La feroce guerra a Gaza ha stabilito un altro, drammatico, record. La Striscia assediata “ospita il più grande gruppo di bambini amputati della storia moderna”. È quanto ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in occasione della conferenza tenutasi al Cairo lunedì scorso. Traducendo in numeri quanto denunciato dal segretario dell’ONU, a Gaza ogni giorno, da 425 giorni, dieci bambini perdono un arto o due. Si tratta di una statistica dell’orrore, ma che traccia una linea ben definita anche su ciò che avverrà in un prossimo futuro, quando si spera che non cadranno più bombe israeliane sull’enclave palestinese.
Il sistema sanitario della Striscia, semplicemente non esiste più. Ed è per questo stesso motivo che molti di quei bambini subiscono gli interventi di asportazione chirurgica senza l’utilizzo dell’anestesia. Guterres ha descritto tale situazione come “apocalittica e oltremodo spaventosa”. Ha dichiarato anche, che dopo aver appreso questi fatti, “non è più possibile distogliere lo sguardo”.
Per molti bambini amputati non c’è futuro
Tra le decine di ospedali distrutti dalle forze israeliane nel corso dell’ultimo anno, è stata colpita duramente anche l’unica struttura di Gaza per la produzione di protesi e apparecchi per la riabilitazione – ovvero, l’ospedale Hamad, inaugurato nel 2019 e finanziato dal Qatar. Ciò si traduce nella totale impossibilità di curare dignitosamente tutti quei bambini che hanno subito delle amputazioni. Problema che si ripropone anche per gli adulti, certo, ma in termini diversi. Già, perché come ha più volte spiegato il chirurgo pediatrico britannico Abu Sittah, che ha prestato servizio nella Striscia per svariato tempo, “i bambini amputati necessitano di cure mediche ogni sei mesi, man mano che crescono”. Accade, infatti, che “le ossa crescono più velocemente dei tessuti molli e i nervi recisi spesso si riattaccano dolorosamente alla pelle”, motivo per il quale i più piccoli richiedono interventi chirurgici continui. Nella sua personale esperienza, Abu Sittah ha affermato che per “ogni arto amputato occorrono tra gli otto e i dodici interventi successivi”. Operazioni, che allo stato attuale delle cose, non possono di certo avere luogo a Gaza (a tale proposito, Abu Sittah ha scritto un vero e proprio manuale medico sul tema: “The War Injured Child”).
L’inferno a Gaza è voluto
Si aggiunga a questa drammatica situazione sanitaria, anche la crisi alimentare, che al giorno d’oggi, nella Striscia, e soprattutto nella zona a Nord, ha raggiunto dei livelli incompatibili con la sopravvivenza dei palestinesi che la abitano. Le organizzazioni internazionali umanitarie hanno più volte segnalato che i civili si trovano sull’orlo della carestia. Nonostante questo, però, i camion carichi di aiuti di prima necessità che entrano attraverso gli unici due punti di accesso, il valico di Kerem Shalom a Sud e quello di Erez a Nord, sono sempre di meno. Guterres, durante la conferenza in Egitto, ha mostrato i numeri sugli aiuti umanitari: “Secondo i dati dell’UNRWA, solo 65 camion sono riusciti a entrare a Gaza nell’ultimo mese, rispetto a una media prebellica di 500”.
Nel frattempo, nell’area a Nord del corridoio di Netzarim – che divide in due la Striscia – l’UNRWA ha riferito che, tra il 6 ottobre 2024 e il 25 novembre, tutti i tentativi fatti per consegnare gli aiuti sono stati “negati” o “ostacolati” a causa dei violenti combattimenti. Antonio Guterres, ha commentato tali vicende affermando che il blocco degli aiuti a Gaza non dipende da problemi logistici, ma dipende da “una volontà politica e dal mancato rispetto dei principi fondamentali del diritto umanitario internazionale”. Insomma, l’inferno a Gaza è voluto.