La tregua è scattata alle 2 di notte (all’una ora italiana). A Gaza sembra essere finalmente tornata la pace dopo giorni di intensi bombardamenti, mentre in Israele si disattivano le sirene e Iron Dome si “spegne”. È una notte tranquilla dopo un’escalation durissima che ha mietuto centinaia di vittime nella Striscia di Gaza e che ha lacerato Israele direttamente nel suo cuore: mai come questa volta apparso sull’orlo di una guerra civile tra la popolazione araba e quella ebraica.

La notte di tregua e di apparente normalità in Israele e nella Striscia di Gaza non fa però dimenticare quanto accaduto fino a poche ore prima. E se la popolazione può respirare riprendendo una vita il più possibile normale, da parte di Hamas, Jihad islamica e Israel Defense Forces ora è il momento dei conti. Perché il cessate il fuoco di questa notte arriva dopo 11 giorni di fuoco che hanno certamente cambiato il livello dello scontro tra i due schieramenti. E anche Benjamin Netanyahu, accusato da più parti di avere lui innescato per motivi politico la crisi avviando gli sfratti di Gerusalemme Est, ora si interroga sugli effetti di questa escalation a livello politico, strategico e diplomatico.

Tutti si intestano la “vittoria”

Dopo le due di notte, tutte le parti in campo hanno sostanzialmente annunciato di aver raggiunto gli obiettivi prefissati all’inizio della campagna militare. Per le Idf l’escalation è servita a distruggere più di cento chilometri di tunnel usati nella Striscia di Gaza dai miliziani palestinesi e di aver ucciso 225 uomini di Hamas e Jihad islamica insieme a 25 comandanti. Le forze armate israeliane continuano a ripetere che quello che è accaduto in questi 11 giorni di guerra è servito a dare “un duro colpo” alle organizzazione che controllano Gaza. Il direttore delle operazioni di Israele, Aharon Haliva, aveva ammesso nei giorni scorsi che avrebbe considerato l’operazione “Guardiani delle Mura” un successo solo con una relativa pace nei prossimi cinque anni. Ma è davvero difficile prevedere se ci sarà questo quinquennio di pace e soprattutto se sarà dovuto a questa campagna militare. Molti in Israele continuano a credere che la campagna militare, escluse le parole altisonanti di Netanyahu, non ha in realtà inferto alcun colpo letale né ad Hamas né alla Jihad, confermando invece tutti i pericoli di un conflitto su larga scala che può incendiare – e lo ha già manifestato – anche il fronte interno, quello che ha più preoccupato il ministro della Difesa Benny Gantz.

Da parte palestinese, i toni sono molto diversi. Nella Striscia, Hamas e Jihad islamica devono fare i conti con la propaganda e con una popolazione allo stremo, ed è chiaro che non possono annunciare alcun tipo di sconfitta. Ma se i raid israeliani hanno effettivamente inferto un duro colpo alla cosiddetta “metropolitana”, cioè la rete di tunnel, e a tutta la catena delle operazioni missilistiche di Hamas e Jihad, da parte delle organizzazioni palestinesi c’è anche chi esulta. In tutti i Territori palestinesi la gente è scesa in strada per esultare per una tregua che appare come una vittoria. Khalil al-Hayya, il vice del leader di Hamas ha detto che “oggi la resistenza dichiara vittoria sui nemici”. I media israeliani riportano anche che migliaia di persone si sono radunate a Khan Yunis sotto la casa di Mohammed Deif, leader militare di Hamas, per celebrare l’accordo. E anche da parte della Jihad islamica non ci sono segnali di resa, ma anzi si conferma la linea dell’annuncio della vittoria.

Chi ha davvero vinto a Gaza?

Scevri dalla dose di propaganda da cui sono (in modo differente) condizionati, gli annunci delle Idf e delle due organizzazioni di Gaza hanno dei lati reali su cui è importante riflettere. Israele ha certamente mostrato di essere capace di colpire in modo chirurgico e molto efficiente i centri di comando di Hamas e Jihad islamica. Ha saputo utilizzare in modo abbastanza efficiente l’aeronautica e le guardie di frontiera evitando di coinvolgere le truppe di terra e la Marina (se non per alcuni episodi singoli) e ha soprattutto lasciato intendere di avere identificato e mappato in modo esaustivo la rete di tunnel sotterranei che per anni è stato il vero incubo dello Stato ebraico. Iron Dome, pur con l’iniziale saturazione, è apparso in grado di tutelare in modo più o meno esteso la popolazione da migliaia di razzi. E anche la capacità di colpire in modo ben definito i luoghi di comando delle milizie nemiche ha fatto intendere che l’intelligence esterna ha funzionato.

Hamas e Jihad islamica, dal canto loro, hanno delle evidenti motivazioni per essere soddisfatte sul piano strategico. Il fitto lancio di razzi sulle città israeliane ha dimostrato che un attacco simultaneo e bene organizzato con migliaia di missili può saturare Iron Dome facendo cadere una pioggia di razzi sulle città dello Stato ebraico. Il fronte interno di Gaza non si è spaccato, mentre quello israeliano ha mostrato inquietanti segni di cedimento, con il dramma della guerra civile che ha messo in serio pericolo la convivenza pacifica in molte città. Hamas ha manifestato che dal punto di vista balistico ha saputo migliore notevolmente le proprie capacità mettendo in pericolo anche Tel Aviv e i centri nevralgici di Israele, dagli aeroporti più importanti agli oleodotti fino alle piattaforme offshore. E sul lato internazionale, la condanna unanime agli attacchi rivolti contro la popolazione israeliana non ha evitato quella politica di molti leader contro Israele per aver colpito anche la popolazione civile, creando quindi un sistema mediatico che non ha puntato esclusivamente il dito contro le organizzazioni che controllano la Striscia. Anche per questo motivo, la destra israeliana al governo non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di un’invasione terrestre.

La diplomazia indebolisce Netanyahu

Sul lato diplomatico siamo quindi di fronte a una situazione di stallo in cui nessuno esce in ogni caso vittorioso né come interlocutore privilegiato da parte di chi vuole la soluzione della crisi. Netanyahu, che ha fatto intendere di non avere alcuna intenzione di cedere, ha dovuto fare i conti con un’amministrazione americana che è apparsa impacciata ma allo stesso tempo mai veramente allineata con Israele. Il richiamo al “diritto di difendersi” è andato di pari passo con telefonate di fuoco di Joe Biden nei confronti del leader del Likud, costretto ad accettare il richiamo di Washington. Come ha spiegato Haaretz, la domanda che molti si pongono all’interno del governo è cosa succederebbe, a questo punto, se fosse Hezbollah a colpire Israele: la risposta degli Stati Uniti nei confronti di Hamas non è apparsa molto soddisfacente. E se anche è stato sbloccato un nuovo grande approvvigionamento militare da parte dell’industria americana, a livello politico la presidenza Biden ha dimostrato di non essere troppo distante da quella del predecessore dem Barack Obama. Nulla a che vedere con la vicinanza espressa da subito da Donald Trump nei confronti del governo dell’amico “Bibi”. Probabilmente fin troppo coinvolto nelle trattative con l’Iran e nella difficilissima partita tra superpotenze, Biden ha pensato alla guerra di Israele più come un problema che come un pericolo per un alleato. E questa percezione pesa anche nelle prossime scelte di governo: quando le armi taceranno, Netanyahu dovrà infatti fare i conti con una delicata situazione politica di stallo messa da parte dal fragore delle armi.

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