Sabratha è tornata nelle sue mani, dopo quasi tre anni in cui invece al contrario sono stati i clan a lui rivali ad esercitare il potere su questo strategico ma martoriato territorio: il riferimento è ad Ahmed al Dabbashi, soprannominato “Al Ammu”, ossia “lo zio”. Il suo è tra i nomi più temuti di questa porzione della costa occidentale della Libia. La sua famiglia è quella che ha dettato legge per diversi anni a Sabratha e nelle città vicine, capace di “riciclarsi” all’occorrenza diventando, a seconda della convenienza economica, una milizia in grado di imporre il controllo sui traffici illeciti oppure un gruppo a “sostegno” delle autorità di Tripoli. Oggi gli Al Dabbashi sono tornati, aiutati e spinti dall’offensiva che nel giorno di Pasquetta ha portato le milizie filo Al Sarraj a Sabratha ed a Sorman. E per l’Italia questa potrebbe essere una pessima notizia.

Chi è “Al Ammu” Al Dabbashi

Prima della caduta di Gheddafi, la sua famiglia non spiccava come una delle più importanti del territorio di Sabratha. Il padre di Ahmed Al Dabbashi, secondo cronache locali, era un locale impiegato della posta, nulla di particolare da segnalare nel suo vissuto ed in quello dei familiari a lui più prossimi durante i 42 anni di era del rais. Quando sono iniziati nel 2011 gli scontri anti Gheddafi, la situazione è radicalmente mutata: Ahmed, assieme ai suoi fratelli ed ai suoi cugini, ha impugnato le armi ed ha iniziato a combattere. E, come spesso accaduto nel Paese nordafricano in quei terribili mesi, non era la Libia l’obiettivo ma solo l’arricchimento personale ed il prestigio intero alla propria tribù ed alla propria comunità.

Gli Al Dabbashi hanno così iniziato un’autentica scalata nel panorama criminale di Sabratha, che ben presto li porrà come riferimenti territoriali principali tanto che da Tripoli non potranno fare a meno di contrattare con loro. Al punto che uno di loro, Mostafa Al Dabbashi, è diventato ministro dell’interno mentre un altro membro della famiglia divenuta potente ha espresso addirittura un rappresentante della Libia alle Nazioni Unite: Ibrahim Al Dabbashi infatti, è stato al Palazzo di Vetro per alcuni anni. A tirare le fila è stato però Ahmed Al Dabbashi, lo zio per l’appunto: lui non è mai “sceso” nelle stanze della politica, è sempre rimasto in strada ad imbracciare armi prima ed a coordinare le “attività” delle sue milizie poi. Dopo aver inquadrato alcuni suoi uomini tra le guardie che controllavano i giacimenti di petrolio della zona, Ahmed Al Dabbashi si è lanciato a capofitto nel mercato più remunerativo: quello del traffico degli esseri umani. In tanti lo hanno descritto come tra i più pericolosi trafficanti, capace di arruolare scafisti e di mettere in piedi un business che ha trasformato Sabratha nel vero hub dell’immigrazione irregolare.

Il ritorno di Al Ammu in città

Ed è da questo territorio che partivano, tra il 2016 ed il 2017, la gran parte dei barconi che in Italia hanno comportato numeri da record di sbarchi. Un’emergenza, quella creata nel nostro Paese, che ha costretto il governo Gentiloni a provare a correre ai ripari. E così, ecco che nella primavera del 2017 sotto la regia del ministro dell’interno Marco Minniti sono iniziate le trattative con Tripoli per provare a frenare il flusso migratorio. In questo contesto sono state poste le basi per il memorandum con la Libia, che ha previsto soldi al governo di Tripoli in cambio dello stop alle partenze. Un reportage della Reuters ha successivamente accusato il governo italiano di aver fatto finire quei soldi nei clan che organizzavano i viaggi della speranza. Tra questi, ovviamente, figurava anche il gruppo degli Al Dabbashi. Roma ha sempre smentito, fatto sta che le partenze dall’autunno del 2017 sono diminuite ed a Sabratha è scoppiata una faida. Alcuni clan rivali degli Al Dabbashi hanno ingaggiato una vera e propria battaglia contro gli uomini di Al Ammu. E nell’ottobre del 2017 “lo zio” è costretto a fuggire, sconfitto e spodestato dal suo territorio. Forse, è stato il sospetto di molti, i soldi intascati per prevenire le partenze gli hanno attirato ancora più nemici.

Adesso lui, come detto ad inizio articolo, è tornato: gli uomini vicini al generale Khalifa Haftar, che controllavano da alcuni mesi Sabratha, sono stati costretti a battere in ritirata. E chi del Libyan National Army non ha avuto il tempo di fuggire, non ha trovato molta pietà: sono diverse le immagini di giovani in divisa uccisi e lasciati lungo le strade, mentre altri ragazzi barbuti al grido di “Allah Akbar” intorno a loro festeggiano. Eccolo il clima attuale a Sabratha, ecco cosa vuol dire per questo territorio tornare ad avere gli Al Dabbashi al timone. Ed anche per l’Italia non è una buona notizia: lo zio vorrebbe riprendersi il “suo” mercato più fiorente, quello dei migranti per l’appunto. Dai porti di Sabratha vorrebbe nuovamente far partire centinaia di barconi. Il nostro Paese è avvisato: da qui potrebbero arrivare le principali insidie della prima estate post coronavirus.

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