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Guerra

100 mila tonnellate di bombe su Gaza ma il cibo resta fuori. La fame come strategia

A Gaza, cadono più bombe rispetto agli aiuti alimentari che riescono a entrare, condannando la popolazione alla fame sotto i bombardamenti.
A Gaza si contano più bombe cadute che pasti garantiti

Le bilance di Gaza pesano piombo e poca farina. Il primo, infatti, sovrasta il secondo in un rapporto che sfida ogni legge dell’umanità. È questo il punto. Tutto il resto, le statistiche, i discorsi e i comunicati, non sono che variazioni su questo tema. Nonostante l’aumento dei dati numerici, la proliferazione di resoconti e la reiterazione di sentenze, il quadro generale permane invariato. La mentalità votata alla distruzione continua a prevalere sulla necessità della sopravvivenza.

I numeri, pur nella loro crudezza, sono solo un riflesso secondario di questa verità. Che importa se i bambini muoiono a centinaia o a migliaia? Che importa se la carestia è “ufficialmente” dichiarata o semplicemente vissuta? La realtà è già scritta nella sproporzione tra ciò che viene scaricato dal cielo e ciò che riesce a passare attraverso i checkpoint.

Le organizzazioni umanitarie contano i morti, misurano i grammi di cibo, documentano i corpi scheletrici. Attività che si riconnettono a un semplice e tragico squilibrio fondamentale che vede il numero di esplosioni superare quella della disponibilità di pane, i proiettili eccedere le medicine e i mezzi militari essere nettamente più numerosi dei camion adibiti al trasporto di aiuti.

James Elder, portavoce dell’UNICEF, ha definito la situazione “tetra, orribile, senza speranza”. Questa triplice caratterizzazione racchiude l’essenza del sistema di assedio israeliano in un territorio dove i missili penetrano con maggiore facilità rispetto ai farmaci salvavita, dove procurarsi un pasto risulta più arduo che schivare le bombe. Le famiglie palestinesi lottano quotidianamente per assicurare ai propri figli anche un unico pasto completo, mentre i convogli umanitari che tentano di trasportare generi alimentari vengono implacabilmente bloccati ai valichi di frontiera.

8 famiglie su 10 senza cibo

Action Against Hunger riferisce che 171.000 tonnellate di scorte alimentari, sufficienti a nutrire l’intera popolazione di Gaza per tre mesi, attendono di oltrepassare i confini. Nonostante ciò, i camion rimangono fermi. Se i magazzini oltre confine traboccano di provviste, a Gaza, invece, si registra una carenza critica di beni essenziali. Con almeno l’80% delle famiglie ormai completamente dipendente dagli aiuti umanitari e il sistema produttivo locale reso inoperante, la mancata autorizzazione all’ingresso delle forniture sta determinando una crisi alimentare che supera i confini dell’immaginazione. Le stime indicano che in queste condizioni otto famiglie su dieci si troveranno presto senza alcuna risorsa alimentare disponibile.

Elder ha visitato Khan Younis per documentare la crisi umanitaria a Gaza. Tra tende logore e macerie, di fronte al fallimento del cessate il fuoco, ha denunciato il blocco degli aiuti con parole chiare:

“A Gaza entrano più bombe che cibo”.

Le notti nell’enclave si protraggono interminabili, non per retorica ma per crudele realtà. L’insonnia diventa condizione collettiva, tormentata dal rombo costante degli attacchi aerei e dal pianto dei bambini. Le giornate si trasformano in una fuga senza fine. Dalle macerie delle abitazioni ai rifugi di fortuna nelle scuole danneggiate, la ricerca disperata di cibo conduce solo ad incontrare altri volti scavati dalla fame, in un circolo vizioso dove l’insicurezza regna sovrana e i bisogni primari rimangono insoddisfatti. Non esiste rifugio. Non esiste tregua. Le madri restano giorni senza toccare cibo per riuscire a nutrire almeno un figlio. La fame è strutturale. E strategica.

Il prolungarsi di questa crisi sta causando danni permanenti alla popolazione. Il sistema di approvvigionamento è collassato completamente. Interi quartieri residenziali sono stati ridotti a cumuli di sabbia. Tra i bambini si registrano sempre più casi di malnutrizione acuta, con conseguenze devastanti sullo sviluppo fisico e cognitivo. I medici segnalano un aumento preoccupante di minori che perdono la capacità di deambulare o comunicare. In queste condizioni, anche banali affezioni come un’influenza stagionale, una lieve ferita o un disturbo gastrointestinale, possono rivelarsi fatali. I dati, infatti, dimostrano che un bambino denutrito presenta un rischio di mortalità dieci volte superiore per patologie normalmente curabili.

Elder segnala l’impossibilità di quantificare con precisione il numero di vittime infantili giornaliere. Le condizioni operative rendono qualsiasi rilevamento affidabile impraticabile. Molti corpi rimangono irracciungibili tra le macerie, e le strutture sanitarie sopravvissute operano con capacità drasticamente ridotte. Il sistema ospedaliero di Gaza, che contava originariamente 38 strutture, è stato decimato. Attualmente risultano parzialmente funzionanti soltanto 19 unità, delle quali appena otto appartengono alla rete pubblica. Le restanti consistono in ospedali da campo improvvisati, quasi completamente privi delle necessarie scorte farmacologiche.

La misura delle distruzioni

Più bombe che pane. Ciò che in superficie potrebbe apparire come un’iperbole si rivela, a ben guardare, l’aritmetica spietata di un genocidio. Secondo i dati verificati, le forze israeliane hanno condotto oltre 12.000 operazioni militari nella Striscia di Gaza a partire dall’ottobre 2023, rilasciando approssimativamente 100.000 tonnellate di materiale esplosivo. Queste azioni hanno provocato la distruzione totale di 828 edifici religiosi islamici, con ulteriori 167 strutture danneggiate, oltre al danneggiamento di tre luoghi di culto cristiani. L’offensiva ha inoltre raso al suolo 19 aree cimiteriali, colpito 66 strutture umanitarie, 29 mense comunitarie e 37 centri per la distribuzione di generi alimentari. Oltre a questo, è stato impedito l’accesso a 37.400 veicoli trasportanti beni di prima necessità e carburante.

L’attuale sistema di sopravvivenza a Gaza dipende da un nuovo modello di distribuzione degli aiuti, implementato nelle aree meridionali con il sostegno congiunto di Stati Uniti e Israele. Denominato Gaza Humanitarian Assistance Fund, questo programma è stato definito da Elder come una struttura a carattere militare. Il sistema presenta gravi criticità operative. La semplice azione di recuperare un pacco alimentare può esporre i civili a pericolo mortale. La sua architettura sembra concepita per incentivare lo sfollamento forzato delle popolazioni dalle zone settentrionali verso quelle meridionali, mentre contemporaneamente viene smantellata l’estesa rete di 400 unità logistiche gestite da organizzazioni umanitarie internazionali e locali durante la precedente tregua.

Nessuno collabora con GHF

Il GHF non ha nulla di umanitario. È un’operazione gestita da figure senza esperienza nel soccorso civile. Il primo direttore, Jake Wood, si è dimesso il 25 maggio, denunciando che l’organizzazione non ha rispettato i principi umanitari. Il Boston Consulting Group, che aveva contribuito alla progettazione delle operazioni, si è ritirato e ha chiesto scusa al proprio staff per la complicità nel sostegno a uno schema che ha favorito deportazioni di massa e ignorato le agenzie internazionali. L’ONU si è rifiutato di collaborare. Lo stesso hanno fatto Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa, il Programma Alimentare Mondiale. Le principali agenzie si sono tirate fuori, dichiarando che questo sistema militarizza gli aiuti e mette a rischio chi dovrebbe riceverli.

La situazione nella Striscia di Gaza risponde a una precisa strategia politico-militare. Se l’accesso agli aiuti alimentari viene costantemente ostacolato, la pioggia di bombe procede senza interruzioni. Ogni forma di supporto a questo sistema, sia esso rappresentato da dichiarazioni pubbliche, accordi diplomatici, trasferimenti di armi o semplici omissioni, contribuisce al funzionamento di un apparato le cui conseguenze si misurano in migliaia di vittime civili palestinesi. I fatti, nella loro crudezza oggettiva, non richiedono ulteriori interpretazioni. L’osservazione quotidiana della realtà gazawi dimostra come la verità risulti evidente dalla semplice registrazione di ciò che riesce o non riesce a varcare i confini di un territorio assediato e distrutto.

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