“A Kobane si rischia un massacro”

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Guerra /

Kobane, città simbolo della resistenza contro l’Isis, è di nuovo in  pericolo. Questa volta però la minaccia non è rappresentata solo dai jihadisti, ma anche dalla Turchia. Il presidente Recep Tayyip Erdogan è riuscito in poco tempo a ottenere il controllo di una fascia di territorio lungo il confine con la Siria che va da Tell Abyad a est fino a Ain Issa a ovest, ma i suoi piani prevedono ben altro. Il capo di Stato turco infatti vuole espandere la cosiddetta safe zone lungo tutto il confine, conquistando anche Manbij e ovviamente Kobane. Ma la popolazione locale non si farà trovare impreparata.

“La vita a Kobane scorre normalmente, negozi e ristoranti sono tutti aperti, le persone camminano tranquillamente per le strade come facevano prima dell’inizio dell’invasione turca. Tutti però non fanno che parlare della guerra”. A raccontare a InsideOver cosa succede a Kobane è Nick, un volontario internazionalista che si trova attualmente nella città. “Chiunque, dal più piccolo al più grande, sa che l’obiettivo di Erdogan è distruggere i curdi e che quella iniziata a ottobre non è un’operazione anti-terrorismo per il semplice fatto che il presidente turco sta usando proprio dei terroristi per combattere la sua guerra. A Kobane tutti ricordano la sconfitta dell’Isis, ma adesso i jihadisti stanno tornando a invadere la città camuffandosi da soldati del NSA (National Syrian Army, l’esercito cooptato dalla Turchia, ndr)”.

“Al momento la difesa è affidata al Consiglio militare, dato che le Sdf (le Forze democratiche siriane) hanno dovuto lasciare la città secondo quanto stabilito dagli accordi presi tra Erdogan e Putin, ma anche la popolazione si sta preparando a respingere i militari turchi. Tutti, dagli abitanti della città fino ai 9mila sfollati arrivati dalle zone occupate, sono in attesa che qualcosa accada. Il massacro peggiore di tutta la guerra può avvenire proprio qui, a Kobane, perché Erdogan non si fermerà finché tutti coloro che appoggiano la rivoluzione non saranno sconfitti, che si tratti di arabi, curdi, assiri o yazidi. L’operazione militare contro Kobane può iniziare da un momento all’altro”.

La tensione a Kobane resta quindi alta, mentre l’attenzione di tutti è diretta verso gli ultimi chilometri della Siria. “Guardando a nord possiamo vedere il muro che segna il confine con la Turchia e osservare i movimenti delle truppe turche, mentre sopra le nostre teste continuano a volare i loro droni. Ci sono anche militari russi, dato che anche loro insieme alle SAA (le forze di Damasco, ndr) hanno punti di osservazione nella zona. La popolazione non approva l’accordo tra Russia e Turchia e ogni volta che i convogli che partecipano al pattugliamento congiunto passano vicino a Kobane la gente si organizza tramite WhatsApp per andare incontro ai mezzi corazzati ed esprimere il proprio dissenso”. Da settimane infatti si hanno notizie di lanci di pietro e molotov contro le truppe russo-turche nelle zone di confine.

“Quando chiedi alle persone cosa ne pensano dei pattugliamenti, tutti rispondono che si tratta di un tassello della guerra che Erdogan ha avvitato contro i curdi. Il presidente turco però vuole colpire tutti coloro che credono nella Rivoluzione del Rojava perché questo modello può finalmente mettere fine ai conflitti storici che caratterizzano il Medio Oriente e che sono sempre stati causati dagli interessi imperialisti, oltre ad essere un esempio per il resto del mondo. In tanti sono venuti da ogni parte del mondo per difendere questa Rivoluzione e gli abitanti di Kobane sono al corrente della mobilitazioni organizzate in sostegno dei curdi all’estero. Non si sentono abbandonati, anche se i media non stanno coprendo il massacro in corso, ma piuttosto traditi per l’ennesima volta da quegli Stati imperialisti in cui non hanno mai avuto davvero fiducia”.