“A Gaza è genocidio”: Marjorie Taylor Greene rompe il tabù nel campo MAGA

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Marjorie Taylor Greene è un deputato del Congresso e una delle voci più ascoltate e influenti del Partito Repubblicano, oltre a essere un esponente del movimento MAGA (Make America Great Again), quello che ruota attorno al presidente Donald Trump, all’interno del quale si stanno moltiplicando le voci critiche.

Questa premessa è utile per comprendere per quali ragioni il fatto che sia stata proprio lei a parlare di “genocidio” nella striscia, sottolineando come fame e  crisi umanitaria abbiamo raggiunto livelli assolutamente inaccettabili, rappresenti un fatto molto significativo.

Non è un mistero per nessuno il peso della cosiddetta Israel lobby nella vita politica statunitense, così come il fatto che chiunque nutra ambizioni, e tenga alla propria carriera, debba dichiararsi senza riserve a favore dello stato ebraico, discorso che vale anche per molti sostenitori dell’attuale amministrazione.

La presa di posizione della Greene è stata espressa in un recente post su X (ex Twitter), nel quale la politica attaccava il collega di partito Randy Fine, per aver giustificato il ricorso alla fame come arma contro i palestinesi della striscia. Riprendiamo alcuni passaggi del post: “È la cosa più vera e semplice da dire che il 7 ottobre in Israele è stato orribile e che tutti gli ostaggi devono essere restituiti, ma lo è anche il genocidio, la crisi umanitaria e la fame che stanno avvenendo a Gaza”, aggiungendo che “un rappresentante ebreo degli Stati Uniti che invoca apertamente il proseguimento della fame contro persone e bambini innocenti è vergognoso. La sua orrenda dichiarazione causerà in realtà più antisemitismo.”

Le dichiarazioni della Greene arrivano a ridosso di quelle dello stesso Trump, che a sua volta ha preso le distanze dalle parole del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo il quale a Gaza non ci sarebbe fame.

Chiaramente è troppo presto per valutare conseguenze e impatto di queste uscite, ma resta il fatto che il fronte unico – in troppi casi frutto di calcolo politico – è stato infranto; resta anche da valutare se la carriera della Greene subirà dei contraccolpi, o se fungerà piuttosto da apripista per tanti colleghi, che probabilmente tengono più alla loro poltrona che ai principi, a cominciare da quello fondamentale del rispetto della vita umana.

Inutile dire che noi propendiamo per quest’ultima opzione.

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