Mentre il mondo tiene gli occhi puntati sui cieli iraniani e israeliani, attraversati da missili, a Gaza si continua a morire: sotto le bombe, di fame, o colpiti da proiettili americani mentre si cerca disperatamente un po’ di farina per una famiglia che non mangia da giorni. L’ultimo massacro israeliano nella Striscia di Gaza ha provocato la morte di 70 palestinesi e il ferimento di centinaia di altri. La folla di gazawi si era radunata attorno a un convoglio di aiuti della Ghf, un’organizzazione sostenuta da Israele e Stati Uniti. Ma quello che doveva essere un punto di distribuzione umanitaria si è rivelato una trappola mortale: l’esercito ha aperto il fuoco con carri armati, mitragliatrici e droni contro una folla affamata in cerca di sopravvivenza. Molti non hanno alternativa e sono costretti a cadere in queste trappole, un sacco di farina è arrivato a costare seicento dollari, il riso venticinque euro al chilo. Mentre le bombe cadono e i gazawi perdono la vita per avere grammi di farina, negli ultimi giorni Israele ha usato una tattica già utilizzata all’inizio di questo genocidio: l’interruzione di internet e delle comunicazioni con il mondo esterno.
A raccontarlo oggi per InsideOver è Niazy Nihad Awd, ragazzo di ventidue anni residente a Jabalia, nel Nord di Gaza. “Netanyahu ha completamente interrotto le telecomunicazioni e l’accesso a Internet a Gaza. Da quel momento, le nostre vite sono state stravolte. Vite che erano già un inferno… sono diventate ancora più buie, isolate e piene di un dolore insopportabile. Il blackout delle comunicazioni ci ha privati dei diritti più basilari… Non sappiamo chi è ancora vivo e chi è morto. Non abbiamo idea dei nostri parenti o amici. Aspettiamo per ore a volte giorni sperando in un messaggio, un segno qualsiasi… ma non arriva nulla”. Niazy è uno studente di Medicina clinica al quarto anno e vive ancora sotto le bombe incessanti con la madre, il padre, il fratello maggiore Mohammed, il fratello minore Yousef, la sorella e i due suoi figli. “La mia famiglia è tutta la mia vita, ed è grazie a loro che trovo la forza di andare avanti, nonostante tutto”, dichiara.
Niazy racconta che prima della guerra vivevano una vita normale, “semplice, ma piena di calore e sicurezza”; una vita che scorreva al ritmo dello studio e delle uscite con gli amici: “Sognavo di diventare un medico per aiutare gli altri, e passavo il tempo con i miei amici. Sognavamo il futuro, immaginando come saremmo stati dopo la laurea, ma la guerra ha cambiato tutto”. “Non sappiamo se l’area in cui ci troviamo è stata segnata come “rossa” (zona di combattimento) dall’occupazione… Non sappiamo se saremo bombardati da un momento all’altro. La nostra università, dove studiavamo online, è diventata completamente silenziosa, come se non esistesse più.”
Durante la guerra la sua famiglia ha perso il nonno, la nonna, due zii e l’amico di Niazy, Mustafa: “La nostra casa è stata completamente distrutta, e tutti i miei ricordi sono sepolti sotto le macerie. Ogni giorno senza di loro è difficile, e ogni angolo porta con sé dolore. Mia madre e mio padre cercano di alleviare la nostra sofferenza, ma sono esausti a causa della guerra. Spesso dicono: “Siamo stanchi di tutto,” e vedo la stanchezza nei loro occhi”.
Pochi giorni fà è stata celebrata la festa dell’Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio, che commemora il gesto di fede del profeta Abramo, disposto a sacrificare suo figlio in obbedienza a Dio. Le celebrazioni di solito durano tre giorni e rappresentano un momento di profonda spiritualità e condivisione. Le famiglie si riuniscono attorno a un banchetto, si scambiano doni e rinnovano i legami affettivi. In segno di devozione, viene sacrificato un animale — generalmente un montone, una mucca o una capra — la cui carne viene poi distribuita: una parte alla famiglia, una agli amici e vicini, e una parte ai più poveri e bisognosi. Tuttavia, a Gaza, l’unico sacrificio in atto è quello umano, fatto sulla pelle di una popolazione dilaniata non solo dal genocidio, ma anche dalla fame, parte integrante del piano genocida israeliano. A riguardo Niazy confessa che non c’è nulla che gli ricordi questa festa: “Un tempo ci riunivamo in famiglia, ridevamo, facevamo il sacrificio, indossavamo vestiti nuovi e davamo l’Eidiya (i regali). Oggi Mohammed e Sabah – nipoti di Niazy – mi chiedono ancora: “Dov’è l’Eidiya?” e il cuore mi si spezza perché non posso renderli felici, nemmeno con un sorriso”.
In questo momento Niazy e la sua famiglia vivono ancora a Jabalia in un rifugio temporaneo ed affollato. Trascorrono le loro giornate cercando di assicurarsi le necessità di base: cibo, acqua e sicurezza. Tuttavia, il blocco degli aiuti umanitari imposto dal Governo israeliano da due mesi non permette che alcun convoglio di aiuti entri la Striscia. Il risultato è che una persona su cinque – 500.000- a Gaza muore di fame, come riportato dalle Nazioni Unite. “La vita a Gaza è diventata un inferno puro. Beviamo acqua di falda senza alcun tipo di filtrazione, anche se è contaminata e provoca malattie — ma semplicemente non abbiamo altra scelta”, racconta Niazy.
Il cibo è ormai quasi del tutto assente, e quel poco che resta è scaduto, deteriorato e spesso contaminato. Inoltre, le scorte disponibili vengono vendute a prezzi esorbitanti: “Il cibo è quasi inesistente. Un sacco di farina — se riusciamo a trovarlo — costa fino a 600 dollari, ed è spesso avariato, con un colore strano e un odore nauseante. Abbiamo dovuto macinare lenticchie o pasta per fare il pane. Persino le lenticchie e il riso, che ora costituiscono i nostri pasti principali, sono diventati carissimi — dai 25 ai 30 dollari al chilo, se sono disponibili. Le verdure sono inaccessibili: i pomodori costano 30 dollari al chilo, le patate e i cetrioli anche più di 40. Il latte per i bambini è completamente introvabile — niente latte in polvere, niente latte artificiale. Di conseguenza, la maggior parte dei bambini soffre di malnutrizione grave, con sistemi immunitari deboli, diarrea costante e malattie della pelle. E possiamo solo guardarli soffrire, impotenti”.
Niazy racconta che prima della guerra mangiavano tre volte al giorno, ora invece, sperano almeno di avere un pasto giornaliero. Pasto che comunque è spesso solo riso o lenticchie con pane fatto da pasta o lenticchie macinate. Mentre la carne è completamente scomparsa dalle loro vite. “Molte persone soffrono di problemi digestivi perché il cibo è sbilanciato, l’acqua è sporca e le condizioni in cui cuciniamo sono primitive. Non stiamo davvero vivendo — stiamo solo cercando di sopravvivere. Ogni giorno è una lotta contro la fame, le malattie e la disperazione. Gaza sta morendo lentamente, e il mondo resta in silenzio”.
Ora che gli occhi del mondo si spostano da Gaza, Niazy non chiede aiuto per sé, ma per un popolo intero. Ci chiede di ascoltare, di ricordare, di non restare in silenzio.
“Siamo stati tagliati fuori dal mondo—completamente.
Non sappiamo se il mondo ci vede ancora, se sente le nostre grida, se prova la nostra paura.
Non sappiamo se stanno negoziando per fermare la guerra… o per cancellarci del tutto.
Tutto è diventato spaventoso.
La notte è spaventosa, il silenzio è spaventoso, persino respirare è difficile.
Dov’è il mondo? Dov’è la sua umanità?
Dove sono le organizzazioni per i diritti umani? Dov’è il Consiglio di Sicurezza? Dov’è l’ONU?
È possibile tutto questo?
È possibile che un intero popolo venga lasciato a morire nell’oscurità?”
Niazy, 22 anni da Jabalia, Gaza.
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