istituto russo di politica spaziale, ha fatto notare che “il potere distruttivo di una radiazione elettromagnetica dipende in modo significativo dalla distanza dall’epicentro dell’esplosione. Un’esplosione può danneggiare solo due o tre satelliti, al massimo una decina, e in orbita ce ne sono migliaia. Per mettere fuori uso Starlink, ad esempio, le esplosioni dovrebbero essere centinaia”.
La sensazione è che nessuno sappia esattamente che cosa stia succedendo e, soprattutto, che cosa possa succedere. Ma il solo fatto che qualcosa possa succedere diventa una ragione più che sufficiente per preoccuparsi. Anche perché chi sa dove passerebbe il limite nel caso di un conflitto finale tra Russia e Stati Uniti? Quindi non deve stupire se gli sherpa della Nato stanno preparando una dichiarazione da presentare al vertice dell’Alleanza del prossimo giugno che si svolgerà in Olanda, all’Aja. Dichiarazione che più o meno dovrebbe dire: l’uso di armi atomiche nello spazio da parte della Russia sarà considerato come u attacco contro la Nato intera.